MOSUL OVEST – Al mattino verso le 7 ci accorgiamo del fumo scuro che si alza fuori dalla finestra. Tutti dormono sul pavimento, dopo una notte di scontri. Il tenente Hassan Kazhim Faraj è attaccato alla radio, ma non si accorge di niente. “Cos’è questo fumo?”, chiediamo all’ufficiale, che interpella le vedette sui tetti. “Daesh (Stato islamico nda) ha dato fuoco alla casa davanti. Forse per non farsi vedere dai droni” rispondono. Un attimo dopo inizia l’inferno a colpi di bombe a mano, raffiche incessanti e razzi Rpg. I seguaci del Califfo attaccano il nostro piccolo forte Apache, un avamposto di prima linea della polizia federale ad un passo dalla città vecchia. Tutti scattano in piedi per imbracciare le armi, infilarsi gli anfibi, il giubbotto antiproiettile e l’elmetto. Il maggiore Abd Sajid Raed, comandante del pugno di uomini del 5° battaglione ordina di distribuire le bombe a mano e di piazzare i mortai. Dai quattro edifici che controlla con il suo reparto arrivano notizie allarmanti: “Sono davanti a noi, ci lanciano le granate. Li abbiamo visti dietro l’angolo”. Assieme ai giovani poliziotti delle truppe d’assalto cerchiamo di raggiungere il tetto spazzato dalle raffiche. Impossibile uscire per rispondere al fuoco. Da una finestrella alle nostre spalle un cecchino infila un proiettile che si conficca nel muro poco sopra le nostre teste.

I mortai non servono per la distanza troppo ravvicinata. Il maggiore è indeciso se chiamare l’appoggio aereo per lo stesso motivo e per la possibilità che ci siano ancora civili nascosti nelle case circostanti. L’artiglieria rischierebbe di colpire pure noi.

Dall’altra casa in mano alle truppe d’assalto della polizia federale si vedono tre jihadisti che lanciano bombe a mano. Uno viene colpito e trascinato via dai compagni. Nel vicolo resta solo il suo kalashnikov.

Un razzo Rpg scoppia all’improvviso al piano di sopra della casa comando, dove ci troviamo. Il fragore si mescola alle urla dei soldati feriti, che scendono barcollanti le scale, aiutati dai commilitoni. Uno perde sangue da un occhio e l’altro non riesce a camminare. Un piede è storto e lo scarpone perforato da una scheggia. L’unico infermiere del reparto fa del suo meglio, ma non ha neppure il tourniquet per bloccare l’emorragia. Il piede del soldato è squarciato. Il fotogiornalista Gabriele Micalizzi, che da un mese condivide con chi scrive la dura battaglia di Mosul, si mette all’opera per salvare il ferito.

“Stavamo aprendo un foro nel muro per piazzare un cecchino. Quando l’ultima parte della parete ha ceduto e ho visto un razzo Rpg che arrivava dritto verso di noi. Poi ricordo il boato dell’esplosione e più nulla”, racconta Mohammed Qasim, 26 anni, con la gamba fasciata.

I miliziani jihadisti sono così vicini che riescono a lanciare le bombe a mano dentro le case difese dalla polizia federale. Gli scoppi assordanti ed il fumo si susseguono. I proiettili fendono l’aria sibilando. Dopo l’ennesima esplosione di una granata, arrivano altri feriti al posto di comando. Un capitano con i baffoni alla Zapata barcolla e non sente nulla. Uno dei suoi uomini è colpito da schegge alle gambe e al fianco, ma ce la farà. Altri sono sotto shock. Una bomba a mano è esplosa sul tetto che difendevano. Oramai i feriti sono otto e mancano le stanze a prova di bomba dove metterli.

I rinforzi più volte richiesti non arrivano. La risposta via radio è sempre la stessa: “Tenete le posizioni ad ogni costo”. Il maggiore manda tutti sui tetti ed a presidiare gli ingressi, ma mancano le “rumana”, come gli iracheni chiamano le bombe a mano per il combattimento ravvicinato. A metà mattinata le bandiere nere danno alle fiamme un’altra casa alle nostre spalle sulla grande strada battuta dai cecchini. Nessuno osa ammetterlo, ma in pratica siamo semi circondati. Le vedette sui tetti continuano a segnalare miliziani jihadisti a 20 metri da noi, che si spostano fulminei per continuare ad attaccare.

Il reparto del 5° battaglione resiste a stento sparando all’impazzata. Per i feriti più gravi la situazione sta diventando drammatica. Verso ora di pranzo una squadra di rifornimento bloccata per ore dai cecchini riesce a raggiungerci con viveri e munizioni. L’unica via di scampo è attraversare la strada a doppia corsia, sotto il tiro delle bandiere nere, verso un’altra postazione. I blindati non possono arrivare perché il percorso è zeppo di trappole esplosive.

Gli iracheni si piazzano ai due lati della strada scatenando un fuoco di copertura d’inferno. I più giovani e forti caricano in spalla i feriti che non possono camminare mettendosi a correre. Altri vengono aiutati con i commilitoni che sparano e fanno da scudi umani. Sembra un film, ma è tutto vero. Poi tocca ai giornalisti, ma un cecchino comincia ad infilare proiettili sulla strada. Non ci resta che attendere. Una bomba a mano scoppia talmente vicina, che il fumo ci lambisce. Poco dopo un soldatino trafelato annuncia: “Abbiamo beccato il cecchino. Adesso tocca a voi”. Chi crede si raccomanda l’anima a Dio e poi si scatta come centometristi per oltrepassare la strada assieme ad un poliziotto ferito che saltella su una gamba. In un attimo siamo in salvo scortati dagli agenti speciali verso la stazione ferroviaria. Alle nostre spalle una colonna di fumo nero si alza da una postazione dello Stato islamico colpita dal cielo. L’assedio al nostro piccolo forte Apache continua.

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