Non è un posto facile da trovare. Le protezioni, i muri fanno pensare che c’è qualcosa di insolito che si nascondenon troppo lontano dal parlamento afgano. Non potrebbe essere più vero. L’edificio è completamente scavato e circondato dalle sue stesse protezioni. Sono i suoni che raccontano che qualcosa di nuovo è nato a Kabul. Si tratta di Nowzad, la prima e unica clinica per animali dell’Afghanistan.

Agli afghani i cani non piacciono, nell’Islam sono considerati animali impuri. Se li allevano è per usarli nei combattimenti dove si affrontano fino all’ultimo sangue. Un «gioco» popolare in tutto il paese. Altrimenti li si vede scorrazzare tra i rifiuti, nelle strada, a volte troppo magri e spesso malati di rabbia, una malattia facilmente controllabile nei paesi in pace ma che in Afghanistan uccide 40 mila persone all’anno, soprattutto bambini che spesso si avvicinano, lanciano sassi ai cani che si arrabbiano e li mordono. Il rispetto per gli animali è un concetto difficile da trasmettere in un paese povero e insicuro. Quando i diritti della gente sembrano all’ultimo posto, quelli degli animali non sono neanche considerati. Ma non è sempre così. E’ appunto tra il filo spinato e il cemento che sta fiorendo qualcosa di nuovo. Pen Farthing è stato due anni in Afghanistan come militare dei Royal Marine inglesi. Ha combattuto nel sud, nella provincia di Helmand, roccaforte dei talebani, ha visto due dei suoi amici e colleghi morire. Ha visto sangue, morti, il paese bruciare sotto il peso dei combattimenti. Poi ha trovato Nowzad, che significa «Appena nato», un cane che ha tenuto con sé per anni, come spesso accade nelle basi militari quando diventa quasi una mascotte. Ci sono cagnoloni nelle basi americane, in quelle italiane, quelle tedesche e spagnole. Per chi trascorre mesi di tensione, di incertezza, di rabbia, gli animali sono un sollievo.

Così Pen, finito il servizio sul campo, insieme con la sua compagna, anche lei soldatessa, ha mollato 12 anni di carriera ed è rimasto qui. Non è voluto tornare nella sua cittadina inglese, ordinata ed efficiente, ma ha scelto un Afghanistan ancora insicuro, da proteggere non più in divisa e fucile, ma in un modo completamente diverso. «Era certamente più facile essere un soldato. Dirigere una clinica, ottenere donazioni per mandarla avanti, è una lotta continua. Soprattutto è complicato far capire che non solo salviamo animali ma vaccinandoli, insegnando alle persone come averne cura, aiutiamo anche la gente a stare meglio», racconta mostrandoci la sua clinica, dove tiene 40 gatti e 80 cani. «Questa è la continuazione del mio servizio, il mio contributo al paese. Prima ero qui per aiutare gli afghani ora sono qui per aiutarli a fare la differenza. Guardo i giovani e vedo che non hanno più voglia di combattere. La clinica impiega 17 afghani, il che significa mantenere altrettante famiglie. Ci sono tre veterinari afghani, due donne e un ragazzo che l’ex Royal Marine ha aiutato a laurearsi per poi prendersi cura degli animali.

«Non ci sono veterinari nel paese che si occupano di animali piccoli, solo di quelli da fattoria», ci spiega Pen, mentre la dottoressa Maliha, 24 anni e un sorriso gentile, sta cercando di intubare un gatto per sterilizzarlo. Procedura da sala operatoria, tutto pulito, tutto sterilizzato, mentre William un cuccioletto pauroso si nasconde dietro le gambe di un tavolo. «I cani che ci arrivano di solito sono con la rabbia, ma anche vittime di incidenti stradali, di terribili combattimenti, uno addirittura è stato sfregiato con l’acido e abbiamo dovuto amputargli la coda».Qualche animale salta sulle mine, qualcun altro viene ferito durante gli scontri a fuoco. Il prossimo sul tavolo operatorio sarà un cane affettuoso che ha una zampa dislocata che gli verrà amputata. Soffre moltissimo, ma arranca verso le persone per farsi accarezzare. Qualche mese fa c’è stata un’esplosione, e i cani come tutti gli animali in zone di guerra hanno paura e possono restare traumatizzati. Alla clinica li si cura e poi si cerca di trovare delle famiglie che li accolgano.

