L’oscurità della notte avvolge il Nagorno Karabakh come un nera coperta di paura e disperazione. La capitale dell’Artsakh, Stepanakert è completamente al buio, nessuna luce è accesa, le poche macchine che si spostano per le vie cittadine lo fanno a fari spenti e un improprio silenzio martella i nervi. 

Improvvisa, però, intorno a mezzanotte, echeggia un’esplosione, e poi un’altra, e un’altra ancora. L’aviazione, l’artiglieria e i droni azeri bombardano a tappeto la capitale del Nagorno Karabakh. I bagliori delle esplosioni squarciano il cielo e i boati delle deflagrazioni sono accompagnati dalle urla che echeggiano nell’oscurità. Qualcuno è morto, qualcun’altro è ferito, non si può sapere chi e neppure dove, si odono solo grida lontane, disperate, grida di ombre che invocano invano aiuto e pietà.

La guerra sovverte qualsiasi logica e impone il paradosso: sotto al sole si incontra la morte, sotto terra invece ci si aggrappa alla vita. Le poche persone rimaste in città, da giorni, non escono più dai bunker, vivono sottoterra condannate ad angosce e paure primitive come quella del buio e della solitudine. Si incontrano però, nei rifugi, anche storie capaci di sfregiare l’orrore e la violenza, come quella di Susanna che ha 29 anni e, nonostante una vita trascorsa in margine alla guerra, coltiva coi suoi sogni quell’utopia tenace che tiene viva la speranza che le cose possano cambiare un giorno. “Da quando sono iniziati i bombardamenti mi sono spostata a vivere con altre quattro famiglie nel rifugio in cui ci troviamo ora. Ma non è la prima volta che sono costretta a trasferirmi qua. Io sono nata nel 1991 e quando avevo soltanto tre mesi mia madre mi ha portata in questo rifugio perché era esplosa la guerra. Esattamente qui, dove siamo noi ora, ho trascorso il mio primo anno di vita. Chi l’avrebbe mai detto che dopo 28 anni ci sarei ritornata?”.

La madre di Susanna si trova a Yerevan, sua sorella a Bologna, suo fratello è sul fronte. Nessuno dei suoi parenti è qui con lei. Può mettersi in contatto con loro solo quando le comunicazioni non sono interrotte ma nonostante il dolore e l’imposizione dell’umiliazione di vivere in uno scantinato non si abbandona a facili vittimismi o a furie revansciste, conserva invece una rara dolcezza e manifesta l’antica e sincera virtù della comprensione. “Io odio i discorsi di odio, io non ho nulla contro le genti azere e in casa mia non ho mai sentito fare discorsi razzisti contro le persone dell’Azerbaijan, mai. Loro sono vittime quanto noi della guerra. L’unica cosa che voglio è vivere in pace nella mia terra, per me l’Artsakh è la mia storia, è tutto, non è solo un territorio”. E poi: “Io ho vissuto a Bruxelles, ho studiato a Bologna, ma non saprei come spiegare in modo efficace ai miei amici e coetanei europei cosa significhi vivere in guerra. Le giornate sono infinite, stare in un rifugio è come essere in prigione, il tempo non passa mai, non posso suonare il mio pianoforte, non posso leggere e ho paura. Non so quando rivedrò le persone che amo, mia sorella, mia mamma i miei nipotini. E mio fratello è in prima linea, e penso continuamente a lui. Come si può sostenere o volere una guerra quando impone e obbliga a questo dolore?”.

Il rifugio è uno scantinato umido dove un po’ di calore proviene solo da una vecchia stufa. Nel corridoio e nella sala centrale sono state posizionate delle panche, un tavolo e dei letti, e seduta su una  vecchia sedia Susanna estrae una lettera che le ha scritto la sua piccola nipote di soli sei anni e osservandola di continuo cerca nei disegni e nelle parole della bambina un estremo antidoto contro la malinconia. 

Di nuovo però le sirene preannunciano l’arrivo di altre bombe e tutti i presenti si ritirano nella stanza più interna del bunker dove da giorni vive anche Mariam Ohanyanian che ha novant’anni e gli occhi lucidi e le mani di pietra della gente di un tempo venuta al mondo col dovere come credo, la fatica come solo compagnia e la guerra come maledizione connaturata in un destino di ingiustizie. “Ho visto quattro guerre. Quattro. La seconda guerra mondiale, quella d’indipendenza negli anni 90 quando i nostri ragazzi combattevano coi fucili da caccia e le scarpe bucate, poi la guerra del 2016 e oggi tutto questo. Perché? Non ho fatto nulla di male nella vita per meritarmi questo dolore, nulla di male. Io avrei solo voluto vivere in pace nella terra della mia mamma e del mio papà!”.  

Una bomba esplode poco distante dall’edificio in cui siamo, il boato raggiunge anche il rifugio. Mariam, allora, per esorcizzare la paura si schiarisce la voce e sovrasta le sirene intonando una canzone armena dall’antico suono di una nenia materna e che parla della pietà di Dio. Perché, nella pietà degli uomini, l’anziana Mariam ha smesso ormai di crederci da tempo.

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