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Singapore: la legge prima di tutto
Singapore: la legge prima di tutto
(Da Singapore) – Ma davvero non si può fare niente a Singapore? Seriamente in questa minuscola città-Stato, abitata da circa 6 milioni di persone distribuite in meno di 750 chilometri quadrati, è vietato importare e vendere chewingum, girare nudi per casa, urinare negli ascensori, violare la quiete con schiamazzi, fumare nelle aree non contrassegnate dalla dicitura Smoking Area e sputare?
Sì, e non è finita qui perché le leggi che regolano la vita sociale dell’hub finanziario più importante dell’Asia includono anche il divieto assoluto di possedere, trafficare, vendere e distribuire droghe di qualunque tipo – sono reati che possono comportare la pena di morte – quello di importare, produrre, possedere o scaricare materiale pornografico (ma non c’è alcuna limitazione in merito al guardarlo) e pure quello di organizzare o partecipare un’assemblea/corteo pubblico – per commemorare eventi, supportare opinioni, governi o persone – senza aver prima ricevuto il permesso delle autorità.
La legge prima di tutto
Sono inoltre previste pene severe per chi pubblica notizie false che potrebbero danneggiare l’interesse pubblico, mentre Reporter Senza Frontiere ha inserito Singapore al 126esimo posto nella sua personale classifica World Press Freedom Index del 2024: davanti a Guinea Equatoriale e Uganda, ma dietro a Perù, Bolivia e Repubblica Democratica del Congo.
Eppure, nonostante la durezza delle sue regole e leggi, in Occidente nessuno si sognerebbe mai di bollare la città-Stato asiatica come una dittatura o regime, alla stregua di una Cina o Russia qualsiasi. Anche perché Singapore, indipendentemente dai pensieri del blocco occidentale, ama definirsi una democrazia che funziona. Che in effetti non fa una piega.

La lingua degli affari
Business is business. Singapore è la patria dei paperoni: vi risiedono 244.800 milionari, 336 centimilionari e 30 miliardari. Secondo il World’s Wealthiest Cities Report 2024 di Henley & Partners, la città-Stato è salita di due posizioni, arrivando al quarto posto nella classifica mondiale delle città più ricche, in seguito a un “impressionante” aumento del 64% del numero di milionari nell’ultimo decennio.
I dati sono osservabili sul campo: hotel di lusso ad ogni angolo di strada, palazzoni di vetro e acciaio che crescono in simbiosi con la natura, cascate che scendono dalle facciate degli edifici, mall di extra lusso, Ferrari e Aston Martin ferme ai semafori delle strade. L’armonia sociale tra le etnie che vivono qui – cinesi, indiani, malesi e via dicendo – la ricchezza, la sicurezza nonché l’elevata qualità della vita, hanno un costo: il rispetto stringente delle regole.
Un modello che funziona?
Per certi versi, Singapore è la concretizzazione della Repubblica di Platone riadattata al XXI secolo. In appena tre decenni, del resto, questo piccolo lembo di terra è passato dall’essere un inferno malarico di odori opprimenti al diventare un ingranaggio fondamentale del sistema economico-finanziario globale.
Se, ancora, la vecchia Singapore ospitava baraccopoli, spazzatura e animali randagi, la nuova accoglie uomini d’affari e ricchi investitori, è pulita al punto di essere sterile ed è organizzata attorno a leggi ferree. Se negli anni ’60 Singapore era povera come molti Paesi dell’Africa, la nuova ha uno standard di vita superiore a quello dell’Australia.

Il miracolo, come lo chiamano qui, è frutto del rigido modello politico-sociale adottato da Lee Kuan Yew, il padre della moderna Singapore, il primo leader del Paese, in carica dal 1959 al 1990, ma rimasto influente fino alla sua morte (2015). Un modello rigido, sia chiaro, se letto con lenti occidentali. Perché in realtà, qui, nessuno si preoccupa di supposte esigenze valoriali, tanto necessarie per il funzionamento delle nostre società quanto evidentemente trascurabili in quella singaporiana (almeno secondo la nostra sensibilità).
I metodi autoritari non sono finalizzati a vessare la popolazione quanto a garantirle la possibilità di vivere in un Eden contemporaneo. “La visione di Lee, eretica per la mente occidentale, consiste nel sostenere che la democrazia potrebbe non essere l’ultima pietra dello sviluppo politico umano. A Singapore è stato creato un sistema ibrido: capitalista in ambito economico; pragmatico in quello geopolitico; autoritario per quanto concerne il contesto politico. È una democrazia tecnocratica, o meglio ancora, una democrazia che non poggia su valori e virtù occidentali”, ci ha spiegato un diplomatico esperto della regione.
Detto altrimenti, a Singapore non ci sono poliziotti ad ogni angolo di strada pronti ad arrestarvi non appena sputerete in terra. Un imprenditore che dovesse trascorrere qualche giorno qui, o un turista di passaggio, non percepirebbe limitazioni di alcun tipo. E i milionari locali? Portano avanti i loro business, tra una partita a golf e l’altra sull’isola di Sentosa. Ordine, pulizia, rispetto delle regole: eccolo il tanto “temuto” modello Singapore.