Congo: il racket dei bambini
e la Casa che li salva

Congo: il racket dei bambini e la Casa che li salva

Foto, testo, video

Josué ha tredici anni e una cicatrice lunga tutto il lato destro del volto. Nulla di particolarmente strano per chi, come lui, è figlio delle strade di Kinshasa. Nella sovrappopolazione della capitale congolese, infatti, ci sono circa 20.000 bambini di strada, un numero esorbitante: a molti di loro l’infanzia è stata rubato troppo presto, o forse mai concessa. “Sembrano bambini ma non vanno trattati come tali, è come fossero giù adulti” ci spiega un uomo locale di fronte alla nostra sorpresa nel vedere le loro braccia già tatuate. I tatuaggi però sono il minore dei problemi: la violenza invece è uno dei maggiori. La cicatrice di Josué è il risultato di una discussione avuta con “un gruppo rivale”: altri ragazzi della sua età, come lui cresciuti in strada, che nella notte hanno usato la lametta di un vecchio rasoio per aprirgli la faccia fino all’osso.  Un disaccordo, una lite- di cui Josuè non ricorda neppure la causa- sono bastate a far scaturire una simile violenza. 

Del resto è il linguaggio della forza che fa da padrone e che svela il lato più crudo di una città abbandonata a se stessa. Chi prova a fornire un appiglio però c’è: “Ndako Yabiso”, in italiano “Casa Nostra”. Nel nome è già contenuto il significato profondo. Si tratta infatti di un’associazione locale che fornisce sostegno ai bambini di strada; non a caso il nome- scelto in linkala e non in francese- dona ad alcuni la speranza di avere finalmente una casa e a altri quella di tornarci.

 Tornarci perché c’è chi in strada non è nato, ma ci è arrivato a causa di rapimenti, sempre più frequenti nella capitale. Non si tratta infatti di fenomeni sporadici ma di un vero e proprio business costruito sulla pelle di minorenni. I traffici partano dalle province, a circa 1000 km da Kinshasa; la tecnica è sempre la stessa: i bambini vengono adescati con la scusa di provvedere al loro futuro in termine di cibo e istruzione, ma una volta arrivati nella capitale- oramai lontani dalle proprie famiglie- sono costretti a rubare. “2000 franchi, del cibo e la promessa di una vita migliore, così sono partito con lui” racconta Serge, 13 anni, catturato a Tshikapa (842 km da Kinshasa).

Arrivato in città, però, la sorte incontrata è stata diversa: “mi hanno messo insieme ad un altro bambino e ci hanno spiegato come riuscire a rubare per strada senza essere catturati. Chi alla sera tornava senza niente veniva picchiato, io ero spaventato e non riuscivo a rubare, un giorno sono fuggito”.  È così che ha potuto incontrato la comunità di Ndako Yabiso dove ora trascorre le sue giornate in attesa di ritornare nel suo villaggio; non sa ancora quando potrà avvenire perché- come spiega Jean Didier l’educatore sociale dell’associazione- i viaggi di ricongiungimenti non sono mai organizzati per un singolo bambino, ciò comporterebbe spese troppo elevate. Serge, così, rimane in attesa che altri bambini come lui siano salvati per poter affrontare con loro il tragitto che lo ricondurrà a casa. 

Se Ndako Yabiso- mandando i propri operatori quotidianamente a pattugliare di Kinshasa- riesce ad agire sui singoli casi, manca un intervento strutturale che fermi il traffico. L’agenzia contro il traffico e la tratta di essere umani creata dallo Stato, oggi è bloccata per la mancanza di finanziamenti: USAID nel 2025 ha sospeso l’83% dei finanziamenti in Congo. Sono circa 400 mila i bambini privi di assistenza medica e istruzione; non andare a scuola significa non avere un’opzione che ti tolga dalla strada.  In più, con l’estrema precarietà economica a cui l’intera popolazione è sottoposta, i bambini vengono visti come facili prede per ottenere denaro: le vittime più facilmente sacrificabili. Il governo, troppo occupato dalla crisi ad est, è pronto a denunciare le violenze sui bambini solo quando sono assoldati tra le fila dei ribelli: