(Damasco) “Ogni volta  che sento l’esplosione di un colpo di mortaio, ogni volta che sento di qualcuno ucciso da un missile rivedo mio marito e i miei figli. Rivivo il loro strazio e la mia tragedia”. Safaa Skaf ha gli occhi velati di lacrime. Nella chiesa del Memoriale di San Paolo si è appena conclusa la Messa per Garand, un bambino sudanese di soli otto anni dilaniato da un missile lanciato dai ribelli di Ghouta.

Assieme a lui sono morti una cinquantina di altri civili innocenti. Per  Safaa è come se fossero tutti figli e parenti suoi. “A Kashkoul – sussurra – un missile  come quello ha portato via tutta la mia famiglia. Lo ricordo come se fosse ora. Era il 10 novembre 2013, eravamo in macchina. Io ero davanti con mio marito,  dietro c’erano Nirvana, la più grande di 12 anni,  Talah di 10, Eli di 7 e Peter,  il più piccolino, di soli due anni e mezzo. All’entrata del quartiere un colpo di mortaio è caduto poco lontano dal posto di blocco. Siamo ripartiti di fretta, ma davanti casa un’autocisterna ci ha bloccato la strada.

Mentre aspettavamo i miei figli di dietro urlavano. “Mamma mamma,  Peter ha tanta paura…”. Io ero al  fianco di mio marito che guidava, mi sono girata,  mi sono chinata  su  Peter e gli ho chiesto “Cos’hai?”.  “Ho tanta paura”  – m’ha detto lui. Aveva la faccia posata sul braccio e si era disteso sul sedile della macchina. Me lo vedo ancora davanti. In quel momento mentre mi chinavo su di lui è esploso un altro missile.  Nirvana, Tala,  Eli ed il loro  papà sono morti sotto i miei occhi.  Peter era ancora  vivo. Sono corsa con lui all’ospedale, ma dopo due ore mi ha lasciato anche lui”.

Madre Yola Girges, una delle suore del Memoriale di San Paolo, ora prega con lei. Nei giorni dopo la tragedia ha aiutato  Safaa a tornare alla vita, a uscire dal tunnel della disperazione e della solitudine. Ma non ha potuto convincere Safaa a perdonare. “Non potrò mai perdonare chi mi ha portato via la famiglia. Sono cristiana, ma non ce la faccio – confessa la donna. Il missile che ha distrutto la mia vita è partito da Jobar,  dalle zone dei ribelli ed io sinceramente spero che il Signore prima o dopo si occupi di loro. Quella gente parla di libertà, ma la Siria era molto più libero prima che arrivassero loro. Di che libertà parlano? La libertà di uccidere la gente? La libertà di distruggere la propria nazione? Voi europei ignorate quello che succede a Damasco. Le vostre televisioni vi parlano solo di Ghouta.  Vi raccontano soltanto di  quelli che muoiono a Ghouta. E così  ignorate i morti e i feriti di Damasco. Ignorate il dolore di intere famiglie come la mia. Famiglie distrutte dalla  cattiveria dei ribelli di Ghouta”.

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