Le donne del Kashmir confessano anni di violenze ed abusi sistematici da parte dei militanti islamici nella valle.

25 dicembre 2021, Srinagar

“Ad un certo punto, tutto ciò che chiedevo loro era soltanto che non mi prendessero sul pavimento così duro e freddo – la mia schiena non l’avrebbe sopportato, ed il bambino non ancora nato dentro di me sarebbe morto, gli dicevo. Ma non mi hanno mai ascoltata.”

Fatima aveva singhiozzato sommessamente per gran parte della nostra intervista. A malapena più forte della lieve brezza fresca che attraversava il secco chinar fuori dalla spoglia stanza in cui eravamo seduti.

Ma a questo punto, il suo pianto si era trasformato in un lamento disperato, come quello di un bambino. I suoi grandi occhi umidi di lacrime si spostavano da me all’interprete, fino alle donne della troupe – una per volta – chiedendo silenziosamente se stessimo registrando le ingiustizie da lei subite.

“Questa è davvero jihad? È questa la loro pietà?” ha aggiunto – mentre una nota di rabbia si insinuava nel tono monotono della sua disperazione.

“Ero molto bella quando ero giovane,” ha continuato dopo qualche minuto – pulendosi il naso con il velo. “Tutti lo dicevano. Tutti. Mi sarei potuta trovare un buon uomo da sposare e avrei potuto vivere una vita degna.”

I miliziani arrivarono nella sua casa di Ganderbal per la prima volta nel 2005, quando Fatima aveva appena compiuto 14 anni. E la bellezza di cui la piccola si era vantata, si tramutò presto in una maledizione che l’avrebbe tormentata per tutta la sua vita adulta.

I militanti bussarono alla nostra porta e chiesero dell’acqua. Aprimmo la porta, è allora che mi videro. Da quel momento, hanno cercato qualsiasi scusa per venire a casa nostra.

Poco dopo suo padre, un operaio a retribuzione giornaliera, venne ucciso non lontano dalla loro abitazione. E, senza il capofamiglia in casa, lei divenne una preda facile.

“Vennero a casa nostra, mi spogliarono e mi chiesero di giacere nel letto con loro. Quando rifiutai, mi presero per i capelli e mi buttarono per terra”.

I reiterati stupri di gruppo si perpetrarono fino al compimento del suo diciassettesimo compleanno, quando chiese a suo madre e ai suoi zii di farla sposare e di mandarla lontano dal suo villaggio natale, sperando che il suo incubo potesse così avere fine.

“Ero rovinata – nessun uomo mi avrebbe sposata. Così, mi sposarono ad un cugino di primo grado, paralizzato in sedia a rotelle, che viveva in un altro villaggio. Ma anche allora non si fermarono. Trovarono il mio nuovo indirizzo e cominciarono a venire anche lì. Non smisero nemmeno quando ebbi il primo figlio con mio marito ed il secondo era in arrivo.”

L’abuso fisico prolungato ha lasciato a Fatima una gravidanza piena di gravi complicazioni e delle lesioni spinali.

Per quanto sia raccapricciante, la storia di Fatima non è di certo eccezionale. Le investigazioni per questa storia hanno riportato casi simili in tutti i distretti del Jammu e del Kashmir.

Alcuni dati dell’Ufficio nazionale per i crimini indiano mostrano che il numero di casi di violenza contro le donne nel Jammu e nel Kashmir è aumentato dell’11% (da 3069 nel 2019 a 3414 nel 2020) – e questo nonostante il dato nazionale sia diminuito dell’8,3% nello stesso periodo.

1744 casi di “aggressioni nei confronti di donne con l’intento di violare la loro modestia”, più 243 casi di stupro, sono stati riportati soltanto nel 2020.

Dato il basso tasso di segnalazione ed il velo di feroce vergogna e boicottaggio sociale che accompagna uno stupro – specialmente in una società così conservatrice e patriarcale come quella del Kashmir – è probabile che i numeri reali siano significativamente più alti.

