Israele, 9 mila palestinesi in galera senza accuse. È l’arma della detenzione amministrativa

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Israele, 9 mila palestinesi in galera senza accuse. È l’arma della detenzione amministrativa

Esercito e coloni agiscono in maniera coordinata. E i palestinesi possono finire dentro senza accuse o processati dai tribunali militari.

 È il 25 agosto e a Beit Jala, nord di Betlemme, Alice Kisiya viene arrestata nel giardino di quella che è da generazioni la proprietà della sua famiglia, il suo giardino. Tra le accuse, che sono “sei o sette”, come ci racconta Alice, “c’è quella, falsa, di aver colpito un colono”. Uno di quei giovani coloni che il 31 luglio si sono impadroniti illegalmente della casa in cui è nata e cresciuta, scortati dall’esercito e con il pretesto di dover dichiarare l’area “zona militare chiusa”. Si tratta di una prassi comune nei territori occupati della Cisgiordania: solo nei primi sette mesi del 2024, 615 abitazioni palestinesi sono state confiscate o demolite da coloni israeliani.  “Sono arrivati, hanno invaso la zona, protetti dall’esercito, e ci hanno buttato fuori dalle nostre case”, prosegue. Mentre parla, sta in piedi fuori dalla Tenda della Solidarietà, creata dopo lo sfratto con l’obiettivo di attirare più attenzione, più attivisti, più giornalisti qui, per vedere e raccontare quello che accade quotidianamente: “Protestiamo in maniera pacifica perché ci rifiutiamo di abbandonare la nostra terra”. Così dal 31 luglio la protesta è andata avanti, fino al giorno dell’arresto di Alice, il 25 agosto.

Come in molti altri casi – sono più di novemila le persone detenute in regime di detenzione amministrativa, senza la formulazione di alcun capo d’accusa, semplicemente classificati come “prigionieri di sicurezza”, dal 7 ottobre a oggi – l’arresto di Alice è un ulteriore espediente per scoraggiare l’attivismo, per provare a spezzare la determinazione di chi combatte per i propri diritti. Coloni, esercito e Stato di Israele agiscono in questi contesti in maniera coordinata e compatta: sono i coloni a invadere le proprietà, l’esercito a fornire loro protezione, ma “lo Stato di Israele li copre e li protegge: sono stati loro a entrare nella mia terra, eppure sono io quella che è stata arrestata, io, mio fratello e mia madre”. Un’azione coordinata supportata anche a livello giuridico, come Alice ha sperimentato, arrivata in tribunale, un fatto di per sé eccezionale, dopo una notte passata in cella – un fatto di per sé eccezionale nella normalità dell’occupazione- “Guardando i documenti ho visto che chi mi accusa è lo Stato di Israele, non i coloni”. Pronuncia queste parole con il tono fermo, combattivo, di chi non ha intenzione di piegarsi, di arretrare di un passo, nemmeno di fronte a una sproporzione di forze tanto palese. Si gira a guardare la valle alle sue spalle: “Io sono nata qui, mio padre è cresciuto qui e così la mia famiglia fino a suo bisnonno, ho molti ricordi che mi legano a questa terra”.

Alice è stata portata davanti a un tribunale, le sono state ufficialmente formulate delle accuse ed è stata scarcerata dopo pochi giorni; ora si trova in libertà e ha ripreso il suo posto, nella protesta nonviolenta che prosegue e non accenna ad affievolirsi, fuori dal cancello chiuso della sua proprietà. Per quanto paradossale possa sembrare, il suo è un caso raro e fortunato tra la popolazione palestinese, che normalmente viene giudicata da tribunali militari e non davanti a una corte civile, e per cui tasso di condanne sfiora il 100 percento. Un doppio standard insostenibile, soprattutto se si considera che gli israeliani che abitano nella stessa regione vengono invece giudicati in un normale tribunale, ma che il 93.7 percento delle indagini sui reati commessi dai coloni contro i palestinesi in Cisgiordania non porta alla formulazione di alcun capo d’accusa.

