Da Srebrenica,  fotografie di Ivo Saglietti.  Il palazzo del municipio, l’opština, è stato ristrutturato. I segni della guerra cancellati, la nuova bandiera bosniaca issata sul pennone del piazzale.


Srebrenica, anno dopo anno, lavora per lasciarsi alle spalle i fantasmi del 1995, quando oltre 8mila musulmani bosgnacchi furono trucidati a sangue freddo nella feroce pulizia etnica ordinata dal comandante serbo-bosniaco Ratko Mladic. Dall’11 al 19 luglio donne e bambini musulmani furono deportati oltre la linea del fronte; gli uomini in fuga sulle montagne vennero rastrellati e massacrati a sangue freddo, senza distinzioni fra militari e civili.

Prima di finire nelle mani dei serbi, i profughi si erano rifugiati sotto le bandiere delle Nazioni Unite, che mantenevano un presidio nella vicina Potocari. I caschi blu olandesi, circondati da forze molto superiori, non trovarono alcuna mediazione e li consegnarono nelle mani di Mladic.

Ventitré anni sono passati da quei fatti e ancora a Srebrenica la guerra non è finita. Non potrà esserlo prima che gli 8732 morti siano stati restituiti alle famiglie e tutti i colpevoli assicurati alla giustizia.

Anche quest’anno, come ogni estate, l’11 luglio sono state consegnate 35 bare verdi con i resti delle persone identificate negli ultimi 12 mesi dall’International Commission for Missing People. I feretri vengono ammassati in un capannone e quindi, fra due ali di folla che arriva da tutta la Bosnia, trasferiti nel cimitero di Potocari, al memoriale che sorge sul luogo del massacro.

Qui giacciono tutta la notte, in attesa della cerimonia religiosa e della sepoltura, che avverrà solo il giorno successivo. La distesa di lapidi di marmo bianco, con poche parole incise in arabo e il giglio simbolo dei martiri bosniaci, ricopre la collina come un manto candido, punteggiato qua e là dalle teste velate delle donne in visita.

Molte provengono dall’Europa o dagli Stati Uniti, dove si sono trasferite con le famiglie dopo il genocidio del 1995. Portano i figli, spesso nati e cresciuti lontano da questa regione segnata dalla guerra, a visitare le sepolture dei propri padri e nonni trucidati.

Nel giorno della riconsegna dei morti alle famiglie e alla terra a Potocari arriva anche la “marcia della pace”: una camminata riconciliatrice che ripercorre idealmente all’indietro la strada lungo gli sfollati di Srebrenica tentavano fuggire a Tuzla, cento chilometri a Nord. Con gli anni però la manifestazione si è andata trasformando in uno sfoggio di orgoglio nazionale bosniaco: i bimbi vengono vestiti da soldati e lungo il percorso le tensioni con le comunità di serbo-bosniaci non sono infrequenti.

Il massacro di 23 anni fa costituisce una tragedia fondativa imprescindibile nella costruzione della moderna identità nazionale bosniaca. I giovani coltivano la memoria chiedendo giustizia e facendo sfoggio di forza, per promettere che mai più accadrà qualcosa di simile.

Ma Srebrenica non ha contribuito a forgiare solo l’identità dei musulmani bosniaci. Alla conclusione della marcia sfilano le bandiere di mezzo mondo islamico. I vessilli della Turchia, rossi con la stella e la mezzaluna bianche, superano i numero quelli gialloblu del governo di Sarajevo: da anni Ankara persegue una strategia di penetrazione culturale ed economica nel Paese. Fra i marciatori c’è chi inalbera la bandiera dell’Iran, che intratteneva un rapporto privilegiato già con la Jugoslavia di Tito, e dell’Arabia Saudita, che nei tempi recenti ha finanziato la costruzione di decine di nuove moschee in tutta la Bosnia.

Gli scout turchi che sfilano marciando militarmente dietro il vessillo che fu di Ataturk raccontano di essere venuti qui fino da Istanbul “per commemorare una tragedia e diffondere una cultura di pace.” Anche se è difficile pensare che possano fare altrettanto per ricordare il genocidio armeno del 1915, le loro intenzioni sono sicuramente delle migliori.

Ma la verità è che, per i bosniaci come per gli stranieri, quella di Srebrenica è una ferita ancora aperta, i cui contorni sono ben lungi dall’essere definiti e per cui la giustizia completa tarda ad arrivare.

Molto lavoro è stato fatto sul fronte della ricerca della verità storica e della riconciliazione fra popoli un tempo in guerra ma ancora di più, forse, resta ancora da fare. Come per l’edificio del municipio, restaurare solo la facciata non basta.

 

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