Guerra /

La caserma del battaglione Vostok si trova alla periferia meridionale di Donetsk, oltre il ponte sul fiume Kalmius.

Qui si addestrano i più temibili reparti della milizia separatista del Donbass, che da ormai due anni – nelle trincee di Piski, Spartak e Makeevka – tengono testa all’esercito di Kiev. Superare i posti di blocco non è facile. Bisogna ottenere le apposite “akreditacija”, che verranno controllate con cura dalle guardie armate di kalashnikov che presidiano i cancelli d’ingresso. Gli edifici sono arredati con stile spartano: qualche tavolo sgangherato, alcuni vecchi computer anneriti dal fumo del tabacco, le brandine con la rete sfondata, le rastrelliere colme di armi. Ovunque, sulle mensole e sui muri, una strana collezione di falci e martello, antiche bandiere zariste, stelle rosse e berretti da cosacco.

Pochi giornalisti occidentali sono riusciti ad accedere a questa incredibile cittadella filorussa. È qui, nel grande cortile in terra battuta solcato da fossi anticarro e reticolati, che abbiamo incontrato due dei combattenti italiani che si sono uniti alle truppe ribelli anti-ucraine: il varesino Gabriele Carugati e il bresciano Massimiliano Cavalleri, nome di battaglia “Spartaco”. L’intervista è durata pochi minuti, giusto il tempo di qualche sigaretta: i due – reduci da qualche ora di riposo nelle retrovie – si stavano preparando per rientrare in trincea.

“Ogni volta che sparo a un soldato ucraino – ci ha detto Cavalleri, calcando ogni singola parola nel suo inconfondibile accento lombardo -, immagino i colpire uno dei nostri politici di Bruxelles”. Carugati aveva un’espressione più timida. Di lui sapevamo pochissimo: conoscevamo la sua età – 25 anni – e le attività politiche della madre, che era segretaria della Lega Nord in un paesello della Brianza. Pochi studi, un lavoro precario, nessun curriculum militare.

Cavalleri – ex assaltatore degli alpini e parà della Folgore – era senza dubbio il più esperto della coppia. Nel febbraio 2015, durante la battaglia per la conquista dell’aeroporto di Donetsk, era stato ferito a un piede da un colpo di arma automatica: “Ho visto molti miei compagni morire – ci ha detto -. Quando il piombo ti scava la carne, vieni colto da una sorta di scarica nervosa. Ricordo che quel giorno mi gettai sulla mitragliatrice e iniziai a sparare come un ossesso. Perdemmo molti camerati, ma riuscimmo a respingere tutti gli assalti ucraini”.

Sono una dozzina i volontari italiani che hanno abbracciato la causa separatista. Il più celebre di essi è senza dubbio Andrea Palmeri, l’ex ultrà neofascista della Lucchese giunto nel Donbass nell’estate 2014 e che oggi lavora per l’amministrazione della repubblica popolare di Lugansk.

Cosa spinge un giovane europeo ad abbandonare la casa, il lavoro, la famiglia, le sicurezze della vita occidentale, imbracciare il fucile e venire ad ammazzare (e farsi ammazzare) tra queste lande desolate ai confini con l’Asia? Una risposta non c’è, o forse ce ne sono molte, e sono un inedito mix di nazionalismo, anti-atlantismo, esaltazione comunitarista, romanticismo in salsa 2.0 e una più indefinita voglia di menare le mani.

“Perché combatto quaggiù? – ci ha detto Cavalleri – Perché se oggi vinciamo in Ucraina, domani potremo farlo in Italia”. Così ragionano gli italiani di Putin, nel grande piazzale della caserma del Vostok.