La guerra civile del Donbass è un conflitto congelato da ormai due anni e mezzo. Dopo le grandi battaglie del 2014-2015 – che hanno permesso ai separatisti filorussi, dopo aver perso il caposaldo di Sloviansk, di conquistare le cittadine di Ilovaisk e Debaltsevo e issare la bandiera dell’autoproclamata repubblica popolare sulle rovine dell’aeroporto di Donetsk – il fronte si è rapidamente stabilizzato. Sono ormai lontani i giorni in cui il comandante Givi, ucciso nel febbraio scorso, incitava le truppe pro-moscovite ad avanzare verso Kiev.

Come il Carso

Gli accordi di pace di Minsk, siglati per la prima volta nel settembre 2014, non sono mai riusciti a bloccare i combattimenti, ma hanno avuto come diretta conseguenza, se non altro, la cessazione dei grandi scontri campali. Il fronte del Donbass, oggi, ricorda le vecchie fotografie del Carso durante la Prima Guerra Mondiale. I due contendenti si sono asserragliati nelle trincee, hanno innalzato muri di filo spinato e traforato la campagna con un complicato intrico di camminamenti, bunker e cunicoli. Presso il villaggio di Luhans’ke, una decina di chilometri a sudovest dal centro di Donetsk, i separatisti hanno allestito una vera e propria cittadella fortificata.

La tregua non funziona

In dodici mesi di lavoro, sono state scavate decine di gallerie sotterranee, con tanto di dormitori, cucine e rifugi anti-bombardamento. “Viviamo qui tutto l’anno, d’estate e d’inverno – spiega il comandante, un ex trattorista dai baffi bianchi -, possiamo resistere a qualsiasi genere di attacco. Il nemico lo sa molto bene, e infatti non si arrischia a farsi sotto”. Le giornate sono scandite da ritmi precisi: il rancio, i turni di vedetta, i pattugliamenti notturni nella terra di nessuno. Non si attacca, è vero, ma questo non significa che non ci siano pericoli. Una delle frasi più comuni, quando parli con i soldati, è la seguente: “Pirimiri nié rabote, la tregua non funziona“. Basta trascorrere mezz’ora da queste parti per assistere a qualche sparatoria. Di giorno la situazione è più tranquilla, ma col calar del sole, quando gli osservatori dell’Osce si allontanano dal fronte, il clima inizia a surriscaldarsi. Secondo quanto stabilito dagli accordi di Minsk, i cannoni di grosso calibro dovrebbero trovarsi a diversi chilometri di distanza dalla linea del fuoco.

Nuove strategie belliche

Tutte le sere, tuttavia, il rombo delle grandi bocche da fuoco si avverte distintamente in ogni quartiere di Donetsk. Sono state inaugurate nuove strategie belliche: durante il giorno, piccole squadre di soldati scavano lunghi camminamenti nella terra di nessuno, cercando di assicurarsi una visuale più ampia sulle trincee nemiche. In fondo al tunnel viene poi posizionata una mitragliatrice, e con l’arrivo delle tenebre si apre il fuoco. L’ostacolo più grande, in questi casi, è rappresentato dalle mine, che sono state disseminate in abbondanza da entrambi i contendenti. “Tanti nostri compagni sono saltati per aria negli ultimi mesi – ci racconta un miliziano -. Se sei fortunato, vieni soccorso per tempo e la mina e piccola, te la cavi perdendo una gamba. Ma i più, purtroppo, ci lasciano la pelle”.