L'ombra americana su Kiev
Così la guerra è diventata affare di Washington

“Al momento in Ucraina non stanno vincendo né i russi né le forze di Kiev”. Questa è la frase che ripesiamo più spesso in questi giorni. Secondo le dichiarazioni dei portavoce dell’intelligence, degli esperti militari associati e accreditati, degli analisti e dei think tank sussidiari delle agenzie governative, la guerra – o le “operazioni militari speciali” comandate e battezzate da Vladimir Putin – è in una completa fase di stallo.


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Questa fase di impasse, dove nessuno dei due schieramenti riesce a tagliare il fronte facendo progressi significativi ma al contrario pare attestarsi su posizioni che rischiano di riportarci alla memoria le atroci campagne di logoramento, altro che “blitzkrieg” di cui tanto si era parlato al principio delle ostilità, è stato reso possibile solo ed esclusivamente dall’intervento fortuito di “attori esterni”. Attori che non si sono lasciati spaventare dalle minacce di Putin – che pure aveva messo in guardia l’Occidente minacciando “conseguenze mai sperimentate” per le potenze estere che avrebbero interferito.

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Stiamo parlando dell’intelligence occidentale ovviamente, che ha avvertito Kiev nel preludio dell’invasione consentendole di respingere il colpo di mano degli Spetnaz a Hostomel, facendo in questo modo fallire l’operazione di decapitazione pianificata dal Cremlino; per poi continuare fornire informazioni decisive sul piano strategico, insieme ad armamenti sempre più efficaci e forse “consiglieri” sul campo, per consentire alle forze di difesa ucraine di respingere e arginare efficacemente l’invasione delle 190 divisioni russe che si erano mobilitate sotto gli occhi della CIA. Che, va ricordato, aveva annunciato con un mese d’anticipo il pericolo reale di un’invasione imminente dell’Ucraina.

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Questa interferenza non trascurabile dei servizi segreti occidentali non è stata – come facilmente prevedibile – priva di conseguenze. E si potrebbe declinare in due funzioni principali. La prima, citando alcune parole al nostro Primo ministro Mario Draghi in visita a Washington proprio questa settimana, è l’aver dimostrato attraverso gli eventi come sia cambiata la “fisionomia” del conflitto nella percezione globale. (E di conseguenza, forse, l’intento assetto mondiale nell’equilibrio tra superpotenza). Dove “inizialmente si pensava ci fosse un Golia e un Davide“, e dove invece la Federazione Russa di Vladimir Putin “non è più Golia”. La seconda, è che per quanto il tempo passi e la Guerra Fredda ci apparisse soltanto come il lontano spettro di un’epoca passata, i suoi assetti, le sue minacce e le sue strategie base, da una parte e dall’altra della vecchia “cortina di ferro”, sono rimaste le stesse. Con una sola differenza: l’essere arrivati ad un passo dal dover scoprire tutte le carte che una data potenza teneva in mano – deterrenza a parte.

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È così dunque che Mosca ha optato – dopo il fallimento del suo piano di “guerra lampo” risolvibile in meno di cinque giorni – per il proseguire ad ogni costo un operazione militare su vasta scala che già conta ingenti perdite – come ai tempi della Cecenia – e rischia di concretizzarsi in una vittoria mutilata. Che la vedrà conquistare nella migliore delle ipotese quella striscia di territorio che collega la Crimea al Donbass. Al prezzo di una guerra di logoramento senza una data di fine. Allo stesso modo Washington – maggiore esperta al mondo di operazioni sotto copertura, o “black ops” come vengono chiamate in gergo – ha rispolverato le vecchie tattiche impiegate al tempo dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. Lasciando Mosca a dissanguarsi lentamente sotto i colpi di combattenti stranieri foraggiati dai dollari americani fino alla lenta e inesorabile ritirata. Questa ipotesi, affatto remota, porterebbe alla completa riconsiderazione della potenza russa sullo scacchiere globale. E potrebbe prevedere – ma questo è in parte tirare ad indovinare – possibili ripercussioni (sempre a vantaggio dell’Occidente) in altre “zone calde”: ad esempio l’Africa sottoposta a questo nuovo “periodo coloniale”.

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Mentre il presidente e Commander in Chief Joe Biden – sia spinto o meno da interessi elettorali a medio termine – mantiene posizioni distanti, e a tratti inconciliabili, con la ricerca di un clima di distensione per riportare gli Stati Uniti ad essere mediatori principali sul piano dei negoziati tra le parti belligeranti (che non trovano spazio tra oltre 6 settimane); l’intelligence statunitense ritiene e dichiara che il presidente russo Vladimir Putin intenderebbe prolungare il conflitto. Che potrebbe allargarsi ai fronti della Transnistria – Stato indipendente de facto sorto nella vicina Moldavia. Nelle mire del Cremlino, rientrerebbero addirittura Svezia e Finlandia. E l’annuncio dell’imposizione della legge marziale in Russia sarebbe, secondo diversi think tank un segnale da prendere in considerazione in tal senso.