Adraskan (Afghanistan) «Ho combattuto per anni contro i soldati italiani. Abbiamo piazzato trappole esplosive per far saltare in aria i vostri blindati. E attaccato questa base con razzi e colpi di mortaio. Non siamo nemici del vostro popolo, ma dovevamo difendere l’indipendenza dell’Afghanistan» spiega senza peli sulla lingua il comandante dei talebani Amrullah. Barbone nero come il turbante ha conquistato la base di Adraskan, a sud di Herat, dove i carabinieri addestravano per anni la polizia afghana e le truppe che si sono sciolte come neve al sole davanti all’avanzata talebana. La prima tappa di un «war tour» nelle nostre ex roccaforti lungo la strada che porta a Kandahar, la capitale spirituale dei talebani. Gli italiani avevano soprannominato il tratto che da Herat arriva fino al confine con la provincia di Helmand, l’ «autostrada per l’inferno» a causa delle trappole esplosive che i talebani, come Amrullah, piazzavano di continuo.

Quando ci presentiamo all’ingresso della base di Adraskan i giovani jihadisti di guardia sono stupefatti. In realtà il comandante non vedeva l’ora di raccontare ai giornalisti la battaglia finale: «Abbiamo scatenato una valanga di fuoco. Potevamo fare tabula rasa e uccidere tutti, ma gli anziani e i familiari ci hanno chiesto clemenza. Alla fine i governativi hanno ceduto le armi».

La piazzaforte utilizzata per anni dai carabinieri è un cimitero di mezzi sforacchiato dai proiettili o carbonizzato da armi pesanti. Il comandante sostiene che un paio di grandi prefabbricati anneriti dalla battaglia erano gli alloggi degli italiani, che però avevano lasciato da tempo Adraskan.

Su un’altana di sorveglianza lungo il perimetro della grande base resiste ancora, seppure centrato da un colpo, un vetro antiproiettile incastrato fra i sacchetti di sabbia. Uno dei talebani anziani racconta come colpivano la base: «Lanciavamo razzi Rpg dai dossi là fuori contro queste postazioni. Gli italiani hanno inviato i blindati verso di noi, ma uno è saltato in aria su una mina e si sono ritirati». Verità o leggenda che sia i combattenti ci accolgono a braccia aperte e il comandante ripete che «la guerra è finita. Ora abbiamo bisogno del vostro aiuto per rimettere in piedi il paese».

La lama d’asfalto si immerge in un paesaggio affascinante e selvaggio: picchi montuosi all’orizzonte, deserto di pietra, case di fango e paglia fra il nulla. I convogli italiani sfrecciavano in colonna a tutta velocità con i soldati tappati nei blindati Lince e incollati alle cuffiette con il brano degli Ac-Dc «Highway to hell», che dava il nome alla strada maledetta.

La seconda tappa del «war tour» è la base di Shindand, costruita ai tempi dei sovietici come perno delle operazioni aeree in Afghanistan occidentale. L’installazione militare è enorme, ma semi abbandonata. Durante la missione italiana l’Aeronautica è stata impiegata a Shindand con un distaccamento di elicotteri. La lunga pista utilizzata dai caccia bombardieri è deserta. Negli hangar sono rimasti solo due mezzi inutilizzabili. Alcuni ridotti a un groviglio di lamiere dimostrano che si è combattuto, ma non troppo. «Con questi elicotteri ci bombardavano, ma non penso riusciremo a ripararli e farli alzare in volo» spiega il comandante Makhporullah davanti ai pachidermi volani immobilizzati a terra.

L’ex autostrada per l’inferno non è più disseminata dai crateri delle esplosioni degli ordigni improvvisati. L’uomo in ralla, fuori dalla botola dei Lince, era la vedetta che salvava la vita a tutti individuando terra smossa sul ciglio della strada, fili elettrici semi nascosti o altri segnali di allarme per le famigerate trappole esplosive. Nella provincia di Farah, base Tobruk a Bala Baluk, è stata per anni un caposaldo italiano da dove uscivano le colonne impegnate nelle battaglie contro i talebani.

L’avamposto, passato di mano agli afghani, è completamente distrutto. All’interno c’è un cimitero di mezzi delle forze armate di Kabul. Le altane dove i paracadutisti avevano inciso i nomi dei reparti cadono a pezzi. Il comandante Haji Ekmad prima ci accompagna dentro la base, ma poi riceve via telefonino il contrordine. Però racconta degli attacchi. «Abbiamo lanciato macchine minate contro gli italiani e combattuto con loro per anni quando erano in questa base. Siamo pronti a rifarlo con la stessa forza e determinazione se torneranno in Afghanistan» dichiara il capoccia talebano, che non gira neppure armato. E aggiunge: «Non riceviamo un salario e mangiamo patate, ma siamo stati in grado di combattere per 20 anni. E alla fine abbiamo vinto. Non ci interessano soldi o vita agiata. Il nostro obiettivo è l’Islam».

TRASPARENZA

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