Fino a qualche mese fa il nemico comune, almeno a parole, era l’Isis. Era così per l’Occidente, per i paesi del golfo, e anche per la Turchia. I primi dubbi sulla tenuta di questo fronte erano nati da alcuni atteggiamenti ambigui nelle scelte di Ankara durante l’assedio di Kobane. Qui infatti nascono i primi problemi. La città a maggioranza curda, divenuta il simbolo della resistenza al terrorismo islamico, ha combattuto per mesi contro gli uomini di Al-Baghdadi e la Turchia sempre in quei giorni, non sembrava intenzionata a dare una mano. Anzi, si è fatta beccare più volte a fingere di non sapere che i terroristi passassero liberamente dai suoi territori per poi colpire i soldati dell’YPG.Ma dire una cosa del genere in quei giorni, voleva dire passare per complottisti. Oggi le cose sono molto cambiate. Dopo l’attentato del 20 luglio scorso a Suruc, città turca confinante con Kobane, Erdogan ha deciso di non fingere più. Il nemico numero uno da combattere è il Kurdistan e il suo popolo. Tutto ciò che conta per il leader islamico è fermare l’espansione dei territori curdi, impedire che questi trovino unità con i fratelli iracheni, impedire in buona sostanza che questi un giorno possano avere un proprio paese riconosciuto ed indipendente. Come? Bombardando e assediando le città a maggioranza curda.

Siamo andati nel Kurdistan turco per vedere, come sempre con i nostri occhi, gli sviluppi recenti in quell’area. Purtroppo ancora una volta siamo stati costretti a raccontare drammi e non vittorie. La Turchia ha dichiarato guerra al popolo curdo e non perde tempo a fingere che non sia così. Città come Diyarbakir, Cizre e Silvan vivono tra continui coprifuoco imposti da Ankara. Quelle che fino a pochi mesi fa erano normalissime città, sono diventate dei veri e propri fronti di guerra: piazze interamente coperte da lenzuola per evitare ai soldati del PKK di essere intercettati dai cecchini, sacchi di sabbia per pararsi dai proiettili e nascondigli creati dal nulla in mezzo alle macerie. Ci accolgono giovanissimi ragazzi di Silvan, armati e con il volto coperto. Parliamo con loro, spieghiamo le nostre intenzioni e ci permettono di passare con loro un’intera giornata. Sono tutti decisi a non arrendersi: “Questa è la nostra occasione per dimostrare come stanno le cose”. “Finalmente il mondo conoscerà il vero volto della Turchia”. Manifestazioni nel centro della città scandiscono le ore pomeridiane: “Viva il Kurdistan, viva il PKK”, poi la sera iniziano gli scontri e la mattina si contano i feriti e purtroppo spesso anche i morti, come quelli, anche se in circostanze diverse, di qualche giorno fa ad Ankara. Questa è la vita che ogni giorno da queste parti milioni di persone fanno. Ieri osannate dall’Occidente, ma oggi oramai, purtroppo troppo in fretta, dimenticate da tutti.

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