Mwavita
Nata in tempo di guerra

Mwavita, nata in tempo di guerra

Se si protende l’orecchio e si presta attenzione, ancora si sente l’eco di quel grido, che da più di un secolo sta attraversando le foreste del Congo: ”L’orrore! L’orrore!”.

Africa, Repubblica democratica del Congo, Nord Kivu, Rutshuru, 27 gennaio 2017. Questa cooperativa è stata fondata dall’ONG italiana AVIS nel 2011 e a oggi è composta da 40 donne “vulnerabili”, che lavorano insieme nei campi: le donne più anziane realizzano lavori di artigianato e il profitto viene suddiviso tra i membri. Queste sono donne che hanno, o che hanno avuto, figli supportati dalle adozioni a distanza, ma le cui condizioni familiari restano precarie. Molte di loro sono state stuprate.

Sovrasta le urla delle scimmie e lo scrosciare incessante della pioggia e, se lo ascolti, ti penetra così dentro, da trasmettere brividi e vertigini, perché il ”Cuore di tenebra”, la Repubblica Democratica del Congo, annienta ottimismi, non dà spazio alla speranza e annichilisce ogni residuo interiore di utopia; chi sceglie di venire quaggiù, per guardare negli occhi il male e raccontarlo, deve mettere in gioco quella personale fiducia nell’indomani, che spesso lenisce le sofferenze intime del proprio io.

Africa, Repubblica Democratica del Congo, Nord Kivu, Goma. 25 gennaio 2017. Una scena di vita quotidiana in uno dei mercati di Goma. Le donne vendono vestiti e carbone sulla strada. Le donne sono il motore della società congolese, poichè sono loro a svolgere i più svariati compiti per sosteneere le proprie famiglie, e sono inoltre incaricate di crescere i figli. La maggior parte dele volte, gli stupri restano impuniti in Congo. Le vittime di stupro hanno raggiunto un totale di 15.000 solo nel 2015

La Repubblica Democratica del Congo è una terra maledetta; qui il mondo della vita e della morte sono un unico costante, dove tutto è saldato dal comunismo del male, dalla sofferenza nazionalizzata, da un dolore talmente ordinario che, come una nebbia di follia e violenza, impedisce di scorgere un contingente umano non contaminato da una cieca e impietosa crudeltà.

Sin dai tempi in cui lo Stato Libero del Congo era un possedimento personale di re Leopoldo II, questa regione ha sempre dato al mondo ciò che il mercato chiedeva: si è iniziato con gli schiavi e si è proseguito con la gomma, il rame, l’ oro, l’ avorio, il legno, i diamanti, il titanio, l’uranio, il metano e, infine, il coltan. In cambio il Congo ha ricevuto la peggiore crisi umanitaria della storia. È qua infatti che si è consumata la più grave tragedia contemporanea, dopo la seconda guerra mondiale, con oltre 6 milioni di morti, genocidi silenziosi, conflitti etnici e decine di gruppi armati che infestano ancor oggi il Paese, soprattutto nelle le regioni dell’est.

Africa, Repubblica Democratica del Congo, Sud Kivu, Bukavu. 02 febbraio 2017. Una donna e suo figlio camminano per le strade del quartiere di Panzi, sede dell’Ospedale di Panzi.

Là, dove il sottosuolo abbaglia, proseguono infatti indisturbate le guerriglie per il suo controllo e, così, l’ orrore che ha, appunto, infettato ogni aspetto della società: uomini che vivono sepolti giorno e notte nelle miniere alla ricerca di una nuova vena aurifera, bambini armati di kalashnikov che li tengono sotto sorveglianza e donne divenute il terreno di battaglia della violenza di sessi anonimi, brutali come baionette, che condannano madri e figlie a una morte terrena senza abbuoni di pena e sconti all’innocenza.

Africa, Repubblica Democratica del Congo, Nord Kivu, Goma. 23 gennaio 2017. Ogni giorno i bambini dell’orfanotrofio di Tulizeni a Goma si recano al lago Kivu per prendere l’acqua per lavarsi. oltre ai bambini orfani e abbandonati, negli ultimi tre anni il centro ha aperto le proprie porte anche a 74 ragazze e a circa 200 donne che hanno subito violenze sessuali.

Africa, Repubblica Democratica del Congo, Nord Kivu, Rutshuru, 27 gennaio 2017. Maria Gnabajumba, 40 anni, è stata violentata per due giorni da un gruppo armato su richiesta dei figli della prima mogie di suo marito. Oggi ha ricominciato a vivere grazie alla cooperativa agricola delle donne di Rutshuru, creata come parte del programma SAD dell'ONG italiana AVSI. Finora non ha mai raccontato a nessuno la sua storia, per paura di essere discriminata o ripudiata da suo marito, che ha già ripudiato la sua prima moglie dopo che fu anch'essa stuprata.