Oltre ai numeri, è l’impressionante somiglianza nello schema del modus operandi dei militanti a risaltare nelle narrazioni.

Come in tutte le guerriglie nel mondo, i militanti del Kashmir cercavano riparo e viveri dai locali. Ma presto le loro richieste si trasformavano nel trovare un modo per sfamare i loro bisogni carnali.

“Uomini in gruppi di cinque-sette persone vennero a casa nostra a chiedere del cibo – specialmente della carne,” ha detto Afroza da Baramulla.

“Non avevamo abbastanza per sfamare tutti ma nostro padre fece del suo meglio per servirli. Avevamo solo due stanze nella nostra piccola casa, e loro [i militanti] ne occupavano una. Noi donne stavamo segregate in cucina tutto il giorno.”

“Portateci dell’acqua – ordinavano dalla loro camera. E quando entravo, mi prendevano e iniziavano a toccarmi e molestarmi. Avevo poco meno di 12 anni allora. Non comprendevo nemmeno tutto quello che mi veniva fatto. Ciò che sapevo era che lo sentivo sbagliato e doloroso. Ed è andato avanti per moltissimo tempo.”

Ci è voluto molto tempo perché Afroza raccogliesse il coraggio per confidarsi con suo padre – una decisione di cui si pentì immediatamente.

“Mio padre chiese educatamente ma in modo deciso agli uomini di lasciare i bambini fuori da questo tipo di cose. Furiosi per una tale ammonizione, il giorno seguente portarono mio padre al mercato, e lo ammazzarono davanti a tutti.”

I militanti non hanno risparmiato nemmeno la sorella minore di Afroza – che aveva appena compiuto i 9 anni.

“Era troppo giovane per essere violentata. Quindi non lo fecero, però molestarono e toccarono anche lei.”

“In un luogo in cui la grande violenza è così comune, non c’è da sorprendersi se la violenza di genere non è un problema prioritario,” ha spiegato Mantasha Rashid, fondatrice del Kashmir Women’s Collective – un fondo a sportello unico che dà supporto alle vittime di violenza di genere.

Gli stupri e le aggressioni a cui ti riferisci sono come effetti collaterali. Le donne sono vittime del fuoco incrociato in ogni regione di conflitto, ed il corpo della donna nemica è visto come un bottino di guerra da tutte le parti belligeranti.

Il fatto che le donne diventino bottino di guerra da saccheggiare è evidente nella storia di Bismah.

“Eravamo tutti a casa la notte in cui i militanti presero mio marito e lo ammazzarono,” ha raccontato Bismah, ricordando la notte in cui suo marito – un autista – è stato assassinato poiché sospettato di essere una spia.

“Subito dopo la sua uccisione, mi presero con la forza. Fui violata in tutti i modi possibili… quantità indicibili di tortura ed umiliazione.”

“L’assassinio di mio marito non era stata una vendetta sufficiente,” ha detto. Il primo stupro di gruppo neppure. “La mia tortura è andata avanti per anni. L’incubo cominciato quando avevo 18 anni è continuato fino ai miei 27.”

Oltre ad una società iper-conservatrice che rende le violenze un fardello che le vittime si devono portare appresso, ciò che aggrava il problema nel Kashmir è il fatto che è politicamente sconveniente riconoscere stupri ed aggressioni commessi dai custodi della fede e difensori della Sharia.

Negli anni ’90, quando la militanza ha per la prima volta assunto la sua forma attuale, la jihad nel Kasmir era vista come un movimento popolare alla ricerca della libertà dallo Stato indiano. Le donne venivano incoraggiate ad aiutare i militanti svolgendo ruoli di supporto, cucinando, pulendo ed offrendo riparo e comfort a coloro che combattevano quella giusta battaglia.