Arresti e detenzioni sono spesso usai anche come azioni punitive o come ulteriore strumento di oppressione contro la popolazione palestinese, come testimonia la storia di Abbas. È la notte tra il 3 e il 4 luglio quando viene aggredito insieme a Michele, attivista italiano di Mediterranea Saving Humans, durante un pogrom in cui una settantina coloni cercano di dare alle fiamme il piccolo villaggio di Um Faqara, colline a sud di Al Khalil. Michele viene picchiato, preso a calci e abbandonato sulla strada, riportando diverse contusioni al costato e al volto. Va peggio ad Abbas, a cui i coloni fratturano entrambe le gambe e un braccio. Ma non è tutto: “dopo il pestaggio,” racconta Michele, “è arrivata la polizia, hanno arrestato Abbas, accusandolo di aver provocato lo scontro. È stato detenuto in una caserma dell’esercito all’interno di una colonia per 48 ore senza ricevere alcuna cura medica”. Soltanto dopo essere stato rilasciato può raggiungere l’ospedale grazie a un gruppo di amici venuti a prenderlo in macchina. Mediterranea Saving Humans è attiva nell’area da qualche mese, in appoggio a Operazione Colomba e Youth of Sumud, per effettuare accompagnamenti e azioni di interposizione nonviolenta, ma, mi spiega Michele il giorno dopo l’aggressione, “siamo qui anche per questo, per monitorare e denunciare le violenze e le violazioni dei diritti umani più basilari che la popolazione palestinese subisce quotidianamente. In questo contesto, l’uso della detenzione amministrativa come mezzo di oppressione fa parte dello schema con cui le forze di Occupazione portano avanti il loro disegno di lenta ma costante pulizia etnica”.

L’arbitrarietà con cui Israele gestisce la detenzione dei palestinesi è realtà ben nota a Khalida Jarrar, prelevata da casa sua alle 5 di mattina dello scorso 26 dicembre, in occasione del suo quinto arresto. Khalida, attivista per i diritti umani e rappresentante dell’Assemblea Legislativa Palestinese, ha 61 anni e ne ha trascorsi un totale di quasi sei in prigione. Quattro su cinque delle sue detenzioni sono state in regime amministrativo, senza accuse o processo, tra cui l’ultima. A dicembre, dopo l’arresto, è stata portata nella prigione di Damon, sul monte Carmel, appena fuori da Haifa, dove avrebbe dovuto scontare sei mesi. Il 24 giugno la sua detenzione è stata rinnovata per altri sei, al termine dei quali potrebbe essere rinnovata ancora, sempre senza la formulazione di alcuna accusa e senza subire nemmeno un interrogatorio. Il 13 agosto, senza preavviso e senza spiegazione, è stata trasferita nel carcere militare di Neve Tirza, dove è stata subito messa in isolamento. Da più di venti giorni si trova in una cella di un metro e mezzo per due e mezzo, completamente priva di aperture o aerazione: “Quando sono arrivata c’era una piccola finestra in alto, ma è stata chiusa dopo il primo giorno”, ha riportato alla sua avvocata, Hiba Masalha, “non c’è altro modo per respirare, sto davvero soffocando nella mia cella, mentre aspetto che il tempo passi, sperando di trovare abbastanza ossigeno per respirare e rimanere in vita”. Anche l’acqua del piccolo gabinetto nella cella non funziona quasi mai, e non ha a disposizione nessun altro dispositivo igienico – niente sapone, spazzolino da denti o dentifricio. Nonostante le richieste da parte della sua avvocata e di diverse associazioni a tutela dei diritti umani, il Sistema Penitenziario Israeliano si rifiuta di dare informazioni sul motivo o la durata dell’isolamento.

Quello di Khalida non è un caso isolato. Come ha evidenziato il rapporto “Welcome to Hell,” pubblicato dal centro israeliano per i diritti umani B’Tselem ad agosto, quello delle detenzioni amministrative è “un meccanismo istituzionalizzato, efficiente e sistematico che ha reso la violenza, l’umiliazione e il degrado una routine imposta a tutti i palestinesi classificati come prigionieri di sicurezza”. Affermazioni ampiamente supportate dai numeri: prima del 7 ottobre c’erano 5.192 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, 1.319 dei quali in regime di detenzione amministrativa, a luglio 2024 i dati erano saliti rispettivamente a 9.623 e 4.781. I detenuti rilasciati dopo il 7 ottobre riportano di abusi e torture costanti, di “condizioni disumane e negazione di bisogni primari, come cibo, acqua e cure mediche”.


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