Skip to content
Guerra

I rumori della guerra

Paesaggio sonoro dell’occupazione russa in Ucraina
Novita Amadei
Testo e foto di
Novita Amadei

“Verso le 5h30, mio marito mi ha svegliato e mi ha detto di seguirlo in un’altra stanza – racconta Vladlena, di Kiev – Parlava con una voce strana e sono andata subito. Sul cellulare, mi ha mostrato una notizia incomprensibile, l’invasione della Russia in Ucraina. Nonostante i segnali di un attacco russo fossero nell’aria da mesi, continuavamo a ignorarli, e ancora, davanti alla notizia, ho pensato no, non è possibile. Ho aperto la finestra e ho ascoltato per un lungo momento, continuavo a non crederci, ma li ho sentiti, li ho sentiti… i rumori della guerra“.

Prima di mostrarsi agli occhi, la guerra si manifesta nei rumori, nelle voci alterate che la annunciano, nei missili sparati in lontananza, nei tank, nei droni… Ogni ordigno ha un suono specifico, tanto nel lancio quanto nella detonazione, e Bogdana, dopo aver passato oltre un mese a Kherson, sotto l’occupazione russa, li sa imitare tutti. Dai rumori, infatti, non ci si può difendere, non basta mettersi le mani sulle orecchie per non sentire, come si fa con gli occhi per non vedere. I rumori penetrano prima di tapparsi le orecchie, penetrano a orecchie tappate: “Un giorno, ti svegli e nel cielo ci sono le bombe. I vicini bussano alla porta e dicono di chiamare i bambini e andare. Era ancora buio, non sapevo dove andare né cosa volesse dire guerra. C’era la neve, a Kherson. Casa mia è davanti al fiume, l’indomani l’invasione hanno fatto esplodere il ponte, sono entrati in piccoli gruppi armati, hanno rubato, bruciato i negozi, sparato sulle case. Bisogna avere una schiena abbastanza grande per proteggere i bambini quando i vetri delle finestre si spaccano. I miei, avevano cinque e nove anni. Dormivamo per terra e, quando sentivamo arrivare i missili, gli dicevo “Andiamo a giocare in cantina”. Le bombe colpivano dal basso, porta per porta, i droni dall’alto sulle case, sulla gente. Abbiamo detto ai russi che dovevamo spostare i corpi, li mettevamo in sacchi di plastica e li portavamo al cimitero. Alcuni erano corpi, altri erano solo pezzi da raccogliere qui e là. Sulla linea del fronte, c’erano i cecchini. Non sapevo se andare, non sapevo dove andare. Chiamavo delle amiche nei villaggi vicini, mi dicevano che i russi erano dappertutto, ma che la bandiera era ancora ucraina, fino al giorno in cui la bandiera è cambiata”.

Prima che sulla rappresentazione semantica, il trauma si costruisce su componenti sensoriali che si fissano nella memoria e tornano, immodificabili nel tempo, perché il tempo non sempre guarisce le ferite. “Oggi, sono pronta – racconta Bogdana – Non ho più paura dei suoni, non li associo più alle esplosioni o agli attacchi. In vacanza in Grecia, avevo sentito il motore di una barca e mi ero chinata proteggendomi la testa. La gente attorno mi aveva guardato, mi ero vergognata. E in aeroporto, avevo dovuto rassicurare mia figlia che gli aerei non avrebbero lanciato nessun missile, non erano aerei di guerra, e che nessun rumore ci doveva fare paura”. Come lei, Anton, tenente colonnello nella guerra del 2014, dice: “Non voglio che i miei figli si abituino alla guerra, che sappiano determinare da dove parte un missile, dove potrebbe arrivare e di che calibro è. Non vogliono che riconoscano le armi dal suono, che abbiamo quel suono nella loro mente e che crescano con quello delle sirene che annunciano un attacco, è male per loro”.

Compare senza accorgersene la signora di Izyum che abita una casetta di fortuna di fronte al suo condominio sventrato. Parla per frasi brevi e lunghi sguardi alle estremità del palazzo rimaste in piedi, allo squarcio, nel mezzo, che lascia vedere gli interni degli appartamenti, camere, poltrone, tv e macchine da cucire, librerie, armadi, vestiti, giocattoli e stoviglie. “Il mio appartamento è quello al secondo piano” dice indicando un letto matrimoniale che si affaccia sul vuoto. Prima della guerra, a Izyum, nell’oblast di Charkiv, abitavano 11 mila abitanti, ora ne rimangono 3 mila. In settembre, alla liberazione della cittadina, la popolazione ci ha impiegato un mese a disseppellire i corpi che aveva interrato temporaneamente nel bosco all’ingresso della città. I corpi dei russi, invece, sono stati buttati in fosse comuni o scambiati con quelli di soldati ucraini. “Ci eravamo nascosti in cantina e, al primo bombardamento, ci siamo salvati così. Hanno bombardato per giorni, però, e sempre lì, in cantina, dove ci eravamo salvati la prima volta, ne sono morti più di cinquanta. Li conoscevo tutti, abitavano tutti qui, erano i miei vicini. Quelli che non ho riconosciuto dai corpi, li ho riconosciuti dagli oggetti”.

Le parole della signora di Izyum si esauriscono nei rumori delle macerie del palazzo, gli oggetti che ci sopravvivono, i panni ancora stesi a una finestra, una barra d’alluminio che penzola da un pavimento divelto, tubi interrotti, fogli di giornale e libri. E più in là, lungo la strada che va verso il fronte, percorsa solo da camion militari, altri palazzi distrutti, il cartello di un appartamento in vendita, Johon Lennon su un muro, Imagine

Case di campagna, i teli di plastica a coprire i tetti sventrati, le carcasse dei carri-armati, i campi incolti, minati, i missili inesplosi conficcati nel terreno, lo sfrigolio di quello che resta di una chiesa, di una scuola, il silenzio impossibile della gente che non c’è. Sono sempre troppo pochi i superstiti, sia fra gli uomini che fra gli animali. “Non sono pronta per la pace – pensa Bogdana ad alta voce – ho troppa rabbia. Del resto, è per questo che siamo sopravvissuti, perché siamo arrabbiati”. Difficile dire se quelle che cadono, senza un singhiozzo, sono lacrime di rabbia o di dolore.

A eccezione della testimonianza di Vladlena, le altre sono state possibili grazie al sostegno di Andreii Skipor e di Terres des Hommes Italia, presente a Odessa con interventi di sostegno psico-sociale a profughe interne al Paese, e hanno avuto luogo in Ucraina nell’aprile del 2024.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.