Dall’inferno di Kostjantynivka

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Kostiantynivka si trova nella zona di morte. Il fronte dista meno di 10 km dalla città e questo significa che l’area – oltre alle bombe plananti – è sotto il tiro dell’artiglieria e dei droni fpv russi. Prima gli abitanti erano quasi 70mila. Nelle ultime settimane, invece, ne sono rimasti circa 2mila. Perlopiù anziani.


Anche solo arrivare e uscire dalla città è rischioso e bisogna avere la massima attenzione. Viking, uno dei militari che ci accompagna, ha appena chiamato il comando locale per controllare la situazione nei cieli e ora sta guidando a tutta velocità lungo la strada deserta che porta verso il centro abitato. I russi, ultimamente, si divertono sempre di più a colpire le auto in transito con i loro droni-giocattolo carichi di esplosivo.

Nei giorni scorsi hanno ucciso un signore in questo modo, mentre guidava. Ma non solo. Colpiscono anche mentre cammini. Con i loro visori in stile videogioco, ti localizzano e poi ti fanno saltare in aria. È con questa nuova strategia del terrore che l’esercito di Mosca svuota le città ucraine, dopo averle accerchiate. Le bombe alla vecchia maniera non bastano più.

Ogni giorno, da Kostiantynivka, arrivano notizie di morte. Solo notizie di morte. Bombe di ogni tipo colpiscono quotidianamente la città e le case sono sventrate. Per le strade c’è silenzio e si sentono solo i colpi di mortaio e di artiglieria in lontananza. È una città che oggi non esiste più.

Oleska, un altro militare che ci accompagna a documentare la situazione, ci mette in guardia: «Potrebbero colpire anche adesso. Una bomba kab potrebbe arrivare ora, proprio in questo punto dove ci troviamo. Ci sono cose che non possiamo prevedere e che non possiamo cambiare con la paura». I minuti che passano sono lenti e ogni spostamento dura per secondi interminabili. «Camminiamo vicino agli edifici o sotto agli alberi, per ridurre la possibilità di essere visti dai droni», aggiunge.


Ci avviciniamo a un edificio che è stato letteralmente aperto in due da un attacco russo. Squartato dall’esplosivo. Una bomba talmente potente che ha tagliato a metà un condominio.

Alla fine, di fronte all’orrore, non c’è molto da dire. Queste sono immagini che non hanno bisogno di essere commentate. Quante persone avranno perso la vita qui?


A un certo punto sentiamo dei rumori provenire dallo scheletro dell’edificio. Due anziani stanno cercando di recuperare degli oggetti personali tra i resti delle loro case.

Poco più avanti incrociamo due signore che stanno lasciando la città. Hanno dei carrellini carichi con i loro bagagli. Proviamo ad avvicinarci, ma è chiaro che non vogliono parlare con i giornalisti. La stampa, qui, non è ben vista. Si dice che porti solo altra morte e distruzione. Perché anche i giornalisti, qui, sono un bersaglio.

Arriviamo davanti all’unico negozio di alimentari che ancora resiste. È aperto solo qualche ora al giorno, poi alle 15 chiude perché scatta il coprifuoco.

Stiamo documentando la situazione quando sentiamo quel ronzio che non vorresti mai sentire: è il rumore di un drone, sopra di noi, da qualche parte. Ci precipitiamo dentro al market. «Respira, Eugenia», mi dice Oleska. E poi aggiunge: «I droni sorvolano la città, in cerca di qualche obiettivo militare. Ma se non lo trovano, i russi scagliano il drone-bomba contro la prima cosa che vedono. Un passante, un auto. Sono droni che non rientrano questi, e piuttosto che sprecarli preferiscono attaccare qualsiasi cosa vedono. È per questo motivo che sono così pericolosi».
Aspettiamo. Anche questi sono secondi e minuti interminabili. Di fronte al negozio di alimentari, dall’altro lato della piazza, un signore si è riparato sotto il tetto di un chiosco. Anche lui, come noi, si sta nascondendo dal drone.


I militari che ci accompagnano si confrontano tra di loro. «Ok, ora usciamo e corriamo fino all’altro lato della strada, dove ci sono gli alberi». Anche Vincenzo, il mio collega fotoreporter, a quel punto interviene: «Sì, ma è meglio se stiamo solo vicino agli edifici ora». Si riparte. Attraversiamo la strada di corsa e continuiamo il percorso, tra gli alberi o sotto i tetti degli edifici rimasti.


Proviamo così a documentare quello che rimane della città. Gli attacchi russi hanno colpito anche le infrastrutture critiche e ora qui manca l’energia elettrica e l’acqua. Tra un colpo di mortaio e l’altro, in mezzo alla distruzione, si sentono i rumori di alcuni generatori. Vediamo alcune persone fare rifornimento di acqua dalle cisterne e dai pozzi. «Non vogliamo andarcene. Vogliamo restare qui, questa è casa nostra. Non sappiamo cosa succederà domani ma vogliamo rimanere». Tutto sembra per un attimo sospeso. C’è chi, ancora, non vuole accettare l’orrore che lo circonda.


È probabile che diverse persone che abbiamo incontrato siano morte poche ore dopo che siamo andati via. L’indomani, infatti, gli uomini di Putin hanno lanciato un massiccio attacco proprio nell’ora di punta. Proprio quando i pochi cittadini rimasti escono a cercare di recuperare qualche provvista da portare nei rifugi. «Oggi alle 11.02 l’esercito russo ha effettuato 3 attacchi aerei con bombe FAB-250 su aree residenziali. Ci sono morti e feriti gravi.». Altri attacchi intensi sono seguiti nelle ore successive. E poi ancora, e ancora. Una signora è stata decapitata dall’esplosione di una bomba, mentre camminava per strada.


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