(Stepanakert) Viktor ha 21 anni, gli occhi vivi, la parlata loquace degli studenti universitari ed è più giovane della guerra che sta andando a combattere. Lungo la strada che da Yerevan, la capitale dell’Armenia, conduce a Stepanakert, la capitale del Nagorno Karabakh, o Artsakh, come le genti che abitano questo luogo chiamano la loro terra, si incontrano continuamente autobus con a bordo decine di soldati volontari in partenza per il fronte. Uomini adulti o poco più che ragazzi come Viktor, in mimetica e con i mitra a tracolla, fumano, scherzano, ridono e si mettono in posa per i selfie da mandare alle madri e alle fidanzate. Sembrano quasi essere ignari della barbarie del conflitto a cui stanno andando incontro o invece  ne sono talmente consapevoli che ricercano nel rito di una foto collettiva e di un sorriso da mandare a casa con WhatsApp, un ultimo ancoraggio all’umanità prima del disumano. 

Quando sta avvenendo tra i monti del Caucaso meridionale oggi non ha precedenti nella storia del conflitto del Karabakh. Una guerra tramandata come un anatema di morte da padre in figlio e da nonno in nipote da generazioni.

Le origini dello scontro che si sta consumando nella autoproclamata repubblica indipendente del Nagorno Karabakh risalgono all’epoca sovietica quando Stalin diede la regione, già all’epoca popolata per la stragrande maggioranza da genti armene, all’Azerbaijan, dal momento che voleva fare di questa nazione un avamposto per l’esportazione della rivoluzione bolscevica in Turchia. Alla fine degli anni Ottanta le richieste di indipendenza da parte di decine di migliaia di armeni vennero respinte e la convivenza tra la comunità azera e quella armena si fece sempre più difficile tanto che cominciarono a registrarsi scontri e massacri da ambo le parti che portarono a un inevitabile conflitto che dal ’92 al ’94 causò la morte di oltre 30mila persone. Solo un flebile cessate il fuoco fermò la guerra che si concluse con la vittoria finale degli armeni che occuparono l’intera regione e proclamarono la nascita della repubblica del Karabakh, non riconosciuta ad oggi da nessuno Stato al mondo, neppure dalla stessa Armenia. Formalmente però, in base agli accordi e alle risoluzioni internazionali il Nagorno Karabakh tuttora appartiene all’Azerbaijan ed è questo impasse giuridico il motivo per cui ancora si combatte. 

Piove a Stepanakert, è l’alba, una sottile nebbia si solleva come il sipario di una tragedia lasciando scorgere per le vie cittadini i segni dei terribili bombardamenti che l’esercito azero, con il supporto della Turchia, sta conducendo da una decina di giorni in tutto il territorio dell’Artsakh. Le strade sono deserte e la gente rimasta in città vive in rifugi sotterranei o in locali abbastanza solidi da resistere alle incursioni aeree e ai colpi dell’artiglieria. Edifici distrutti e squarciati si ergono come muti santuari dell’orrore nel centro cittadino, e tra le macerie ci sono biciclette di bambini, vestiti, stoviglie, bambole spezzate, un pallone buco, una pentola carbonizzata. Sembra un dipinto di una quotidianità dolce e delicata, ma all’improvviso interrotta. È l’aspetto più atroce di un conflitto, è la silenziosa testimonianza di cos’era la vita, sino a un istante prima che tutto finisse. Tra le auto carbonizzate si aggirano due uomini con una bottiglia e un tubo dell’acqua, cercano nei serbatoi anche una sola lacrima di benzina perché qui, in Karabakh, dopo dieci giorni di scontri già cominciano a mancare cibarie e carburante e nulla può essere sprecato.

Un fischio lungo, sordo attraversa il cielo, è un razzo balistico Lara, sono le 6.30 di mattina e l’assedio di Stepanakert è ricominciato. I colpi e le esplosioni si susseguono con una cadenza regolare. L’artiglieria, l’aviazione e i droni, come un metronomo di morte, scandiscono il ritmo delle giornate e, mentre le bombe piovono in continuazione, le poche persone colte all’improvviso in strada dai bombardamenti cercano un estremo riparo per non essere travolte dalle schegge e dalle deflagrazioni. “Ci vogliono uccidere tutti, tutti!”, grida un’anziana donna avvolta in una coperta, all’interno di un bunker. Si chiama Aida, ha negli occhi il terrore e nell’anima il Grande Male, e grida parole che pietrificano solo a evocarle: “Vogliono sterminarci, vogliono eliminare tutti gli armeni!”. È Stepankert ma sembra Sarajevo, è il 2020 ma nella memoria collettiva riaffiora il dramma del 1915. La storia sembra essersi cristallizata nel male secolare in queste ore di furia e stragi in Nagorno Karabakh. 

L’urlo delle sirene antiaeree si mischia con quello delle ambulanze che dopo ogni attacco si dirigono nei quartieri colpiti per fare evacuare i feriti e portarli il prima possibile all’ospedale cittadino. Mher Musaelyan, primario all’ospedale di Stepanaker, racconta che quando è possibile, dopo una prima assistenza, i feriti più gravi vengono immediatamente portati negli ospedali armeni e il collega Karen Daviziyan aggiune: “A seguito di un bombardamento registriamo anche cento feriti, la maggior parte riporta traumi alle braccia, alle gambe e schegge nel cervello. Lavoriamo senza sosta e i missili non sempre sono precisi; abbiamo paura di poter essere colpiti anche noi”. Nell’ospedale si lavora senza tregua e negli scantinati, dove infermieri e medici vivono da giorni dormendo su materassi di gommapiuma avvolti in coperte di lana, sono stati allestiti interi reparti e anche sale operatorie. Un razzo sorvola il nosocomio, poco distante un’esplosione e trascorrono solo pochi minuti che un’ambulanza arriva a sirene spiegate. Una donna urla disperata e appena viene spalancato il portellone del mezzo, la spietatezza del conflitto si mostra in tutta la sua ferocia: un uomo è riverso privo di sensi sulla lettiga. L’infermiere che è con lui dapprima chiede disperatamente dell’adrenalina poi tocca il polso all’uomo e con un compunto ed estremo gesto di pietà, in un luogo dove questa sembra essere stata assassinata, fa un segno della croce e abbassa le palpebre all’anziano. Ancora un morto in Nagorno Karabakh, lo stato che c’è ma che non deve esistere, dove oggi vivere è proibito ma morire è dovuto.

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