Sono trascorsi ormai quindici giorni da quando è esplosa la guerra in Nagorno Karabakh: 27 settembre 2020, un giorno d’inciampo nella storia, una data che indica il momento in cui un’intera terra ha iniziato a familiarizzare con il dolore e la quotidianità ha sempre più assunto i connotati di una pena orfana di remissione

Martakert è una delle ultime città armene prime della frontiera con l’Azerbaijan, per arrivarci occorre attraversare tutta la piana di Agdam, le trincee sono su entrambi i lati della strada e i razzi cadono in ogni dove. Camion distrutti e segni dei bombardamenti si incontrano lungo la carreggiata sino all’ingresso nella spettrale cittadina. Martakert è il punto d’osservazione migliore per comprendere come qua, nel Caucaso meridionale, gli ingranaggi del cronometro della storia si siano inceppati martellando solo l’inesorabilità della sofferenza. Nulla ricorda più la vita, gli edifici hanno impressi i segni degli scontri che qui, a pochi metri dalla frontiera, sono ossessivi e continui. I colpi d’artiglieria hanno danneggiato anche l’ospedale cittadino, una casa è ridotta a uno scheletro di cemento, un magazzino alimentare è stato completamente distrutto e i boati delle esplosioni e il ronzio dei droni logorano i nervi rammentando l’incombenza di una minaccia costante, invisibile e letale.

Solo pochi uomini si avventurano per le vie cittadine, come Armian, che ha 23 anni, zoppica a causa di una scheggia che l’ha ferito ad una gamba e racconta: ”Io non lascio questa città perché questa è la mia terra e voglio restare qui sino a quando la guerra sarà finita. Appena guarisco riparto per il fronte per andare a combattere”. La guerra è endemica, saldata nelle giunture dell’anima, un sacrificio da compiere ad ogni costo e lo conferma anche David Lalayan, capo dell’educazione del dipartimento di Martakert che, interrogato su come sarà possibile ricostruire il futuro dell’Artsakh dopo che i bambini sono stati costretti a familiarizzare con il conflitto, ha risposto: “Da generazioni i nostri figli crescono con la guerra e noi li stiamo abituando a esserne preparati. Insegniamo loro a non farsi cogliere alla sprovvista perché questa è una zona di guerra e non possiamo sapere quando cesserà e quando finalmente vivremo in pace. È evidente che i diritti basici dell’infanzia sono completamente violati e sappiamo che i bambini non dovrebbero mai essere sottoposti a queste brutalità, ma occorre crescere consapevoli di cos’è un conflitto per poterlo affrontare e anche vincere”.

La vittoria, una parola ripetuta come un mantra, ostentata dai cittadini nell’indice e nel medio aperti a formare un’avveniristica ”V”, gridata dagli ufficiali su entrambi i lati del fronte e dai giovani volontari che mandano proposte di matrimonio alle fidanzate promettendo di sposarle quando il conflitto sarà cessato e la guerra sarà vinta. Una parola così inflazionata, vittoria, che rivela come la promiscuità con la guerra abbia oggi accecato gli animi rendendo le genti meno consapevoli della straordinaria bellezza di un’ordinaria vita in pace.

Ma il desiderio di un’immediata pace c’è invece nei più vulnerabili, come gli anziani, che le sofferenze degli anni le portano incise nelle rughe del loro corpo e che di guerre ne hanno vissute troppe per farsi trarre nuovamente in inganno dalla magniloquenza della retorica, dai furori irredentisti e dai nazionalismi pugnaci.

In un piccolo appartamento del centro città di Stepanakert vivono due donne che non possono mettersi al riparo nei rifugi perché condannate a letto dalla malattia. Zarik ha 65 anni, dei gravi problemi di cuore, parla a fatica, con un flebile filo di voce, ed è distesa su una brandina avvolta in pesanti coperte. Accanto, su un altro piccolo letto, c’è Sonya, che di anni invece ne ha 91 e non riesce neppure a camminare. Trascorrono il tempo insieme cercando, nella solidarietà degli ultimi, un commovente conforto dal male che le travolge. Ad assisterle c’è Sergej, il marito di Zarik, è lui che si preoccupa di assistere le due donne, portare loro le medicine e il cibo e non lasciarle sole. ”Loro non possono andare via di qua e io non le abbandono”, confida Sergej. “Se continuano a bombardare noi non avremo scampo e moriremo. Ma se questo sarà il nostro destino, allora moriremo tutti e tre insieme”.

L’anziana Sonya, con gli occhi lucidi, grida: ”Io ho paura, tantissima paura. Prego chiunque di smettere con tutto questo, non voglio vivere così”. Poi, nonostante il cessate il fuoco provvisorio per scopi umanitari proclamato da Yerevan e Baku, di nuovo si sente l’eco di una sirena che, se ascoltato da dentro un rifugio, spaventa, all’interno dell’appartamento, invece, terrorizza, perché immediata si ha la consapevolezza di essere vulnerabili e si comprende all’istante che in caso di esplosione non ci sarebbero possibilità di salvezza.

Zarik si abbandona ad un pianto di paura e sfinimento e osservandola, in silenzio, si manifesta la spietatezza di un conflitto che non concede abbuoni di pena o sconti all’innocenza, dove gli ammalati sono condannati perché rei del proprio male e dove l’antica misericordia per gli anziani è ormai stata sepolta anch’essa sotto un cumulo di macerie.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME
ALTRI EPISODI
  • PARTE 1

    L’assedio di Stepanakert

    (Stepanakert) Viktor ha 21 anni, gli occhi vivi, la parlata loquace degli studenti universitari ed è più giovane della guerra che sta andando a combattere. Lungo la strada che da Yerevan, la capitale dell'Armenia, conduce a Stepanakert, la capitale del...

    Continua a leggere
  • PARTE 2

    Vivere sotto le bombe

    L'oscurità della notte avvolge il Nagorno Karabakh come un nera coperta di paura e disperazione. La capitale dell'Artsakh, Stepanakert è completamente al buio, nessuna luce è accesa, le poche macchine che si spostano per le vie cittadine lo fanno a...

    Continua a leggere
  • PARTE 4

    Il sangue dopo la tregua

    Il cessate il fuoco per scopi umanitari, proclamato il 10 ottobre tra Armenia e Azerbaijan, non ha retto nemmeno 24 ore. Dopo poco infatti i bombardamenti hanno ripreso a colpire le città sia del Nagorno Karabakh sia dell'Azerbaijan e il...

    Continua a leggere
È un momento difficile
STIAMO INSIEME