Guerra /

“Scendere, scendere! Silenzio, tutti in fila nessuno fiati!” E giù a terra, legati e imbavagliati nel buio di una umida e fredda galleria della vecchia linea Civitavecchia-Orte. Dopo un’intera nottata di cammino, con poco cibo e acqua razionata, essere catturati e avviati alla prigionia pesa sul fisico e sulla mente: stanchezza, stress, sete, disorientamento possono mettere a dura prova i nervi.

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Per meglio capire cosa stia accadendo è necessario fare un passo indietro. Il sequestro nella galleria di Monte Romano (Vt) è il momento clou del Corso SERE (Survival Evasion Resistance Escape) dell’Esercito Italiano, riservato a coloro i quali saranno destinati al servizio in teatro operativo a bordo di aeromobili e articolato in tre livelli: Alfa (teorico), Bravo (standard), Charlie (Avanzato).

Gli istruttori del CAAE (Centro Addestrativo Aviazione Esercito) di Viterbo sono stati da subito chiari con gli aspiranti corsisti: “La preparazione fisica non basta perché per superare il corso sono soprattutto necessari testa e capacità di sopportare situazioni di stress. Vi aspettano giorni di cammino con vettovagliamento ridotto, freddo e poco sonno. Non dimenticate che siete in territorio ostile, non avete né potete tenere contatti con i locali e l’unico modo per comunicare con la base è via radio mediante dei codici che, mai, devono cadere in mani sbagliate”.

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Ed è così che il poligono militare di Monte Romano si trasforma in un angolo non meglio precisato di Medio Oriente dove un elicottero con a bordo un team è precipitato, fatalità che costringe l’equipaggio a tentare di raggiungere il punto di “esfiltrazione” (di recupero) contando su una mappa, una bussola e su quel poco che è stato recuperato dopo il “crash landing”.

Serve a poco essere esperti cartografi quando, di notte e sotto la pioggia battente, paralleli e meridiani sembrano linee senza senso su una mappa che ad ogni goccia rischia di diventare carta straccia. La squadra di sei elementi (più un giornalista) valuta il tragitto in sette chilometri che, causa la scarsa visibilità, diventano quasi quattordici fra boschi e sterrati attraversati con un’equipaggiamento ingombrante e con i piedi che affondando nel fango.

Soste solo per soddisfare un bisogno fisiologico e nessun aiuto: al fine di rendere ancor più realistica l’esercitazione, infatti, i cellulari sono stati spenti, sigillati e chiusi negli zaini pronti ad essere tirati fuori solo in caso di reale emergenza. Meglio non fare i furbi perché l’occhio lungo degli istruttori segue, discreto, le manovre del team e alla minima scorrettezza (fermare un’automobile, servirsi di un gps, riaccendere lo smartphone) l’addestramento si interrompe e si torna a casa, col rischio di vedersi compromessa la carriera…

“Alcuni reparti tengono molto alla buona riuscita del Corso – spiega il tenente colonnello Carmine Orsini, curatore e coordinatore del SERE – è quindi per essi motivo d’orgoglio che i loro militari arrivino, con successo, alla fine del ‘film’ ”. Film cioè la finzione che gli allievi vivono per quasi una settimana, immaginando le campagne laziali come un teatro operativo ed evitando errori e mancanze che in situazioni reali potrebbero costare caro. E talvolta a fare la differenza sono proprio i dettagli più elementari: finita la bottiglietta mai gettare il vuoto di plastica o alla prima fontana che si incontra si avranno difficoltà a fare scorta.

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Dopo alcune ore di riposo sotto un sole che scalda e riattiva i muscoli il team riparte con nuove istruzioni: venti chilometri per raggiungere il “partigiano”, un locale che offrirà aiuto e ulteriori indicazioni ai “superstiti” ora privati anche del minimo indispensabile, dagli zaini alle scatolette di cibo e con l’acqua ancor più razionata.

All’arrivo, però, il “partigiano” vende la squadra ad un gruppo di insurgent: nel buio della galleria gli allievi sono spogliati dei loro pochi averi e trasferiti nel luogo di detenzione. “Tu special force, tu special force!” Gridano i carcerieri ai militari infreddoliti e in posizione stress (in ginocchio, in piedi mani al muro, con le gambe incrociate) mentre gli altoparlanti diffondono una nauseante litania. Durante gli interrogatori si fa leva sulla spossatezza e sul disorientamento per ottenere informazioni…

“Il fine del corso è sopravvivere – spiega Orsini – e importante è far capire a chi ti cattura che puoi essere più utile da vivo che da morto. I codici missione, invece, non vanno mai rivelati. Infatti, pur essendo stati cambiati dopo l’abbattimento dell’aeromobile, entrarne in possesso può comunque tornare utile all’avversario per capire in che modo una forza comunica coi suoi uomini sul territorio, studiandone la lunghezza, la disposizione, l’elencazione, etc.”

L’interrogatorio va avanti ma con il team diviso: alcuni finiscono in una cella umida, con una maglietta addosso e un freddo tale da far vedere il Paradiso in un bicchiere di the caldo. Via la benda e una luce sparata sugli occhi ormai abituati a ore di oscurità: “Hai sete, vero? Se collabori ti diamo da bere e da mangiare” insistono i carcerieri mentre uno di loro svuota una bottiglietta di fronte al prigioniero; qualche scossone e minacce completano il quadro da incubo. Gli “aguzzini” sono esperti e psicologi dell’Esercito istruiti ad arte affinché il “film” risulti il più possibile realistico, senza tuttavia mai andare oltre un certo limite: per quanto dura e difficile, l’esercitazione è svolta in completa sicurezza e con un intero staff che segue gli allievi dall’inizio alla fine. Chi non ce la fa più o si sente male può ritirarsi in qualsiasi momento. Non più utili i “prigionieri” sono lasciati andare con ciò che resta loro cioè una mimetica, gli anfibi e la forza per fare altri venti chilometri fino al punto di esfiltrazione dove un Chinook CH-47 atterra per riportarli al CAAE dove il comandante colonnello Giovanni Scopellitti consegna gli attestati di superamento del corso. Due allievi sono invece riaccompagnati a Monte Romano per il modulo “Charlie”, ulteriore settimana di formazione al termine della quale otterranno il brevetto di istruttore SERE.