Hamorya (Siria). Lo sconquasso dell’esplosione scuote il terreno, risale tra la folla, s’amplifica in un ululato di paura, in un fremito inarrestabile di terrore e disperazione. Le donne si coprono la testa tra le mani. I bimbi strillano, gli uomini alzano i pugni al cielo. «Calmi, calmi siete al sicuro» gridano i soldati siriani. Ma c’è poco da star tranquilli. Il colpo di mortaio era proprio lì. Appena dietro le macerie di quella casa. Appena oltre il minareto abbattuto e la moschea sventrata. Cento metri. Forse meno. «Non è niente, non è niente. Andate avanti, muovetevi, siete al sicuro» ripete il capitano senza nome. Ora anche l’artiglieria siriana fa sentire la sua voce e tre colonne di fumo nero ricamano l’orizzonte a un chilometro di distanza. Poi dal cielo scendono i missili dell’aviazione russa e un altro terremoto scuote la piana di Hamorya. Le donne tornano a scuotere la testa, i bambini a piangere, i militari a sbraitare ordini confusi.

Loro i ribelli sono ancora lì, appena oltre la strada, tra le rovine battute dai mortai e dai missili. I loro civili, gli abitanti di Hamorya, il villaggio in cui resistevano da sette anni, invece sono tutti qui, ammassati in questo tenue e labile corridoio umanitario difeso da russi e siriani. Fino a poche ore fa questi soldati erano il loro aguzzini. Adesso sono i nuovi beniamini, i loro salvatori. «La vita con i ribelli era un inferno. Ci trattavano malissimo, ci minacciavano di continuo, Se scappate, urlavano, vi facciamo fuori. Per fortuna l’esercito ci ha salvato…» strilla Hussein, un contadino di Hamorya saltato assieme a moglie, madre e tre figli sul cassone di un camion governativo. L’improvvisa conversione, la repentina sindrome badogliana diffusasi tra migliaia di civili rimasti per oltre sette anni nelle zone ribelli sembra, in queste ore, assai comune. «Non potevamo certo abbandonare le nostre case. Ma credetemi non stavamo certo bene» si giustifica Rahman, un altro contadino 42 enne ospite con moglie e due figli di questo convoglio. «Gli aiuti umanitari mica li distribuivano, cibo e medicinali finivano tutti nei loro magazzini. E se c’erano dei combattimenti ci usavano come scudi umani contro l’esercito siriano. Pur di resistere erano pronti a farci ammazzare».

Sotto i cassoni dei camion passano intanto migliaia di nuovi sfollati. Sono in cammino dalle prime ore del mattino. Sono una marea di volti tirati, di occhi sbarrati, di busti piegati sotto il peso di sacchi, zaini, valigie, coperte, pentole e altri resti di vita buttati in spalla. Il loro destino s’è deciso nella notte tra mercoledì e giovedì. In quelle ore l’esercito siriano e l’aviazione russa hanno tirato l’ultima spallata alle difese di Hamoryah, la fortezza ribelle controllata dalla «Legione Rahman», uno dei tre gruppi islamisti che – assieme a Jaish al Islam (L’Esercito dell’Islam) e alla coalizione alqaidista di Ahrar al-Sham – governava l’immenso sobborgo agricolo di Ghouta. Con la caduta di Hamoryah, con la fuga dei suoi civili la causa ribelle subisce il colpo più duro. L’offensiva russo siriana scattata lo scorso 20 febbraio è riuscita a dividere Ghouta in tre bastioni, ma fin qui i ribelli non si erano mai lasciati scappare il controllo di un «capitale umano» indispensabile per gli appelli alla pietà e alla compassione internazionale. Ad Hamorya, invece, l’avanzata delle «Tigri», la brigata di forze speciali agli ordini del generale Suheil al-Hassan, il Rommel dei campi di battaglia siriani, ha annientato le difese dei gruppi armati ricacciandoli in poche ore dietro il centro abitato. «Ci siamo svegliati nel cuore della notte, siamo risaliti dalla cantina dove dormiamo da mesi – racconta Fathi, 24 anni – e ci siamo ritrovati davanti i militari che ci spingevano verso il corridoio. Se volete salvarvi andate di là, se volete morire – ci dicevano – seguite i ribelli».

E così ora il corridoio di Hamorya è un gigantesco ingorgo, un imbuto di camion e autobus stracolmi di sfollati e circondati da migliaia di civili rimasti a piedi. Quanto sono? A dar retta al generale russo Yuri Yevtushenko, responsabile del Centro per la Riconciliazione Siriana gestito dai militari di Mosca, oltre 11mila e 600 civili hanno accettato di passare dalla parte governativa. Ma quanti sono veri civili e quanti ex ribelli mascherati? L’incognita è un piccolo mistero che non sembra, però, preoccupare i militari siriani. «Probabilmente molti di questi civili fino a poche ore fa erano pronti a spararci addosso, ma poco importa- spiega l’ufficiale che ci accompagna – Se hanno del sangue sulle loro mani lo scopriremo perché le loro comunicazioni sono state ascoltate per anni. Se invece erano dei semplici simpatizzanti o dei civili ci metteranno poco a capire che la vita sotto il controllo del governo è assai migliore».

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