«Il rapimento degli italiani è stato organizzato dallo Stato islamico di Sabrata», ha rivelato Fitouri Al Dabbashi, influente comandante di una delle milizie della città costiera ad ovest di Tripoli. Gli ostaggi erano i 4 lavoratori della società Bonatti sotto sequestro per otto mesi proprio a Sabrata. Il tunisino Noureddine Chouchane, uno dei capi delle bandiere nere che è stato a lungo in Italia «ha avuto sicuramente un ruolo nella vicenda degli italiani rapiti», secondo Dabbashi. E pure Moez Fezzani, nome di battaglia Abu Nassim, l’emiro tunisino ricercato dal nostro Paese, potrebbe essere coinvolto. «Più persone si facevano chiamare così – ha spiegato Dabbashi – ma un Abu Nassim era uno dei capi (dello Stato islamico, nda) a Sabrata».

La cappa di silenzio che il nostro governo ha calato sulla vicenda degli ostaggi italiani non basta a nascondere la pista tunisina delle bandiere nere, sempre smentita.

Il primo tassello del collegamento con lo Stato islamico è un pesce piccolo: l’autista che era andato a prendere gli italiani in Tunisia. Si chiama Yahia Yusef ed è stato arrestato fra il 28 e 29 febbraio a Sabrata, nei giorni concitati della fine del sequestro. Oggi è detenuto a Tripoli e ha confessato. «Il cugino dell’autista, Ahmed Yahia, ha organizzato il rapimento – secondo il comandante di Sabrata -. È un aderente allo Stato islamico». Gli uomini di Dabbashi hanno partecipato alla battaglia che ha spazzato via le bandiere nere da Sabrata dopo il bombardamento americano del 19 febbraio. «Il gruppo che ha compiuto il rapimento è riconducibile ai dirigenti tunisini dello Stato islamico di Sabrata» viene ribadito dalla città costiera. Il responsabile dell’operazione sarebbe il tunisino Kamal El-Dib, che assieme al fratello, pure lui jijadista, «ha messo in sicurezza gli ostaggi». Secondo Dabbashi «l’organizzazione era segreta e invisibile all’esterno». In pratica operava a compartimenti stagni e il vertice era composto da 5 tunisini. I capi, Abu Nassim e Chouchane, che rappresentano due generazioni di jihadisti, vivevano da oltre un anno a Sabrata. Probabilmente le loro strade si sono incrociate in Siria nelle file di Al Battar, un reparto jihadista considerato l’avanguardia dello Stato islamico. Il veterano Fezzani è stato incaricato dal Califfo di sbarcare a Sabrata. Chouchane, più giovane, aveva il compito operativo di addestrare le reclute soprattutto tunisine. «I combattenti islamici che erano a Sabrata di solito si addestravano per sei mesi o un anno – ha raccontato Dabbashi – e venivano da Ben Garden, Zarzis, Sidi Buzzid, tutti molto giovani, nati a metà degli anni Novanta». Sirte era la «capitale» del Califfo in Libia, ma Sabrata rappresentava la testa di ponte per l’espansione dello Stato islamico in Tunisia. La cacciata delle bandiere nere da Sabrata, in seguito al raid degli americani che avevano informato palazzo Chigi, ha portato alla morte di Salvatore Failla e Fausto Piano. Gli ostaggi italiani erano stati separati. I loro colleghi sopravvissuti, Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, sono stati lasciati da soli, dopo il probabile pagamento di una parte del riscatto. I tunisini della bandiere nere hanno portato via i due più sfortunati il 2 marzo. Secondo Dabbashi «c’è stato un cruento scontro a fuoco, ma nessuno sapeva che ci fossero gli ostaggi italiani in quella colonna». Nel convoglio di due fuoristrada in fuga nel deserto «oltre a tre donne c’erano dei tunisini, tutti militanti di Daesh (Stato islamico nda), rapitori e responsabili della prigionia degli italiani».

La moglie di Chouchane era già stata arrestata e secondo l’intelligence libica citata dal Corriere della Sera sarebbe in carcere anche la consorte di Fezzani trovata con mezzo milione di euro. Il sospetto è che si tratti di una parte del riscatto pagato per i due italiani sopravvissuti. Secondo Dabbashi l’obiettivo del sequestro non era politico: «Volevano soldi».

Abu Nassim è stato segnalato a Sirte in marzo e la sua presunta cattura nell’ovest della Libia, in fuga verso la Tunisia, non è ancora stata confermata. Chouchane, l’altro jihadista tunisino che ha vissuto in Italia, era stato dato per morto nel raid Usa di Sabrata. In realtà «non era presente nel luogo bombardato – ha rivelato Dabbashi – Sono più gli elementi che ci fanno pensare che sia vivo».

A Sirte, dove le bandiere nere sono circondate, gli uomini della brigata di Misurata in prima linea nella battaglia finale giurano: «A capo dei 300 terroristi circondati, ma decisi a combattere, c’è un tunisino».

TRASPARENZA

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