L’America è pronta a colpire la Siria di Bashar Assad, accusata di un presunto attacco chimico contro la cittadina di Douma nella regione di Ghouta. Ma cosa ci faceva un laboratorio pieno di prodotti chimici provenienti dall’Arabia Saudita in una zona controllata fino a 48 ore prima da quegli stessi ribelli di Jaysh al Islam che venerdì scorso hanno diffuso le immagini del presunto attacco attribuito al governo di Damasco?

Chi vi scrive è entrato in quel laboratorio chimico di Shifounieh lo scorso 14 marzo, al seguito dell’esercito siriano che l’aveva appena strappato ai ribelli. “In questo laboratorio – mi disse il militare che mi scortava – sono presenti diversi materiali inviati dai Paesi occidentali. Questo posto contiene materie prime per la fabbricazione di materiali esplosivi e tossici. I processi di miscelazione avvengono nella parte superiore dell’edificio e poi vengono trasportati all’esterno”.

E in effetti i materiali chimici presenti nell’edificio erano molti, tra cui il metaxilene, usato soprattutto per creare esplosivi. Ma non solo: all’interno del laboratorio erano presenti anche numerosi impianti di areazione, necessari per rendere l’aria respirabile.

In più di una occasione,  i ribelli siriani, tra cui proprio l’Esercito dell’islam, hanno ammesso di aver usato armi chimiche contro gli avversari. Il 4 aprile scorso, inoltre, Sama tv ha diffuso le immagini di un altro laboratorio dei ribelli della Ghouta in cui era presente del cloro, lo stesso materiale utilizzato nell’attacco dell’8 aprile scorso.

In quel laboratorio neppure tanto artigianale c’erano precursori chimici, maschere antigas e strumenti per il confezionamento di gas potenzialmente letali. Che ci facevano lì? Che uso volevano farne i ribelli. E come mai di fronte a simili evidenze si continua ad accusare soltanto il governo di Damasco. Ma soprattutto come si fa a rischiare un conflitto capace di coinvolgere la Russia quando tra gli indiziati ci sono gli stessi ribelli che denunciano le stragi chimiche?

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