(Bazarak) Il gippone blindato americano della resistenza anti talebana è incenerito e accartocciato su uno dei tornanti della valle del Panjshir. L’impressione è che non sia stato colpito da un semplice missile anti carro, ma dal cielo. Forse dai droni pachistani che secondo la resistenza avrebbero dato man forte ai talebani. Nonostante l’accredito dell’Emirato islamico il Panjshir è off limits per i giornalisti. La porta d’ingresso ad arco si apre nella parte più stretta e affascinante della valle con il fiume che scorre fra le pareti selvagge. L’automobile comune e scassata, gli abiti afghani che indossiamo e la barba che cresce hanno evitato l’attenzione dei talebani di guardia.

Della resistenza di Ahmed Massoud, figlio del leggendario «leone del Panjshir», che era arroccata nella valle restano solo un paio di blindati inceneriti dall’alto e un mezzo più vetusto messo fuori uso da proiettili di mitragliatrice pesante. La valle è desolata con le case ai lati dell’unica strada apparentemente sprangate, i negozi chiusi o abbandonati in una fuga precipitosa. Rari gli afghani del posto in giro. Lungo i tornanti si incontrano solo manipoli di talebani e le bandiere bianche con i versetti del Corano, vessillo dell’Emirato. Non ci sono segni di aspri combattimenti come fori di proiettili sui muri, finestre infrante o macerie. Sembra quasi che la resistenza si sia dissolta sparando ben pochi colpi. La pressione militare e i negoziati attraverso gli anziani hanno evitato una lotta senza quartiere.

Lungo la valle molti poster del leggendario Massoud e di suo figlio sono stati fatti a pezzi, ma alcuni, seppure sbiaditi, resistono ancora. Il vero segno della guerra sono gli sfollati, che incrociamo a singhiozzo. Utilitarie, minivan, camion carichi all’inverosimile di intere famiglie con i bambini pigiati ai finestrini e masserizie di ogni genere, dai materassi ai tappeti. Hanno portato via dalle loro case tutto quello che potevano e scappano verso sud per uscire dalla valle. Non parlano, ma gli sguardi tristi, i volti segnati dalla stanchezza, gli occhi spenti dicono tutto.

La resistenza accusa i talebani di «pulizia etnica» e di aver espulso dalla valle «migliaia di persone mentre il mondo rimane a guardare con indifferenza». A Bazarak, capoluogo del Panjshir, sventola la bandiera dell’Emirato. I talebani hanno occupato caserme e uffici amministrativi. A un posto di blocco ci chiedono addirittura un selfie felici per la vittoria, che forse non è totale. Sulla collina si staglia il mausoleo dove è sepolto Ahmad Shah Massoud, ucciso due giorni prima dell’11 settembre da Al Qaida. Non ci lasciano avvicinare alla tomba vandalizzata del «leone».

Nel limbo della semi clandestinità decidiamo di presentarci nell’ufficio del nuovo governatore talebano mulawi Qudratullah Panshiri per l’autorizzazione a fare il nostro lavoro. Fuori dalla porta dell’ufficio occupato fino a pochi giorni fa da Massoud c’è una passerella di barbuti miliziani in attesa di ordini. E anche qualche civile come il giovane che vuole farsi restituire la macchina presa «in prestito» dai talebani per trasportare feriti e sparita nel nulla. Miliziani con fucile e turbante nero dei pasthun duri e puri si mescolano ai talebani locali con il pacul, copricapo a ciambella reso famoso da Massoud, che parlano dari e sono tajiki. Panshiri ci fa attendere un’ora per poi mandare il figlio: «Niente foto, niente video. Il governatore non parla con i giornalisti. Andate via e tornate fra una o due settimane».

Violenti scontri con la resistenza sarebbero in corso nei distretti di Dara, Abshar e Paryan, molto più in alto. Non a caso i talebani ci fanno tornare indietro. Serpentoni di fuoristrada nuovi di zecca dell’Emirato zeppi di miliziani armati fino ai denti si inerpicano verso la battaglia. Triste lasciarci alle spalle il Panjshir, la valle che non sarà mai più come prima, invitta e libera.

TRASPARENZA

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