Foreign fighters, contractors, mercenari, possiamo chiamarli in tanti modi. In Ucraina sono presenti su entrambi i fronti, almeno dal 2014, da quando è cominciata la crisi del Donbass. Difficili da avvicinare in passato, questa guerra sembra averli “sdoganati”. Alcuni di loro si lasciano avvicinare, anche se la diffidenza resta. Basta provare ad approfondire la provenienza delle armi per essere allontanati in malo modo.

A parole raccontano di essersi mossi per difendere la libertà. È la storia ad esempio di uno di loro, un fighter con la barba lunga e un’aria vagamente islamica, proveniente dal Massachusetts: “Vado in Ucraina perché credo nella libertà e Putin sta cercando di imporre le sue regole radicali a persone che non le vogliono”. Dello stesso avviso anhe Gabriel, 40enne del Costa Rica: “Se non si ferma adesso la Russia andrà in altri stati e comincerà ad attaccare anche paesi dell’Unione Europea”.

Diretti un po’ ovunque, da Mariupol a Kiev tutti, appena entrati in Ucraina, passano da Yavoriv, vicino Leopoli. Si tratta di un ex centro di addestramento della Nato che ora funziona da caserma di smistamento. Questo passaggio innervosisce molti, come Leon, 37 anni, inglese: “Se penso che dovremo percorrere quindici chilometri prima di poterci armare, ho paura, ma lo faccio per una buona ragione”.

La base, nonostante sia stata bombardata dai russi più volte, continua a funzionare. Una parte dei combattenti che incontriamo, il giorno prima, si trovava proprio all’interno del compound durante uno dei raid. Molti di loro, sorpresi dalle esplosioni, sono fuggiti tra i boschi per rientrare in Polonia e riorganizzare il rientro in Ucraina.“Il nostro battaglione è stato bombardato, almeno da due caccia, stavamo tutti dormendo, si è scatenato il panico. Non sappiamo quanti volontari siano morti”, racconta Tiago, giovane brasiliano, istruttore di tiro e imprenditore.

La piccola brigata internazionale che si raduna a Medyca, è composta da combattenti di ogni dove: Stati Uniti, Canada, Inghilterra, Francia, ma anche Brasile, Ecuador e Colombia. Alcuni hanno già combattuto in Iraq, in Afghanistan, in Siria, in Bosnia, come Gabriel: “ Sono stato in diverse zone con l’esercito americano in Medio Oriente, la paura non è quella di morire ma di come morirò”.

Altri sono alla loro prima esperienza, nonostante tutti abbiano già avuto un addestramento militare nella legione straniera francese o nei reparti para-militari di repressione alle Farc colombiane. “Entrerò in Ucraina per unirmi alla legione internazionale” ci dice Luis, giovanissimo ecuadoregno: “non ho molta esperienza ma ho fatto il corso base e mi piace l’idea che posso aiutare gli ucraini”.

Tra di loro la maggior parte si dichiara volontaria, ma c’è chi ammette di ricevere dei soldi. In generale, la frase di Mike, veterano canadese, ex contractor in Bosnia e Afghanistan, ma che oggi si dichiara totalmente volontario, racchiude il senso delle loro motivazioni: “Quando vedo una donna di 65 anni impugnare un fucile AK47, voglio combattere proprio accanto a lei”.

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