Una capanna di terra e fango sulla via principale di Rutshuru. Una donna sta rientrando nella sua abitazione con una tanica d’acqua. Ha sessant’anni ma, a prima vista, è difficile attribuirle un’età: cammina ricurva, il volto è il ritratto di una povertà feroce e la sua storia è un’ode non voluta a una sacra pazienza del vivere. Si chiama Jeanna Gasimba e, seduta all’interno della sua casa, prende il coraggio di raccontare il suo vissuto: ”Io sono originaria di Rutshuru, dove nel 2012 c’era la guerra. C’erano i ribelli M23 e ovunque si vedevano i militari. Un giorno andai a prendere della verdura e degli uomini abusarono di me. Non dissi niente a nessuno ma decisi di andarmene a Mweso, dove avevo dei parenti, e scappai insieme ai miei figli”.

Africa, Repubblica Democratica del Congo, Nord Kivu, Goma. 29 gennaio 2017. Un gruppo di donne vulnerabili che vive in ciò che rimane della tendopoli di Mugunga 3. Ogni mese, l’associazione delle donne musulmane congolesi “AFAC”, composta di donne che versano esse stesse in condizioni di estrema povertà, portano loro scorte di alimenti di base, e forniscono supporto sia materiale che psicologico alle donne del campo che hanno subito violenze sessuali e sono state di conseguenza abbandonate.

Jeanna, che oggi lavora nella cooperativa a sostegno delle donne vulnerabili creata dall’Ong italiana Avsi, prende fiato e prosegue: ”La guerra però arrivò anche là e vidi cose terribili: villaggi dati alle fiamme e persone uccise a colpi di zappa; mio figlio fu ammazzato da un gruppo di uomini armati e mia figlia, anche lei, pochi mesi fa, è stata stuprata”.

Repubblica Democratica del Congo, Nord Kivu, Rutshuru, 26 gennaio 2017. Bora Uzima Safari, 18 anni, rimasta sfollata durante la guerra dell’M23 nel 2012, ha lasciato Rutshuru e trovato rifugio con sua madre e i suoi fratelli a Mweso. Nell’aprile 2016, mentre tornava da scuola, è stata stuprata nei campi da due uomini col volto coperto. Quando ha scoperto di essere incinta, è stata lasciata dal suo ragazzo e abbandonata da tutti i suoi amici. Durante tutta la sua gravidanza, ha sofferto di un’infezione vaginale rimasta incurata che le ha reso difficile la deambulazione. Il 27 gennaio, ha meso a mondo sua figlia Giselle, concepita dal suo stupro. Anche sua madre era stata violentata a Mweso.

La madre gira la testa e lo sguardo corre verso un angolo buio della casa. Bora Uzima ha 18 anni, è seduta per terra e morde un lembo del vestito ogni volta che dei dolori le trafiggono il ventre. Ed è la madre a spiegare: ”Lei ha dovuto abbandonare gli studi perchè dopo la violenza è rimasta incinta e, oltre ad essere quasi al termine della gravidanza, ha anche dei problemi alla vagina a causa dello stupro. Io sono disperata; non abbiamo soldi e io e mia figlia condividiamo lo stesso orrore: quello di essere state violentate. È atroce”.

Africa, Repubblica Democratica del Congo, Sud Kivu, Bukavu. 03 febbraio 2017. L'Ospedale di Panzi a Bukavu è diventato uno dei centri di riferimento per le donne vittime di violenze sessuali. L'ospedale offre u programma di cure completo, che spazia dalla chirurgia d'urgenza al supporto per una reintegrazione sociale ed economica nella comunità cui le donne appartengono.

La violenza sessuale è una metastasi che dilania il Paese. Lo stupro come un virus si è insinuato nella Repubblica Democratica del Congo durante la seconda guerra congolese. Fu alla fine degli anni ’90 che incominciarono a registrarsi i primi casi di donne abusate e torturate. Una barbarie introdotta nella regione dei Grandi Laghi come arma di guerra, che poi ha preso sempre più piede: violenze commesse da ribelli e banditi comuni, da milizie armate e truppe lealiste ed è così che si è arrivati, stando alle cifre delle Nazioni Unite, a registrare oltre 15mila casi di donne abusate nel solo 2015, che significa un caso di violenza ogni mezz’ora.

Africa, Repubblica Democratica del Congo, Sud Kivu, Bukavu. 01 febbraio 2017. Donne disperate per la morte di un figlio in un incidente. Stupro, violenza sessuale, abusi sulle donnen: è una tragedia nella tragedia di questo Paese africano, dalla quale sembra non esserci via d’uscita. Ogni anno, 15000  donne vengono stuprate: in media 2 ogni ora. La violenza sessuale in Congo viene usata come una vera e propria arma di guerra, ed è l’orrore più oscuro in questo cuore di tenebra dell’Africa.

L’odore di disinfettante e urina impregna la sala operatoria dell’Ospedale Panzi di Bukavu. Una donna è sdraiata sul lettino, mentre il dottore John Peter Mulindwa, assieme alla sua equipe, sta effettuando un intervento di ricostruzione vaginale. Un altro medico intanto ha finito un’operazione di chirurgia e toglie mascherina, guanti e camice: è statuario, cammina nei corridoi come un marabutto della chirurgia, perché nel Kivu il dottor Denis Mukwege è più di un medico, è la rappresentazione della lotta contro la violenza sessuale.

