Erano le otto del mattino quando le nostre strade si sono divise, in una giornata di quelle che sempre siamo andati cercando nella fotografia, con la nebbia e la pioggia fredda che poi diventa neve. Così la fine ha portato entrambi all’inizio di un nuovo viaggio, il tuo misterioso, il mio più solitario. Anche se sono certa che la solitudine è per noi uno stato necessario, uno stile di vita che apre anche a molte libertà, ora è più difficile viverla.

Il rapporto tra maestro e allieva è una cosa complicata, difficile da spiegare, non è solo amicizia e non è solo un rapporto che assomiglia a quello fra padre e figlia, è un insieme di tanti rapporti. Non so come sia vissuto dalla parte del maestro, chissà perché non te l’ho mai chiesto, ma da allieva, in qualche modo, posso dire che ti senti creatura, creazione, del maestro. E così questo lavoro nasce da quella passione, forse più grande di quella verso la fotografia, che mi hai trasmesso per il cinema. Un racconto agli inizi, con l’idea di un libro, come ci piaceva definirlo “il lavoro della e sulla vita”.

Oggi, per la prima volta, mi prendo il tempo di scrivere e di ricordare alcuni pensieri legati a questo progetto e inevitabilmente a noi. Delle immagini che compongono questa breve selezione alcune le avevi scelte tu, altre, ora, io.
Fra le prime che avevo scattato c’era quella di un vecchio cappotto bucato e lasciato su un carretto sotto la neve, ci aveva fatto pensare subito a Gogol, al suo romanzo, che descrive una società pronta a schiacciare i più deboli.

Davanti al monitor del tuo computer, a Genova, ritrovavamo in questa foto una rappresentazione della povertà, sia fisica che d’animo dell’uomo e così abbiamo subito deciso che doveva rimanere, definendola “intoccabile”.
Poi l’asino, animale malinconico nel film di Robert Bresson “Au hasard balthazar”, che con il suo sguardo puro, passando da padrone a padrone, vede e ci racconta l’umana miseria. Sempre un asino è la creatura che Fëdor Dostoevskij, nel suo romanzo “L’idiota”, umanizza con le parole che fa dire al principe Myskin: “Tuttavia io sono dalla parte dell’asino: l’asino è una persona buona e utile”.

Le nostre elucubrazioni.
Ora questo paesaggio scattato sulle montagne liguri, alberi bruciati che a me erano sembrate tante braccia rivolte verso un cielo pieno di nubi, un cielo basso e triste. Vedendola ho ripensato a quei primi insegnamenti che mi davi, “Valeria dietro a ogni fotografia ci deve essere un pensiero” il mio era di speranza, anche dove tutto sembrava non vivere.

Il fuoco che brucia la terra. Dall’Apocalisse di San Giovanni:
“Il quarto angelo versò la sua coppa sul sole
e gli fu concesso di bruciare gli uomini con il fuoco. E gli uomini bruciarono per il terribile calore
E bestemmiarono il nome di Dio
che ha in suo potere tali flagelli, invece di pentirsi per rendergli gloria”
La scelta di dividere il progetto in sette capitoli, come i sigilli dell’Apocalisse, fatta non per una nostra incrollabile fede religiosa, ma ispirata dal cinema di due grandi registi, Andrej Tarkovskij e Ingmar Bergman. Due film mirabili Sacrificio e il Settimo Sigillo, di quest’ultimo tu avevi scritto nel blog per InsideOver.

A casa, mentre guardavo attraverso il lentino i provini a contatto, pensavo che se fossi stato qui ti avrei detto: “Ivo questa foto funziona proprio per quella forca abbandonata davanti al fuoco, senza l’uomo! diversamente non avrebbe significato nulla, sarebbe stata inutile”. Ne sarebbero uscite ore di discussione e confronto.
Le calle, simbolo da sempre di purezza e qui a rappresentare gli innocenti.

Il nome deriva dal greco kalòs. La Grecia, la terra che amavi perché ha dato al mondo Theodore Angelopoulos, regista le cui opere abbiamo guardato e riguardato tantissime volte, ricerca dei tuoi ultimi lavori. Questo tuo progetto ci “obbligava” come dicevi tu a “passare quel confine a Trieste, il confine della nostra anima e della nostra coscienza”. In questi anni sono stati tantissimi i nostri viaggi superando quei confini, sia quelli fisici che quelli dell’anima. Chissà forse questo lavoro mi porterà a passarli ancora. Probabilmente i Balcani diventeranno per me una tappa obbligatoria ma, come ci insegna la fotografia, esiste un momento preciso ed esatto in cui realizzare le cose.
Quest’angelo, a Staglieno, che mi avevi chiesto di fotografare al posto tuo.

In questo ultimo anno e mezzo spesso il mio sguardo è stato da te guidato, come un gioco dove tu volevi continuare a vedere fuori dalle pareti di casa e io mi muovevo per te. Ho atteso diverso tempo davanti a quella statua prima che l’ombra nera sulla destra avanzasse. Deve rappresentare la parte oscura che noi tutti abbiamo, quel mostro che ci vive dentro e che è giusto imparare a riconoscere per poterlo controllare.
Lei, l’angelo, lasciata nella luce, perché si, siamo anche questo.
Le scale, simbolicamente nell’ambito religioso rappresentano l’ascesa dall’umano al divino o viceversa nella discesa, passaggio verso gli inferi.
In quello filosofico, che apprezzavi di più, sono la salita verso la sapienza.
Per noi erano diventate sofferenza; ad un tratto un oggetto così comune, così banale si era rivelato un ostacolo enorme e questo sconfortava entrambi.
Ma ne avevamo già letto da Geoff Dyer nel suo meraviglioso saggio fotografico “L’infinito istante”.

“Si salgono e scendono i gradini per la stessa ragione per cui si scala una montagna: perché sono li. La differenza è che, mentre si può scegliere se scalare o meno una montagna, non c’è maniera di evitare le scale”.
Ce ne eravamo scordati, non è stato possibile scegliere.
La figura luminosa alla finestra, ci aveva ricordato la scena della lievitazione della donna nel film “Lo specchio” di A. Tarkovskij.

Uno spirito, una realtà immateriale, qualcosa di superiore che trascende. Nella sequenza di fotogrammi nel rullo esiste anche lo scatto che riprende il soggetto dall’esterno, ma il pensiero di raffigurare qualcosa di immateriale in attesa di uscire e di liberarsi ci aveva convinti di più.
L’abbazia di San Galgano, in Toscana, tu, il primo a finanziare questo lavoro.

Hai sempre creduto in me più di quanto io stessa non abbia mai fatto. Ero partita subito per i luoghi dove era stato girato “Nostalghia” altro capolavoro di A.Tarkovskij. Ricordo le nostre lunghe telefonate con il racconto giornaliero su cosa avevo visto, vissuto, scattato. Questa immagine a te era piaciuta subito, io ne preferivo altre, oggi rimarrà, senza più dubbi, all’interno del progetto.

Sono arrivata a quello che per me, ora, è l’ultimo pezzetto di questa breve serie di fotografie che saranno parte di qualcosa di più grande.
Pioveva, ero uscita a comprare le sigarette, l’ho scattata mentre velocemente rientravo in appartamento. Da questa immagine, dopo tutti i ricordi passati nella mia testa nel tempo della scrittura, riprendo il mio viaggio.
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