Ivo, lo sguardo inquieto

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Fotografia

Ivo, lo sguardo inquieto

28 Marzo 2024. Oggi Ivo Saglietti avrebbe compiuto 76 anni. Nella sua vita era scampato a due ferimenti (il secondo dei quali, in Libano, se lo stava portando via per un’infezione mal curata) e a un buon numero di situazioni…

28 Marzo 2024. Oggi Ivo Saglietti avrebbe compiuto 76 anni.

Nella sua vita era scampato a due ferimenti (il secondo dei quali, in Libano, se lo stava portando via per un’infezione mal curata) e a un buon numero di situazioni drammatiche.  

Il giorno del funerale laico tenutosi al cimitero monumentale di Staglieno, a Genova, si sono radunati molti amici, colleghi, estimatori, in un clima di profonda tristezza ma anche di condivisione nel ricordo e nella memoria. 

Una giornata invernale fredda, grigia, bagnata da una pioggerella fine ed insistente, così lontana dal sole abbagliante del Sud della Francia, dove Ivo aveva aperto gli occhi per la prima volta.

Molti hanno preso la parola, qualcuno raccontando un episodio vissuto insieme; altri leggendo un pezzo scritto per l’occasione; altri semplicemente assistendo in muto raccoglimento o con il groppo in gola.

Come lui stesso ha raccontato nel libro autobiografico “Lo sguardo inquieto. Un fotografo in cammino” (Postcart, 2021), ciò che lo spinse verso la fotografia, fu la scoperta casuale, su uno dei banchetti dei librai di via Po, di Minamata, il libro di W. Eugene Smith (leggendario fotografo di Life e poi di Magnum), che con le sue immagini portava all’attenzione del mondo il tragico destino e le sofferenze degli abitanti avvelenati dall’inquinamento da mercurio.

Il destino e il cammino

È intorno a questi due temi che si è snodata l’intera vicenda umana e professionale di Saglietti.  

Dalle tante guerre e guerriglie dell’America Latina (in assignement per le più importanti testate internazionali) al Medioriente; dalla tragedia del popolo palestinese alle guerre balcaniche; dal racconto della via degli schiavi (dal Benin ad Haiti), alle migrazioni, alle tre grandi malattie da infezione che hanno afflitto l’umanità (malaria, tubercolosi, AIDS). 

È in questa ricerca sul senso del nostro passaggio su questa terra e sul destino dell’umanità che Ivo Saglietti maturerà la scelta di esprimersi attraverso progetti a lungo termine, libero dai condizionamenti delle direzioni editoriali e senza l’urgenza di inseguire la notizia. 

Sorretto da un’etica del proprio lavoro di fotografo che è oggi merce rara – travolti come siamo da immagini crude, inutilmente violente, pornografiche, sbattute in faccia da ogni dove e con ogni mezzo – Saglietti non ha dimenticato mai di fare trasparire quell’attimo di umanità, che – come osservava proprio Eugene Smith – deve sempre accompagnare una buona fotografia.

Non ha mai smesso di interrogarsi Ivo Saglietti

Lo ha fatto col mezzo fotografico, così come uno scrittore usa la parola. Non per niente il senso più profondo del suo lavoro lo si coglie non già dalla singola immagine (per quanto efficace possa essere), ma dal progetto nel suo complesso, editato secondo una logica narrativa in cui una fotografia segue la precedente e anticipa quella successiva. Progetti che spesso durano anni e che, in fondo, l’Autore non ha mai considerato del tutto finiti. Anche l’incompiutezza è infatti elemento che contraddistingue l’esperienza umana; un cammino in continua trasformazione di cui sarebbe velleitario pretendere di mettervi la parola fine.

Un cammino, si diceva. Un cammino fisico anzitutto. Per fare buona fotografia occorre avere buone scarpe, ha affermato Koudelka rispondendo al quesito sulle qualità necessarie per fare il fotografo. Ivo Saglietti ha sempre avuto buone scarpe: solide, forti, essenziali, indossate anche quando la stagione invocava il sandalo aperto o l’infradito. Ma anche un cammino meditativo, lento, silenzioso, metafora di uno sguardo da cui scaturisce una fotografia necessaria e asciutta come il bianco e nero che ne scandisce le immagini. E qui il pensiero va al racconto della sua esperienza e della sua amicizia (quasi una comunione spirituale) con Padre Paolo Dall’Oglio e la sua utopica ricerca del dialogo tra culture e religioni.

Da qui uno dei suoi lavori più sofferti ed insieme più amati che, oltre ad una mostra, si è tradotta in due libri: “Sotto la tenda di Abramo” (Peliti, 2004), ed il recente “Ritorno a Deir Mar Musa” (Emuse, 2023), che lo stesso Saglietti (già malato) sapeva sarebbe stata la sua ultima pubblicazione.

La fotografia era la sua vita e la sua vita era la fotografia

Ha sempre negato che fosse una “missione” (termine che non gli piaceva se applicato al proprio lavoro). Non amava molto neanche il termine “professionista”, troppo asettico e distaccato.  Per lui la fotografia era “mestiere”. Mestiere nel senso più alto del termine, che ha a molto che fare con un servizio non volto soltanto al guadagno personale, ma piuttosto con un’attività indispensabile al servizio della comunità.

Era il mestiere di “Reporter Photographe”, come amava definirsi. In francese. Perché la Francia, la Francia mediterranea, è il luogo dove è sempre rimasto un pezzo del suo cuore.

Ivo Saglietti è scomparso ma il suo lavoro rimane. 


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