Molti soldati stranieri vogliono portarli con loro quando, finita la missione, ritornano in patria: «Abbiamo mandato diversi cani anche in Italia. C’è tutta una procedura tra analisi del sangue e quarantena, e ci occupiamo di tutto spiega Pen che ha spedito molti cani in Europa e Stati Uniti. Prima arrivano a Dubai dove poi vengono smistati ai rispettivi proprietari, un servizio che aiuta con le spese della clinica che ammontano a circa 8000 euro al mese». Maliha, incide il fianco del gatto, orgogliosa di usare un metodo per sterilizzare innovativo per l’Afghanistan, e ci racconta che ha sempre amato gli animali. Da piccola salvava gli uccellini. Sposata da due mesi con un medico, non ha mai pensato di smettere, come spesso accade per le donne afghane più tradizionali. «Anche mio marito è un dottore e sa che amo questo lavoro».

Mariam, 27 anni, invece è ancora single, l’assiste e dice che per ora non vuole sposarsi. «Gli animali non parlano, ma sanno come farsi capire, mi fa stare bene aiutarli a guarire». Mushataba, invece, è il veterinario maschio, giovane, ha lasciato la famiglia in Iran per venire a studiare a Kabul dove era più facile entrare. Voleva fare il medico tradizionale, ma poi per una serie di circostanze, è finito a studiare veterinaria. «Tutto sommato sono sempre un dottore e quando curi gli animali in qualche modo curi anche tutti quelli che stanno loro vicino».

ALTRI EPISODI
  • PARTE 1

    Quel che resta di Kabul

    É molto cambiata Kabul: se non fosse per il traffico, i militari, le protezioni intorno ai palazzi, sembrerebbe quasi una normale città del Centr’Asia.Ma a parte le principali strade asfaltate, c’è la sensazione di qualcosa che trami nell’ombra. Forse perché...

    Continua a leggere
  • PARTE 2

    Il sangue degli afghani è gratis

    Un controllo, poi un altro, e un altro ancora. Bisogna superare due cancelli a fatica perché la strada è sconnessa, eppureè uno dei quartieri più esclusivi di Kabul.La polizia esamina la macchina, da un lato su un muro la scritta:...

    Continua a leggere
  • PARTE 3

    Ospedale bombardato, Msf

    Un attimo prima sei in un trauma center, un ospedale dove curi i feriti di guerranel nord dell’Afghanistan. Un ospedale neutrale, un posto dove secondo le leggi internazionale quando sei ferito, non sei più un combattente. Un luogo che serve un...

    Continua a leggere
  • PARTE 5

    Via le forze internazionali: ora?

    Sapete cosa significa vivere ogni giorno sapendo che potresti saltare in aria in qualsiasi momento? Mentre stai andando a prendere tua figlia a scuola? Mentre tua moglie è al mercato, mentre vai al lavoro, o entri in un negozio. In...

    Continua a leggere
  • PARTE 6

    La speranza dei giovani

    Sognano un futuro. Di poterlo afferrare con le proprie mani e costruirlo. Ma non è facile in un paese come l’Afghanistan, dove per chi non ha conoscenze politiche o appoggi, non ci sono possibilità di scelte. Il 70 percento della...

    Continua a leggere
  • PARTE 7

    “Ecco perché l’Afghanistan è una base di instabilità”

    «Se sarà eletto presidente, mi darà la sua prima intervista?». Era il 2009, ed era la terza volta che parlavo con lui dopo averlo conosciuto poco dopo la caduta dei talebani nel 2001. Nel 2014, non senza polemiche, Ashraf Ghani,...

    Continua a leggere
  • PARTE 8

    Faccia a faccia con i trafficanti di uomini

    Nel mese di ottobre 45 mila afgani hanno lasciato il paese per dirigersi verso l’Europa. La guerra, la fame, la mancanza di lavoro, sono i motivi scatenanti. Famiglie che vendono tutto per affidare i propri figli ai trafficanti di esseri umani che...

    Continua a leggere