Un controllo, poi un altro, e un altro ancora. Bisogna superare due cancelli a fatica perché la strada è sconnessa, eppureè uno dei quartieri più esclusivi di Kabul.La polizia esamina la macchina, da un lato su un muro la scritta: “Stazione di Polizia Pd11”. È il distretto di Shari Naw dove ci sono le case degli stranieri, dove ci sono molte ambasciate, tra le quali quella italiana, dove ci sono pesanti muri di cemento per proteggere dagli attentati chi è dall’altra parte. Nel cortile della caserma, il generale Mahmoud Najibi ci accoglie nel suo regno. “La sicurezza a Kabul è molto migliorata, i nostri ragazzi sono sempre più addestrati, ci sono sicuramente zone più pericolose di questa, noi cerchiamo di fare del nostro meglio”. Vorrebbe avere armi migliori, più uomini, perché è consapevole che loro e i soldati sono tra gli obiettivi principali della militanza talebana. 32 anni nella polizia, addestrato in Russia, come la maggior parte degli afgani poliziotti o militari che sono sulla cinquantina. Un uomo gentile ma con un carisma spiccato che spesso distingue questo popolo. Registriamo le sue parole, poi quando il registratore si spegne, si rilassa e ci dice di stare attenti, è vero che la città è più sicura, ma non lo è completamente, è sempre possibile che qualcosa sfugga, che qualcosa accada all’improvviso.

Kabul è una città che sembra incontrollabile, sommersa da un traffico selvaggio e puzzolente che ti stritola per ore. Alcune strade sono state asfaltate, sono state costruite rotonde, ci sono vigili nelle grandi piazze, ma è pura anarchia tutto intorno. Non ci sono sensi di marcia reali, niente precedenze, gente che affolla le strade in attesa di furgoni privati che sostituiscono il servizio pubblico carente se non del tutto assente. Sembra impossibile anche per un solo momento poter intercettare un eventuale pericolo, o identificare qualcosa che non va. Gli afgani sanno che devono solo stare lontani dai mezzi militari che sfrecciano coi mitra spianati, perché loro insieme ai suv degli stranieri, sono gli obiettivi. “Il sangue degli afgani è gratis”, ripete la gente, consapevole che i muri che proteggono organizzazioni, istituzioni, banche, alberghi e militari, non sono certo per loro.

I talebani sono presenti e combattivi come non lo sono mai stati in 14 anni dalla loro caduta. Ma Haroun Mir, un analista ed editorialista afgano, non pensa che siano particolarmente più forti di qualche tempo fa, è il governo che è più debole. Tre i fattori principali: il ritiro degli stranieri anche se ora è stato fermato, comunque passare da 100 mila americani a 8 mila e rotti, ha dato il suo contraccolpo; l’arrivo di meno soldi, molti paesi donatori si sono concentrati su altre cose, non sono solo gli americani ad essersene andati, e infine, un’amministrazione precedente che quando invece i soldi li aveva, non ha fatto niente per investirli in lavoro, in sicurezza, in progetti a lungo termine. E questo fortifica i nemici, ma non solo, anche se poco se ne parla, forse proprio non se ne vuole parlare, secondo le intelligence l’Isis sarebbe nell’ombra, in competizione con i talebani, ma presenti nell’est, situazione che spaventa molto le nazioni ex sovietiche confinanti, tanto da aver fatto muovere le truppe sul confine.

Ora i talebani godono del breve successo a Konduz, dove la città mai neanche nel periodo in cui governavano il paese, è stata presa e per un paio di settimane tenuta sotto il loro controllo. Eppure Mir non è pessimista, mentre lo sono molti afgani, perché il governo è compatto, sembra anche, nonostante ci riesca poco, provare a fare riforme, a lottare contro la droga e la corruzione. Sta di fatto che alcuni numeri la dicono lunga: la produzione di droga quest’anno è scesa del 48 per cento.

Mentre fioriva ai tempi del presidente Karzai, nel vero senso della parola con ettari di campi di papavero, ora qualcosa sembra muoversi. Ma è ancora troppo presto, solo dopo un anno del governo Ghani, per vedere miglioramenti, ma è solo di questo che la gente ha bisogno. Intanto i talebani dopo aver annunciato che non smetteranno di combattere per creare un sistema islamico in Afghanistan, continuano a far chiudere scuole. Non nelle grandi città, ma nelle campagne dove la loro presenza è radicata. Le scuole vengono assaltate, bruciate, è accaduto solo ieri nella provincia di Logar. Sono migliaia le ragazzine che non vanno a scuola. Eppure non c’è niente che vorrebbero di più. “Io voglio diventare una dottoressa, per il mio paese e per aiutare la gente”, Hodra ha solo 13 anni, frequenta una scuola privata, e non ha intenzione di fermarsi per nulla al mondo: “Non saper leggere è come essere ciechi, non puoi lavorare, non puoi migliorare, non puoi viaggiare, invece io voglio andare a Parigi a vedere la Torre Eiffel”.

Le sue amichette concordano e annuiscono, sono piccole ma determinate come sono le donne afgane, spesso piegate, torturate, vendute, abusate, ma mai spezzate. “Guardate me”, che altro dire di Zakria, che dieci anni fa aprì la prima palestra di aerobica per donne (dalle 6 alle 8 del mattino perché è l’unico momento libero per le moglie e madri afgane) dedicata alla sorella uccisa dai talebani perché faceva Karate e oggi, è la vice presidente della Commissione Olimpica afghana? E’ nelle generazioni giovani che giace il futuro dell’Afghanistan, sono loro che spezzano o tentano di spezzare i legami con la tradizione, che si veste dell’abito religioso, ma che ben poco ne ha a che fare. “Per i talebani ma non solo, quello che facciamo noi è considerato sbagliato, perché quando pensano ai modelli e alle modelle pensano alla pornografia”, ci racconta Massoud Mustamandì che insieme a un suo amico, ha aperto una casa di produzione per documentari, pubblicità e cortometraggi. Sono sempre alla ricerca di volti afgani per i loro spot e questo li getta dritto dritto nel mirino della militanza. “Lo sappiamo, è pericoloso, ma questo è quello che vogliamo e sappiamo fare, è il nostro contributo a un Afghanistan diverso”. Due ragazzi, una storia di amicizia, un passato da profughi: “Sappiamo cosa significa vivere lontani da casa propria, conosciamo la sofferenza di chi parte, e noi siamo riusciti a tornare. La situazione sembra senza speranza, se non c’è sicurezza, non girano gli affari, se non girano gli affari nessuno compra le nostre pubblicità”, spiega Massoud. Sembra un pozzo senza fine, ma non hanno neanche trent’anni e questo gli dà il coraggio che serve: “Per ora restiamo, qualcosa deve succedere, qualcosa di magico”.

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