Una seconda chance
Vivere ancora
Foto e testo Alessio Paduano

Una seconda chance

Il Piemonte è una delle regioni italiane con la più alta presenza di ragazze nigeriane costrette a prostituirsi in strada. Ogni ragazza rappresenta per le organizzazioni criminali che la gestisce una fonte di guadagno che oscilla tra i 35mila e i 50mila euro. Un giro d’affari gigantesco e con carattere internazionale, come ha dimostrato un’operazione della polizia italiana che, lo scorso anno, ha portato all’arresto di 32 persone che operavano per Supreme Eiye Confraternity e Supreme Vikings Confraternity, i principali clan della mafia nigeriana in Italia.

Vivian, 23 anni, all’interno della cucina del Bar Carducci dove svolge il suo stage ad Asti, Nord Italia. Vivian è in Italia da tre anni e si è stabilita ad Asti da due. Come Vivian, altre ragazze salvate dalla strada hanno ottenuto lo status di richiedente asilo e hanno aderito al progetto Sprar (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati).

Ad Asti, comune italiano situato nella regione Piemonte che conta poco più di 75mila abitanti, esiste una onlus che si occupa di salvare le ragazze straniere costrette a prostituirsi. Si tratta del Piam (Progetto integrazione accoglienza migranti), un’associazione nata nel 1999 in seguito all’incontro tra Princess Inyang Okokon, ex vittima di tratta e Alberto Mossino, un uomo italiano che poi diventerà suo marito.

Marian, 19 anni della Sierra Leone e Tina, 28 anni dello Stato di Edo, Nigeria, guardano video su youtube nella casa dove sono ospitati dall’organizzazione no profit Piam ad Asti, nel Nord Italia, 14 gennaio 2020

Princess entrò in Italia illegalmente nel 1998 e grazie all’aiuto di un prete e di Alberto riuscì a pagare il debito di 45mila euro con la madame, denunciare i suoi sfruttatori e chiudere con quella vita. Dal 1999 ad oggi il Piam è riuscito a salvare circa 200 ragazze giunte in Italia con l’illusione di trovare un lavoro e poi finite in strada a vendere il proprio corpo.

Cynthia, 26 anni, nigeriana, e suo figlio Diamond sono ritratti all'interno della struttura di Piam, Asti, Nord Italia, il 10 gennaio 2020

Da vent’anni Princess e i suoi collaboratori scendono per le strade di Asti cercando di fornire una seconda chance alle ragazze che sono cadute nella trappola della prostituzione. Il primo approccio è fondamentale. Bisogna avere tatto e cercare di guadagnarsi pian piano la fiducia di ragazze diffidenti e spesso spaventate. “In un primo momento andiamo a distribuire preservativi e materiale informativo” afferma Princess, “poi quando le ragazze capiscono che non hanno nulla da temere cerchiamo di spiegare loro che un futuro diverso è sempre possibile e che possono contare su di noi. Non è un lavoro semplice, ma se ci sono ragazze decise a cambiar vita le accogliamo presso le nostre strutture, le aiutiamo ad ottenere un permesso di soggiorno, forniamo un supporto psicologico e le aiutiamo ad inserirsi nella società italiana”.

Un ritratto di Princess Inyang Okokon ad Asti, il 12 gennaio 2020. Princess è entrata illegalmente in Italia nel 1998 come vittima della tratta di esseri umani. Quando ha incontrato il suo futuro marito, Alberto Mossino, è riuscita a saldare il suo debito di 45mila euro con la “madame” e interrompere quel tipo di vita. Nel 1999, insieme ad Alberto, decide di fondare la Onlus Piam (Progetto di integrazione dell’accoglienza dei migranti) per aiutare le ragazze straniere vittime di tratta di esseri umani

Uno degli ostacoli principali per Princess e il suo staff è rappresentato dai rituali voodoo ai quali le ragazze sono sottoposte prima di lasciare la Nigeria, o a volte anche in Italia. Alle ragazze viene fatto credere che se non pagheranno il debito contratto con le loro madame moriranno, o sarà fatto del male alle loro famiglie.

A portrait of Yemisi Osula, 27 years old. Yemisi has been in Italy for over two years and has been a guest at Piam for about two months

Secondo Alberto Mossino, presidente del Piam, la battaglia si gioca tutta sul piano psicologico: “A differenza delle prostitute che arrivano dai paesi dell’Est, sorvegliate a vista dai loro sfruttatori quando sono in strada, quelle che arrivano dalla Nigeria non subiscono nessun controllo, poiché la paura e l’ansia legate ai rituali juju sono talmente forti, che difficilmente decideranno di scappare”.

Foto e testo Alessio Paduano