Sognano un futuro. Di poterlo afferrare con le proprie mani e costruirlo. Ma non è facile in un paese come l’Afghanistan, dove per chi non ha conoscenze politiche o appoggi, non ci sono possibilità di scelte. Il 70 percento della popolazione afgana è al di sotto dei 18 anni, è priorità dello Stato e del presidente Ghani che i giovani abbiano la possibilità di vivere in pace, nonostante i rombi degli aerei di guerra, il tuono delle esplosione e gli echi delle minacce. I ragazzi e le ragazze, soprattutto nelle città, ora studiano, si immaginano in un futuro senza combattimenti, senza distruzioni, senza morti e cercando di dare il loro contributo.

“Voglio fare il medico”, “Voglio fare l’avvocato”, “Voglio fare il presidente”, dicono ragazzine di 13 anni in una scuola di Kabul, hanno sguardi vivaci, volti sorridenti, voci timide, ma agguerrite. Se vi dicessero che non potete studiare? “Non saper leggere e scrivere è come essere ciechi, io mi metterei davanti a chi me lo chiede, e glielo direi in faccia che io voglio studiare”, dice Hotra con il viso incorniciato in un velo bianco, e il corpo ancora giovane in una divisa azzurra. Il preside la guarda e annuisce: “Le nuove generazioni dovranno migliorare il paese e il compito degli adulti di oggi, per quanto difficile, è di aiutarli e proteggerli ”, ci spiega Abdullah Malikzada, che gestisce 400 studenti maschi e femmine, in una scuola privata dove i genitori pagano per dare un’educazione ai figli.

Ma la sfida vera ce l’hanno i ventenni di oggi, sono loro quelli che devono scegliere se imbracciare le armi, o deporle per sempre, sono la generazione di mezzo, quella nata in guerra e che se riuscirà, morirà di pace. Ci sono ragazzi che sfidano il sistema e la società, come gli attori da sempre bersaglio di qualsiasi estremismo che tenta, sempre ovunque di distruggere la cultura, il pensiero, lo spirito critico. Massud Mustamandi, ha 28 anni e con il suo amico e socio Idris, hanno messo su una casa di produzione, la Vision, che non solo fa film, pubblicità, documentari e cortometraggi, ma si occupa anche del casting. Cerca giovani, belli, e desiderosi di essere famosi, afgani per inserirli nelle loro produzioni. Ma il prezzo del successo, può avere anche la sua faccia negativa: ai talebani non piacciono le donne in televisione, o gli uomini sui pannelli pubblicitari.

“Abbiamo fatto più di 100 pubblicità, un documentario per il National Geographic, ma è molto dura”. In Afghanistan l’idea di qualità è ancora virtuale, conta più spendere meno, piuttosto che fare bene, almeno per quel che riguarda la vecchia guardia. “Se non riusciamo ad innalzare il livello di professionalità, non c’è speranza per questo paese”, ci spiega Massuod, che è ritornato a Kabul dopo un periodo da profugo per tentare di fare la differenza. Lo studio è in una zona buona della capitale, in un piccolo edificio a due piani, una sala coi computer per la grafica, un paio di uffici e uno studio fotografico. “Non ci sono grandi speranze in questo momento, in questi dieci anni chi ha governato, non ha costruito niente per far sì che la gente lavori, non ci sono fabbriche, progetti, nulla che ci trattenga. Eppure restiamo, è la nostra sfida, abbiamo fatto una scommessa con l’Afghanistan e sono sicuro che qualcosa di magico accadrà”.

Magia, fortuna, i sogni degli afgani sono grandi anche se chiedono poco: solo una vita normale. Hamed Rahimi, ha 24 anni, un bel viso, forse più in foto che dal vivo, ma ha tutta la sfrontatezza della sua giovane età. Ha studiato arte e fa l’attore, ma facendo il modello si paga un po’ di spese, non che prendano tanto, ma abbastanza per poter fare il lavoro che ama di più: l’attore. Nessuno più di lui sa cosa significa voler fare qualcosa in un paese dove c’è un intero movimento che disprezza la sua professione. “L’11 dicembre dell’anno scorso, ero a teatro, l’unico teatro che c’è qui, vedevo una rappresentazione che si chiamava ‘il silenzio dopo l’esplosione’, ironia della sorte parlava proprio della violenza. La sala era buia e piena, quando a un tratto un fragore tremendo ci ha investito. La prima cosa che ho pensato è che fosse parte dell’opera, c’è stato un silenzio surreale e poi sono esplose le urla”.

Un kamikaze era entrato in sala, era avanzato fin quasi sotto il palcoscenico e si era fatto esplodere uccidendo immediatamente un cameraman e ferendo decine di persone. “Ero così scioccato che solo quando sono stato trascinato fuori – racconta Hamed – ho visto che ero coperto di sangue”. Ferito al lato sinistro del corpo, si è ripreso in fretta, ma se il corpo di aggiusta, quello che si ha dentro può metterci molto di più. “Ho ancora attacchi di panico, anche se solo sbatte una porta dopo un anno, un teatro dovrebbe essere un posto sicuro, dove ci si emoziona, non dove si muore. Tutto quello che voglio è essere amato dalla gente, perché i film servono a spiegare quello che ci circonda, sono le nostre idee su pellicola”. Sayed Jalal Rohani, 26 anni, gli annuisce accanto, fa il regista ma anche lui si presta a fare il modello. Tra qualche anno quando sarà più maturo, sarà un bel uomo, ma in Afghanistan la bellezza viene nascosta, viene sciupata, viene disprezzata.“Dobbiamo aiutare le donne con ogni mezzo, per loro, la vita è mille volte più difficile imprigionate tra la famiglia e la società che vorrebbero che facessero solo figli”. Forse per questo le donne già da piccole sono più forti. “Io non mi sposerò mai – dice Hodra con tutto l’impeto dei sui 13 anni, inchiodando con lo sguardo le sue compagne di scuola che danno per scontato che un giorno, non tanto lontano, saranno mogli e madri – voglio viaggiare. Il mio sogno? Andare a Parigi e vedere la torre Eiffel”.

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