Molti leader politici radicali del Kashmir hanno incitato le donne a dare i propri corpi agli uomini che combattevano la guerra santa – diventando mogli e madri orgogliose di miliziani. Movimenti quali il Dukhtaran-e-Millat, guidato da donne, invocavano l’implementazione della Sharia più dura, che venisse inflitta picchiando le donne che non rispettassero il codice di abbigliamento o i criteri del rigore religioso.

Per questa classe politica, voltarsi ed ammettere che quei combattenti aureolati della giustizia potessero essere non soltanto violatori della moralità, ma addirittura malvagi, è una verità sconveniente.

“Non voglio espormi e dire che la società del Kashmir è particolarmente sbagliata o patriarcale, perché potrei essere fraintesa,” ha detto Rashid del Kashmir Women’s Collective. “Ogni volta che si parla del Kasmir bisogna scegliere con cura le parole, altrimenti il discorso viene deviato dalla narrativa politica più generale.”

Rashid ha ragione.

Visto il polarizzato dibattito sul Kashmir, ammettere i crimini di una parte può essere tranquillamente frainteso come parteggiare per quella opposta. È evidente dalle posizioni prese e in seguito abdicate sia da accademici che da attivisti.

Prendiamo in esempio un report dell’Osservatorio dei Diritti Umani del 2006 sugli stupri nel Kashmir, condiviso dal direttore in Asia meridionale, Meenakshi Ganguly. Il report riconosce che gli abusi sono stati commessi sia da forze dello Stato che da miliziani, ma non c’è alcun dato che provi la colpa di questi ultimi.

“Se nelle aree di conflitto armato la violenza sessuale è all’ordine del giorno, le sopravvissute possono scegliere di non riportare tali crimini,” ha aggiunto poi Ganguly. “Un’azione necessaria nel Kashmir sarebbe la creazione di un’infrastruttura sanitaria forte che includa il supporto psicologico-sociale, così che le persone possano ricevere l’aiuto di cui necessitano in spazi di cui si fidano.”

Quando le viene chiesto di parlare della distorsione di questi dati, risponde: “Quando stavamo portando avanti le ricerche per questo report, non abbiamo ricevuto alcuna lamentela di violenze da parte dei militanti.”

“A chi avrei dovuto raccontarlo?” ha controbattuto Chasfeeda dall’Uri.

Le avevo chiesto perché fosse rimasta in silenzio così tanto tempo e avesse deciso di parlare soltanto ora.

“Ero povera, analfabeta e completamente senza speranza. Nessuno era interessato ad ascoltarmi. In questi frangenti nessuno sta dalla parte dei poveri. Specialmente di una donna povera. Sei la prima persona in tutti questi anni che è venuta a farmi domande, e io ti sto rispondendo!”

Un gruppo di miliziani che visitava spesso il loro villaggio aveva allontanato suo marito con la scusa di alcune faccende da sbrigare.

“[…] Si parcheggiarono a casa nostra e rifiutavano di andarsene. Dacci da mangiare – dicevano, e consumavano ogni briciola di ciò che avevo in casa. Ma anche dopo aver mangiato si rifiutavano di andarsene. Allora mi presero con la forza e mi violentarono.”

“Non so a quale gruppo appartenessero o quale fosse la loro fazione politica. Ma qualsiasi moralità o pietà predichino è fasulla. Serve solo a confondere la gente. Soltanto Allah sa quale orrore giace davvero nei loro cuori.”

“Così tanti di loro mi hanno violentata talmente tante volte che… ho perso il conto. Nell’oscurità, non potevo nemmeno dire se fossero 4 o 8 per volta. Mi hanno divorata finché tutta la mia carne fosse consumata, per poi lasciarmi pelle ed ossa, come sono ora.”

Tutti i nomi delle vittime sono stati cambiati per proteggere la loro identità ed evitare qualsiasi forma di ritorsione.

 

Lo stesso reportage è stato pubblicato in inglese da The Diplomat il 24 febbraio 2022

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