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Il due agosto ricorre il Genocost Day, giornata internazionale per la commemorazione delle vittime economiche in Repubblica Democratica del Congo.
Quest’anno, forse più di altri, l’estrattivismo sfrenato nella zona orientale del Congo è al centro di dinamiche geopolitiche complesse; dalla caduta di Goma nelle mani del gruppo armato M23, finanziato dal Ruanda, a gennaio 2025, ai fragili accordi di pace in corso, una costante permane: il commercio minerario.

“Scandalo geologico”: è così che è stato definito il sottosuolo della RDC: 7 milioni di tonnellate annue di cobalto, l’80% delle risorse mondiali di coltan e 20/30 tonnellate d’oro sono solo alcuni esempi dei minerali presenti. Un numero che potrebbe costituire un’estrema ricchezza per il Paese, ma che al contrario si trasforma in condanna.

Che i cosiddetti minerali di sangue siano causa dell’instabilità strutturale delle province orientali è oramai noto; quello che il Genocost day vuole ricordare è l’estremo capitale umano che l’estrattivismo minerario implica. Non sono solo le grandi riserve gestite da multinazionali straniere ad essere al centro di tale fenomeno, ma anche e soprattutto le miniere artigianali in cui a scavare a mani nude sono spesso giovani congolesi, soprattutto bambini che grazie alla loro corporatura esile si infilano agilmente nei tunnel delle miniere. Lavorano a cottimo, trascorrono intere giornate con picconi e sacchi da riempire, respirano polveri tossiche con la speranza di trovare minerali la cui quantità e qualità sia sufficiente per guadagnare il fabbisogno economico per sopravvivere.

L’intrecciarsi tra commercio formale e informale rende impossibile distinguere la provenienza dei minerali, che in ogni caso vengono esportati al di fuori del Paese. È oramai noto il ruolo che il Ruanda gioca del contrabbando illecito dei minerali. Del resto sono i numeri a parlare: il sottosuolo ruandese ha risorse minerarie limitate che non giustificano i volumi esponenziali delle esportazioni.
Eppure non è bastato neanche l’esplicito sostegno ruandese all’M23 in Kivu- dunque quella che è stata e continua ad essere una vera e propria occupazione di uno stato sovrano- perché noi occidentali decidessimo di interrompere i rapporti economici con Kigali: il 13 febbraio 2025 il Parlamento Europeo aveva adottato una risoluzione con ampia maggioranza per chiedere la sospensione degli aiuti umanitari al Ruanda e del Memorandum di intesa sulle catene del valore delle materie prime sostenibili, ma la Commissione Europea ha bloccato la richiesta. Del resto sospendere tali accordi significherebbe privarsi di materie prime essenziali per quella transizione ecologica tanto auspicata; ma l’intero progetto di una green economy si basa sul disporre di quantità enormi di cobalto, essenziale per le batterie delle auto elettriche, che solo la RDC possiede.

Dunque il Genocost day ci riguarda molto più di quello che pensiamo, o vogliamo pensare, perché se la RDC sulla cartina geografica ci sembra lontana, sulle sue risorse si basa gran parte del nostro stile di vita.
“Tagliando il cobalto dalle batterie dovremmo ricaricare i nostri smartphone o i nostri veicoli elettrici molto più spesso, e in tempi relativamente brevi le batterie potrebbero facilmente prendere fuoco” spiega Siddharth Kara nel libro Rosso Cobalto. Una semplice e brutale relazione proporzionale: più i nostri standard tecnologici aumentano, più lo sfruttamento di altri cresce. E così, di quel sangue versato che oggi il popolo congolese commemora sono sporche anche le nostre mani.