Andy Rocchelli
Spari sulla memoria
Articolo e video di Andrea Sceresini, Alfredo Bosco

La morte di Andy

Era l’agosto del 2017, quando il soldato Alexander Vladimirovich Rakityansky e il suo comandante “Zhora” accettarono di incontrarci in un parco pubblico alla periferia di Donetsk, nell’Ucraina orientale. Rakityansky e “Zhora” – entrambi miliziani dell’esercito filorusso – erano i due uomini che il 25 maggio 2014 avevano recuperato nelle campagne alla periferia di Sloviansk i corpi senza vita del reporter pavese Andy Rocchelli e del suo collega russo, il giornalista Andrej Mironov. Contattarli non era stato facile, e c’erano voluti alcuni giorni per organizzare quella breve intervista in una radura sulle rive del fiume Kal’mius. “L’italiano era steso in posizione fetale, con molte ferite su tutto il corpo, mentre il russo era stato decapitato dalle esplosioni – ci raccontarono -. È stata dura, ma alla fine siamo riusciti a caricarli in macchina e a portarli via”. Visibilmente emozionati, i due parlavano con voce lenta, ripercorrendo – per la prima e unica volta di fronte a una telecamera – quei momenti lontani e penosi.

Andy e Andrej erano stati uccisi il giorno prima, mentre – armati di macchina fotografica – stavano documentando gli scontri tra miliziani separatisti e soldati ucraini ai piedi della collina di Karachun, sulla cui vetta erano trincerate le unità dell’esercito di Kiev. Proprio da quell’altura, nel pomeriggio del 24 maggio, sarebbero partiti i colpi di mortaio che assassinarono i due reporter. “Tutta la zona era perfettamente visibile dalla cima della collina – ci confidarono i due uomini in divisa durante l’intervista – È stato un tiro al bersaglio, come si fa al poligono”. Rakityansky e “Zhora” sono tutt’ora residenti nell’autoproclamata “Repubblica Popolare di Donetsk”, non riconosciuta da nessuno Stato al mondo: perciò le autorità italiane non hanno mai potuto interrogarli. La loro testimonianza, tuttavia, merita di essere riproposta: sono i soli miliziani separatisti ad aver avuto l’opportunità di raccontare pubblicamente ciò che videro quel giorno ai piedi di Karachun.

 

Proprio in queste settimane, al palazzo di giustizia di Milano, si sta concludendo il processo d’appello per la morte di Andy Rocchelli. Il procedimento di primo grado ha visto la condanna a 24 anni di carcere del sergente italo-ucraino Vitaly Markiv, della Guardia nazionale di Kiev, il cui reparto presidiava la vetta della collina: sarebbe stato lui, insieme ai suoi commilitoni, a concorrere all’omicidio dei due reporter. Uno dei principali teste dell’accusa è il fotogiornalista francese William Roguelon, che si trovava con Andy e Andrej quando iniziò il bombardamento. Ferito alle gambe da alcune schegge di mortaio, Roguelon riuscì a sopravvivere fuggendo a piedi in direzione del centro abitato: “Ho contato fino a dieci colpi di mortaio, ma penso che ne avremo ricevuti venti o trenta in tutto – ha ricordato -. Eravamo un vero e proprio bersaglio, la loro intenzione era quella di ucciderci”.

Anche sulla scorta di queste dichiarazioni (confermate peraltro dal driver locale che quel giorno accompagnò i tre reporter), il 15 ottobre scorso il sostituto procuratore Nunzia Ciaravolo ha chiesto la conferma della condanna di primo grado. Tuttavia, non sarà una sentenza facile: il clima a palazzo di giustizia è più che mai incandescente.

Tutto quello che c'è da sapere su Andrea Rocchelli e la guerra in Donbass
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Negli ultimi giorni, l’avvocato della famiglia Rocchelli, Alessandra Ballerini, ha ricevuto scariche di insulti e minacce via Facebook: “Ci accusano di essere al soldo di Putin – racconta Elisa Signori, la mamma di Andy -. Lo avevano fatto anche durante il primo processo, a Pavia: dicevano che la città era infiltrata da agenti russi, che la nostra magistratura era asservita al Cremlino. Ma qui, semplicemente, noi parliamo della morte di due giornalisti, il cui unico delitto era quella di svolgere il proprio lavoro. Ecco: vorremmo che si partisse da questo dato di fatto. Il resto sono solo calunnie”.

I redattori del “Myrotvorets” hanno marchiato le foto del giornalista russo Andrej Mironov con una grossa scritta in caratteri cirillici – “ликвидирован” – “liquidato”. Fonte ://myrotvorets.center/criminal/mironov-andrej-nikolaevich/

Ma le calunnie, nelle vicende di Andy, di Andrej e dei tanti giornalisti che in questi anni sono stati impegnati in Donbass, sembrano essere una imprescindibile costante. Fin dal 2014, le autorità ucraine hanno redatto liste di reporter “non graditi” – con tanto di recapiti e dati personali – e le hanno sbattute sul web. Anche chi scrive ha subito il medesimo trattamento: bollati come “terroristi”, siamo stati banditi per cinque anni dal territorio ucraino, dal 2015 al 2020. La nostra colpa: aver cercato di raccontare la guerra in Ucraina da entrambi i lati del fronte, calcando sia le trincee governative che quelle separatiste.

I redattori del “Myrotvorets” hanno marchiato le foto di Rocchelli con una grossa scritta in caratteri cirillici – “ликвидирован” – “liquidato”. Fonte: https://myrotvorets.center/criminal/rokkelli-andrea/

 

Evidentemente, era qualcosa che proprio non andava fatto – e poco importa se i soli ad averci effettivamente arrestato durante le nostre incursioni verso le prime linee, nell’estate del 2016, sono stati i miliziani filorussi di Donetsk, ai quali dobbiamo l’unica notte in galera della nostra vita: per Kiev, ancora oggi, siamo classificati come “cooperanti con organizzazioni terroristiche filorusse”. Sulla stessa lista, assieme a noi, ci sono decine di altri cronisti occidentali – compresi Andy e Andrej, i cui nominativi sono tutt’ora presenti sul sito del “Myrotvorets Center”, un “organismo di controllo” legato all’Sbu, i servizi segreti ucraini. La pagina è facilmente raggiungibile con pochi clic: basta scrivere il nome e cognome della persona che si vuole trovare nell’apposito motore di ricerca, all’interno sezione “Purgatorio”.