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(Tripoli) “Dalla nave abbiamo la percezione dei combattimenti che si svolgono a sud di Tripoli. Di notte vediamo i bagliori dei bombardamenti e sentiamo il rumore delle esplosioni, ma per noi, al momento, non ci sono problemi di sicurezza” spiega senza battere ciglio il capitano di fregata Mario Giancarlo Lauria. Siciliano con la barba da lupo di mare ci accoglie su nave Capri ormeggiata nella base navale di Abu Sitta a Tripoli.

A pochi chilometri di distanza un caccia del generale Khalifa Haftar piomba in volo radente sul campo di battaglia di Yarmuk e sgancia un paio di bombe inseguito dalla contraerea. I feriti trasportati al punto di soccorso avanzato sono dilaniati dalle schegge. Uno arriva già morto. Ieri le truppe del generale sono avanzate, ma i governativi stanno combattendo per evitare che il nemico dilaghi verso il centro di Tripoli.

Per la prima volta un giornalista sale a bordo di nave Capri dall’inizio della battaglia nella capitale libica il 4 aprile. Lauria è il comandante della missione navale, che dura da tre anni, in appoggio alla Marina libica, per il contrasto dell’immigrazione clandestina e dei traffici illeciti. “Non siamo coinvolti in nessun modo negli scontri in atto – sottolinea l’ufficiale – Continuiamo ad operare in supporto tecnico alle unità navali libiche”.

Su 17 navi del governo di Tripoli, 13 sono in grado di prendere il mare, anche grazie all’aiuto italiano. Capri è una nave officina che può riparare di tutto e far navigare la flotta libica. A cominciare dalle sei motovedette donate dall’Italia per intercettare i barconi dei migranti. Tre sono ormeggiate poco più in là nella stessa base. “Il personale militare italiano presente a Tripoli mette a disposizione sistemi di comunicazione a supporto del governo libico riconosciuto dalle Nazioni Unite per il contrasto alle attività illegali e all’immigrazione clandestina” spiega Lauria. In pratica diamo una mano ai libici nell’operatività di una specie di Centro di ricerca e soccorso per individuare e fermare i gommoni in mare.

I 55 uomini d’equipaggio di nave Capri fanno turni dai 3 ai 5 mesi. A bordo c’è  una squadra di protezione del reggimento San Marco, che tiene un basso profilo. I “leoni” di Marina non si fanno vedere neppure in mimetica. Dall’inizio delle ostilità almeno una motovedetta italiana è stata riarmata dai libici. Il commodoro Ayoub Omar Ghasem, portavoce della Marina di Tripoli,  dichiara che “la situazione attorno a Tripoli ci impone di proteggere le nostre coste. Come facciamo a mandare gli uomini a pattugliare il fronte del mare disarmati?”.

I militari italiani, rispettando l’embargo dell’Onu, nemmeno toccano i sistemi d’arma delle unità libiche. La Guarda costiera, però, è stata mobilitata contro Haftar su pressione della brigata Nawassi, che controlla l’area della base di Abu Sitta. “Per noi non è cambiato nulla, nonostante il conflitto” spiega il comandante Lauria. Dall’altra parte della barricata, però, la propaganda del generale Khalifa  Haftar spara a zero contro la presenza italiana. Il grosso dei 400 militari presenti in Libia è dispiegato all’ospedale da campo di Misurata, la Sparta libica, nemica giurata dell’uomo forte della Cirenaica. Domenica le tribù di una trentina di località della Libia orientale hanno chiesto con una nota scritta al governo italiano di “ritirare le proprie truppe dal Paese ed evitare la reincarnazione del ruolo di uno Stato coloniale”.

E poi ci sono le accuse delle Organizzazioni non governative alla Guardia costiera libica. “Le Ong ci diffamano se ci difendiamo armando una motovedetta – sbotta Ghasem – Il loro interesse è solo raccogliere i migranti e portarli in Europa”.
In realtà, dopo quasi un mese di guerra, è stata intercettata una sola imbarcazione con 16 migranti. “Le partenze sono ferme perché a Sud di Tripoli è zona di guerra e i migranti in arrivo non riescono  a passare come prima” osserva il Commodoro libico. Poi aggiunge: “Alcuni trafficanti stanno combattendo da una parte o dall’altra. Sono troppo impegnati nella guerra per mettere in mare i gommoni”.