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La strada che conduce in salita verso la città vecchia di Mariupol è diventata il set di un film apocalittico. Un viale elegante e panoramico pieno di edifici del secolo scorso completamente incenerito. Sulla sommità c’è il teatro, divenuto tristemente noto alle cronache il 16 marzo 2022 quando venne colpito dai bombardamenti durante l’assedio alla città da parte delle truppe russe. Diverse centinaia di civili lo utilizzarono come bunker e quando venne distrutto rimasero sotto le macerie. Il numero esatto delle vittime, così come l’esatta dinamica, restano ancora da chiarire. Su alcuni dei cancelli delle vie laterali, a loro volta devastate, ci sono scritte fatte col gesso: “Qui vi sono persone”. Vive. Perché ogni cosa, durante la battaglia urbana di Mariupol, si sarebbe potuto trasformare da un momento all’altro in un potenziale obiettivo. Tragico che le autorità ucraine avessero scelto di ribattezzare proprio il viale che conduce al teatro “Peace Ave”.

 

In mezzo alle strade di tanto in tanto spunta qualche copertone d’auto. Non è un resto della battaglia bensì un avviso che sta a segnalare la presenza di una mina. La città ne è invasa. Vederle non è sempre facile specie se si tiene la testa all’insù sconvolti dalla devastazione. Così sono segnalate alla meglio in attesa che vengano fatte brillare. Per i russi le operazioni di sminamento sono una sorta di vetrina. Si tratta di una fase delicata e allo stesso tempo fondamentale per la messa in sicurezza delle città. Così, vogliono mostrare efficienza tecnologica e capacità militari. Dicono di aver ripulito il porto in una settimana. Alla fine di maggio (l’acciaieria Azovstal è stata totalmente evacuata il 20) avevano dichiarato di aver sminato un’area di 1,5 milioni di metri quadrati nel porto, con i genieri che hanno lavorato nelle banchine e sulle navi ormeggiate.

Il dipartimento di sminamento impiegato contava circa 120 specialisti che già dall’inizio del mese erano stati dislocati in tutti i territori presi sotto il proprio controllo e pesantemente minati, sia a terra che in acqua. Sergei Neka, ufficiale di comando delle operazioni di sminamento, disse: “Da quando abbiamo iniziato le operazioni di sminamento nella città di Mariupol, abbiamo estratto fino a 10mila mine marine e altri esplosivi. Ma non c’è modo di stimare quante ne siano ancora rimaste”. Il porto e le spiagge circostanti hanno avuto l’assoluta priorità, sia per la ripresa delle attività commerciali della struttura che si affaccia sul Mare di Azov e sia per la sicurezza dei civili. La bonifica dell’Azovstal invece prosegue, nell’imponente mostro d’acciaio sia russi che ucraini avevano usato mine per chiudere gli accessi (o le vie d’uscita a seconda dei punti di vista) al nemico. I rumori delle detonazioni si sentono distintamente anche dal centro.

Ma in generale per trasformare Mariupol in una città mine-free ci vorranno anni. E questo nonostante il ministero della Difesa russo abbia calato gli assi, ossia robot come l’Uran-6, un mezzo cingolato a pilotaggio remoto già usato in Siria per eliminare le bombe stradali. Questo robot è dotato di un grande cilindro a catena davanti a sé che esplode quando passa sopra le mine, eliminando così la minaccia. Il robot, che Mosca considera un fiore all’occhiello, è ben più funzionale in questa fase, quando cioè le città sono sotto controllo, rispetto ai momenti cruciali delle battaglie.

L’operatore dell’Uran-6 deve essere relativamente vicino al veicolo, non più di qualche centinaio di metri, e lo sminamento a tappeto robotico in battaglia può garantire solo una certa sicurezza iniziale delle strade, consentendo alle forze di attraversarle con il minimo rischio. Tuttavia, le operazioni di sminamento iniziali spesso non tengono conto di ordigni ben nascosti o posizionati in modo scomodo, ed ecco perché la bonifica di una regione dagli esplosivi dopo la guerra può richiedere anni, se non decenni.
Anche quando lo spazzamento viene effettuato da robot come l’Uran-6, l’uomo continua a dirigere e indirizzare il robot sia con i metal detector convenzionali che con le utilizzo delle unità cinofile.

Il mostro telecomandato da 6 tonnellate della JSC 766 UPTK, però, di sicuro aiuta, e non solo la comunicazione esterna. È un veicolo relativamente nuovo tra le fila russe, in servizio attivo nella guerra in Cecenia a metà del 2014, come detto in Siria nel 2016 e, più recentemente, come parte del contingente russo impegnato nel mantenimento della pace in Nagorno-Karabakh. L’Uran-6 porta sullo scafo un flagello da mina sotto un alloggiamento simile a quello di un bulldozer ed è dotato di altri strumenti per svolgere il ruolo: una barra, una “pinza”, una gru e un rullo da mina pesante. Un braccio robotico consente una manipolazione più precisa di oggetti e ostacoli al suolo, quando necessario, e questo componente è supportato da un carrello elevatore e da una pala. Tutto questo può essere controllato da un unico operatore a terra, posizionato in sicurezza dalla zona.

Il veicolo è alimentato da un motore diesel che sviluppa 240 cavalli di potenza e che spinge il sistema a una velocità su strada di 5 km/h. L’autonomia è pari a cinque ore consecutive di funzionamento. La sua natura cosiddetta track-over-wheel garantisce una discreta capacità di attraversamento delle aree di crisi, visto che è in grado di superare angoli di 20 gradi e scalare ostacoli fino a un metro e mezzo di altezza. Il peso intrinseco e la protezione della corazza consentono all’Uran-6 di sopravvivere a esplosioni modeste con un impatto minimo sui sistemi operativi di base (è stato testato contro 132 libbre di materiale esplosivo). Il suo impiego, per certi versi, è una passerella. Ma la guerra è anche questo: una boutique per le armi, i mezzi e le capacità.

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