La base della 7° divisione Peshmerga si trova in cima alla piccola montagna di Bashiqa; alle pendici c’è l’omonima città. In mezzo fino al 9 novembre scorso c’era la linea del fronte che divideva il territorio controllato dai soldati curdi da quello in mano allo Stato islamico. Oggi quella zona è libera e per i curdi è stata l’ultima battaglia nell’avanzata per la riconquista di Mosul, cominciata il 17 ottobre, ed ora totalmente in mano alle forze dell’esercito iracheno.

Prima dell’arrivo dei Daesh, la città contava circa centomila abitanti, e molti di loro erano Yazidi. Territorio d’Iraq reclamato dal governo regionale del Kurdistan dal 2003, Bashiqa si era già spopolata nel 2014, quando erano cominciate le incursioni dei miliziani dell’Isis e i successivi scontri con l’esercito curdo che cercava di arginarne l’avanzata.

Un anno dopo, nel 2015, era completamente nelle mani dell’autoproclamato califfato. Ciò che ne resta oggi è una città martoriata dalla guerra, disseminata di tunnel e ordigni improvvisati che devono essere trovati e disinnescati uno per uno, con case trasformate in ricoveri e fabbriche di armi artigianali. Dalla cima della montagna, fra le rocce e gli avamposti di guardia, c’è una lingua di asfalto che prima di raggiungere il centro urbano compie cinque, sei tornanti. Nei giorni della battaglia i militari l’hanno percorsa a piedi, pochi metri alla volta, rischiando la vita ad ogni curva, e stabilendo ad ogni stop un nuovo avamposto “sicuro” sempre più vicino alla città. Il primo giorno di quell’ultima offensiva per i curdi del settore est, un soldato raccontava come poche ore prima si fosse trovato davanti alcuni Daesh all’improvviso, e indicava il terreno smosso a poche decine di metri da lui e dai compagni. Avevano appena riconquistato una delle case della prima periferia di Bashiqa, un locale quadrato con una piccola veranda dai rampicanti ormai secchi, e una fontana blu da tempo senza acqua al centro del giardino.

Il muro sul davanti non c’era più, ma era stato prontamente sostituito dai peshmerga con un enorme telo colorato, che doveva nasconderli alla vista dei cecchini posizionati a qualche centinaio di metri, i più vicini probabilmente in cima al minareto della moschea con la cupola verde, due o tre isolati oltre. Quando arrivavano gli spari si ricordavano l’un altro di restare ai lati del casolare, dove i muri erano veri, perché il telo poteva confondere l’occhio dei nemici ma non avrebbe bloccato nemmeno un sasso, figurarsi un proiettile. “Sono sbucati da lì, quella è una delle uscite del tunnel che hanno scavato chissà da quale casa per poter lasciare l’abitato in fretta e senza pericolo, e coglierci di sorpresa.

Hanno avuto quasi due anni per prepararsi – racconta il soldato – ci sono mine ovunque, bisognerà fare attenzione a dove si cammina per chissà quanto tempo dopo la fine dei combattimenti. Erano in cinque stamattina, ce li siamo trovati davanti come se fossero arrivati dal nulla. Per fortuna siamo stati veloci nel rispondere al fuoco”.  Tra lui e quelle rocce ci sono poche decine di metri di asfalto, quasi completamente divelto. Qualche ora prima, durante la discesa a valle, erano morti tre compagni. Un peshmerga colpito da un cecchino, dall’altro lato della montagna, e due soldati del Pak, il Parti Azadi Kurdistan o Kurdistan Freedom Party iraniano. Erano due ragazze di vent’anni, entrambe volontarie, centrate da un mortaio. Pochi minuti prima condividevano un bicchiere di chai bollente in attesa degli ordini. “Tanti giovani si sono arruolati – dice ancora il soldato – alcuni dopo aver perso la propria casa, altri perché hanno sentito il dovere di fare qualcosa contro questi terroristi. La speranza di riunire le proprie famiglie e vivere senza combattere c’è, ma tutti sappiamo che non sarà facile, e che il presidio militare dovrà continuare a lungo. Ammesso che la riconquista di Mosul, un domani, porti davvero la pace”.

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