DAMASCO – Il conflitto siriano è un complesso mosaico di interessi economici e geopolitici ma è soprattutto la storia di giovani infermiere donne che medicano giovani soldati uomini che a loro volta si sono sacrificati per difendere il loro avvenire. Mano nella mano, uniti da un solo obiettivo: liberare la Siria dal terrorismo che da più di cinque ha creato il deserto laddove c’era la pace

La guerra ha la capacità e la forza di trasformare l’approccio spirituale che solitamente ogni essere umano intrattiene con l’esistenza. Provate a chiedere ad un bambino di Aleppo, Homs o Damasco cosa vuole fare da grande. Risponderà entusiasta: “Il soldato!”. Da quelle parti non esistono le “popstar” perché gli eroi sono diventati i generali dell’esercito premiati da medaglie al valore, feriti o morti sul fronte. Ecco che improvvisamente giovani tra i 18 e 25 anni si sono ritrovati a condurre una vita che molti non avevano nemmeno immaginato. Alcuni di loro si sono lanciati in prima linea a combattere con le armi, altri invece hanno scelto di stare nelle retrovie, negli ospedali di guerra, per curare ogni forma di trauma.Il ritratto di questa generazione in guerra è scolpito sui volti e nelle storie dei feriti ricoverati all’ospedale Youssef Al Asma di Damasco, il più grande del Paese dopo quello militare di Tishrin. La maggior parte di loro son soldati, ragazzi qualsiasi, partiti sul fronte per combattere una battaglia molto più grande e sporca di loro. Tra questi c’è Hussein al Shmen, ventitreenne, colpito sul fianco da un proiettile pochi mesi fa. È disteso sul lettino, paralizzato, avvolto in una coperta di lana. Il fratello più piccolo è seduto accanto per offrirgli conforto. “Salam”, dice a bassa voce, poi fa segno con la mano di avvicinarci. Improvvisamente tira fuori il cellulare mostrando una fotografia. “Ero a Deir Ezzor, è li che sono stato ferito”.

Hussein si è salvato per miracolo ed è stato portato d’urgenza qui a Damasco. Della sua storia se ne parla persino nei corridoi dell’ospedale: è reduce di uno dei fronti di guerra più celebri e eroici della Siria. Deir Ezzor è una città priva di acqua potabile ed elettricità, letteralmente accerchiata dai miliziani di Daesh, che sopravvive grazie al controllo militare dell’aeroporto dal quale vengono paracadutati viveri, medicinali, armi e munizioni. A difenderla sono 800 soldati comandati da uno dei più valorosi generali del Paese, Issam Zahr al Din, soprannominato “comandante falco” (in tutte le fotografie compare con un falco sulla spalla destra). Dopo qualche istante entra un’infermiera, si chiama Reem, ha solo ventidue anni, e lavora qui all’ospedale Youssef Al Asma da un paio di mesi. Come molte delle sue colleghe universitarie si è laureata in anticipo e abbandonato gli studi per svolgere il primo soccorso, assistere in sala operatoria e occuparsi dei feriti. In più cinque anni di guerra i pazienti si sono moltiplicati, sovrappopolando le strutture mediche che col passare dei mesi hanno subito una riduzione drastica del personale. “Mi è stato consegnato il diploma sebbene mi mancasse un anno di studio, c’era un bisogno urgente di infermieri”, spiega Reem. Lo stesso discorso è valso per molti specializzandi nel reparto chirurgico. Hanno bruciato tutte le tappe e già operano i feriti che vengono portanti dall’ambulanza. In Siria la crisi umanitaria è prima di tutto la crisi delle strutture ospedaliere. È proprio in questo contesto che un gruppo di medici italiani – i primi occidentali a presentare questo genere di missione – appartenenti all’organizzazione non governativa Emergenza Sorrisi si è recato per una settimana presso la struttura medica di Damasco – per intervenire su giovani siriani ricoverati a causa dei traumi di guerra. Un’iniziativa unica nel suo genere nata da una collaborazione tra il dottor Fabio Massimo Abenavoli, presidente dell’ONG e Jamal Abo Abbas, pediatra e presidente della comunità siriana in Italia. I ritmi di lavoro sono intensi, i casi clinici si moltiplicano ogni giorno che passa. Le barelle viaggiano da una parte all’altra dei corridoi. Per ore e ore i medici di Emergenza Sorrisi, insieme ad infermieri e anestesisti, con una calma olimpica, maneggiano i ferri, tagliano, ricuciono, de-costruiscono e ricostruiscono intere parti del corpo umano. Prima di entrare in sala operatoria il dolore è scolpito negli occhi dei pazienti eppure l’orgoglio fa tacere le grida . I feriti stringono i denti, versano qualche lacrima, non conoscono il sentimento di disperazione. Si coglie una virilità tutta siriana che riesce a trasformare la drammaticità di un fatto in una nota di speranza per l’avvenire. La morte non fa paura. La morte deve essere sconfitta. E questo anche grazie al prezioso e proficuo contenuto dei medici chirurghi italiani.

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