La guerra in Siria sembra non avere fine. Sono ormai 6 anni da quando le ostilità sono iniziate. Una guerra che ha prodotto milioni di rifugiati in tutto il mondo e ha distrutto un intero paese. Più il tempo passa, più i siriani che si sono rifugiati all’estero si stanno tristemente abituando ad una situazione precaria. Una vita poco confortevole, lontana da casa e soprattutto molto peggiore di quella che era in precedenza. Nel campo di rifugiati di Za’atari, in Giordania, le persone sembrano rassegnate, quasi tranquillizzate. Sembra che non sperino nemmeno più di tornare a casa. Non è tutto negativo però.

Nel 2014 una Ong giapponese (Japan Emergency Ngo, JEN), ha cominciato a finanziare un progetto molto interessante: un magazine mensile per i rifugiati, scritto e redatto da loro. Il successo è stato immediato. Il nome, “La via” (dall’arabo “At-Tariq”), è stato scelto per il suo significato simbolico. La via verso la libertà, verso la fine della guerra. Un nome che dà speranza. Dopo aver organizzato un comitato, con editori e professionisti del mestiere giordani, la rivista ha cominciato ad essere pubblicata. Fra questi, Hada, ex-corrispondente per alcuni media statunitensi. “Sono molto soddisfatta del lavoro che abbiamo fatto in questi anni. Abbiamo reclutato giovani rifugiati che condividono la passione per il giornalismo. All’inizio erano solo ragazzi, poi sono state introdotte anche le ragazze e oggi lavorano addirittura insieme. Oggi scrivono 120 ragazzi, delle quali 37 ragazze” racconta Hada passando i controlli di sicurezza per entrare nel campo la mattina. Percorre la strada fra Amman e il campo tutti i giorni, per essere presente e gestire i problemi dovuti alle differenze culturali. A Za’atari, la maggior parte dei rifugiati proviene dalle zone rurali della regione di Dera’a, a pochi chilometri dal confine giordano, dove prima della guerra, oltre a non avere accesso ai media nazionali e controllati da Damasco, la separazione di doveri fra uomo e donna era molto marcata. “Seppur la Siria fosse un Paese avanzato, nelle zone di campagna le tradizioni erano ancora forti. All’inizio, le famiglie non erano d’accordo nel lasciare le figlie lavorare. Vedevano il giornalismo e il fatto di intervistare sconosciuti come un atto di prostituzione. Qui è nato il mio ruolo di mediatrice, che con il tempo ha avuto i suoi frutti”.

Con il passare del tempo, il magazine è riuscito a crearsi un nome all’interno del campo e anche le famiglie delle giovani scrittrici adesso sono fiere nel vedere il loro nome pubblicato. Le copie stampate sono presto diventate 7 mila al mese. La gente oggi aspetta con impazienza la pubblicazione e la distribuzione. Alcuni frenano la bicicletta di colpo appena vedono i giornalisti con le casacche del giornale camminare con il plico di riviste fresche, venuti dalla tipografia di Amman. “Oggi i ragazzi lavorano con le ragazze. Mandiamo sempre una coppia per ogni intervista, seguita da un fotografo. Riusciamo a fotografare le donne in faccia, cosa che prima era impensabile. Le feste del giornale poi, si tengono in armonia e non c’è più separazione. Sono veramente soddisfatta del risultato”.

Fra i molteplici giornalisti, incontriamo Azma’a, 23, in casa sua. Lei e suo marito ci aprono la porta per mostrarci la loro casa, costruita con più container e resa molto accogliente. È arrivata nel campo con le prime ondate di rifugiati, nel 2012 ed è stata la prima ragazza a scrivere per il magazine nel 2014. “Amo la lettura e la scrittura, che in Siria non avevo l’occasione di praticare perché, per diventare giornalista, bisognava studiare. Quando ho visto che qui ne avrei avuto l’occasione mi ci sono buttata subito. È una cosa che chiaramente voglio continuare una volta tornata in Siria” dice la ragazza, seduta sulla sua poltrona. Vede il giornalismo come una missione, un’opportunità di dire la verità. Prima scriveva solo storielle per bambini, ma si è accorta che era importante anche raccontare le storie presenti nel campo. “I primi tempi sono stati duri. Ero l’unica donna. Ricordo che alle prime interviste erano presenti i miei fratelli, ero spaventata. Ma quando altre ragazze si sono unite e i ragazzi hanno cominciato a lavorare con noi, la situazione si è normalizzata e mi sentivo più tranquilla”. Il padre di Azma’a, uomo di religione che lavora in moschea l’ha sempre spronata a continuare, aiutandola a correggere la lingua araba che conosce bene. Anche suo marito ha sempre cercato di incoraggiarla, spingendola a non mollare nei momenti difficili. “Proverò a portare le mie esperienze in Siria, anche se non so se la situazione lo permetterà”. Oggi Azma’a scrive sempre storie per bambini che poi pubblica in Turchia e negli Emirati Arabi Uniti, sperando di riuscire a fare lo stesso anche a casa.

Fra i milioni di persone fuggite, una comunità di circa 80 mila siriani sembra aver creato una nuova cittadina a Za’atari, uno dei più grandi campi gestiti dall’Ancur (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) nel mondo. Za’atari si trova vicino alla città giordana di Az-Zarqa, non lontana dalla capitale Amman. Aperto nel 2012, oggi il campo è diventato una vera e propria città. L’urbanistica è caotica ma si può trovare letteralmente di tutto. Rispetto ad altri campi rifugiati sparsi per il globo, questo sembra avere le potenzialità per essere presto considerato un vero e proprio centro urbano (anche se si deve considerare che il governo giordano, per motivi di sicurezza, ha recintato il perimetro, facendolo sembrare più una prigione). Oggi, a distanza di quasi 6 anni, Za’atari possiede una rete elettrica, strade asfaltate, canalizzazioni per l’acqua e presto anche le fognature (ricordando che alcuni campi palestinesi, hanno ricevuto un simile trattamento solamente l’anno scorso, dopo quasi 60 anni di esistenza). Al suo interno poi, è presente ogni tipo di negozio. Dai gelatai, ai meccanici di bici (molto presenti per percorrere lunghe distanze), servizi di bus, ristoranti, parrucchieri, mercato di frutta e verdura e alcune catene di supermercati giordane che hanno aperto una filiale all’interno della recinzione dove i rifugiati, muniti di una carta bancomat fornita dall’ONU, possono comprare viveri. Infine, molte persone con possibilità economiche maggiori, si sono pure costruiti una casa composta da vari container (solitamente ognuno con un ruolo differente come salone, cucina, doccia e camera da letto). Una vera e propria città, che sembra far dimenticare le sofferenze della popolazione che la abita.