Africa, Repubblica Democratica del Congo, Sud Kivu, Bukavu. 31 gennaio 2017. Una donna subisce un intervento di riparazione di un afistola all’Ospedale di Panzi a Bukavu. Molte donne necessitano di questo tipo di operazione dopo essere state violentate. Si tratta di una delle maggiori ferite causate dalle aggressioni sessuali. Le donne con fistole causate da uno stupro non sono in grado di trattenere le proprie feci o urine, questa è una delle ragioni per cui vengono ababndonate dai loro mariti.

Candidato al Premio Nobel nel 2014 e vincitore nello stesso anno del premio Sakharov, il chirurgo si muove scortato dagli uomini della polizia, dal momento che hanno già cercato di ucciderlo con un attentato, e, una volta entrato nel suo ufficio, racconta: ”Chi abbia cercato di assassinarmi? Non lo so; certo è che quando si denunciano dei crimini, i malfattori non ti applaudono, ma fanno il possibile perchè tu taccia. Io ho iniziato a dedicare la mia vita alle donne vittime di violenza quando, durante la guerra, ho visto i primi casi di abusi. Eravamo impreparati e le donne che venivano in ospedale versavano in una condizione devastante, con gli organi interni dilaniati”.

Africa, Repubblica Democratica del Congo, Sud Kivu, Bukavu. 31 gennaio 2017. Il Dottor Denis Mukwege, fondatore dell’Ospedale Panzi, nel Nord-Est del Paese. Qui, per oltre 15 anni, ha accolto donne vittime di abusi, fornendogli assistenza medica, chirurgica e psicologica. Conosciuto come ”il dottore che aggiusta le donne”, Mukwege è stato più volte candidato al Premio Nobel per la Pace, e ha vinto il premio Sakharov nel 2014.

Il dott. Mukwege, che si è dovuto occupare non solo della violenza carnale, ma anche di torture, come l’introduzione di oggetti taglienti nell’apparato genitale e l’amputazione dei seni e del clitoride, prosegue dicendo: ”Lo stupro è una piaga sociale, distrugge le donne e la società, perché le vittime non vengono considerate come tali, ma sono colpevolizzate, vengono tacciate di essere delle prostitute e vengono allontanate sia dai mariti, che dalla comunità. Per non parlare poi di coloro che contraggono l’hiv, che è una malattia che provoca un’ulteriore esclusione sociale”. Interrogato poi su cosa sia necessario fare perchè questa situazione cessi, il candidato al Nobel ha chiosato: ”Innanzitutto che i colpevoli vengano puniti. Perchè l’impunità fa si che i criminali continuino a compiere queste atrocità. E poi occorrerebbe una ferma volontà politica, nazionale e internazionale, affinchè si fermi il saccheggio delle materie prime del Congo e, conseguentemente, anche la guerra per il loro possesso”.

Africa, Repubblica Democratica del Congo, Nord Kivu, Goma. 24 gennaio 2017. O. L. , 13 anni, è stata stuprata da un membro  della sua parrocchia, ed è rimasta incinta. Il 19 agosto, ha dato alla luce due gemelli. Oggi vive con sua madre e una parente stretta, che la aiutano con i suoi bambini, ma è stata stigmatizzata e isolata dal resto della comunità. L'ONG italiana AVSIle fornisce supporto sociale e medico, e la sta anche aiutando con la scuola.

Ma, ad oggi, l’odore della morte non sembra volersene andare dal Congo. Ne sono intrise le foreste ne sono portatrici le nuvole e il suolo è rosso sangue, come se fosse stato innaffiato da questo supplizio terreno, cristallizzato ormai nell’eternità congolese. Per rendersene conto, è sufficiente percorrere quelle piste di fango che fendono le mura della giungla africana e arrivare nel villaggio di Kavumu, a pochi chilometri da Bukavu.

Africa, Repubblica Democratica del Congo, Sud Kivu, Bukavu. 6 febbraio 2017. Un gruppo di donne che lavora col carbone. Questo è uno dei numerosi lavori svolti quasi esclusivamente dalle donne. Dopo aver lavorato il carbone a mano, esso viene trasportato a spalla in sacche che possono pesare 60 kg o anche di più. Queste donne trasportano il carbone per chilometri su strade scoscese, dalle foreste ai vicini villaggi, e guadagnano circa due dollari al giorno.

Qui, dal 2013 al 2016 un incubo, difficile anche solo da immaginare, si è verificato nel silenzio assoluto. Durante questo periodo, infatti, 44 bambine, dai 2 agli 11 anni, sono state prelevate di notte, condotte nella foresta e poi ripetutamente violentate da uomini armati, che hanno abusato di loro, presumibilmente perchè persuasi da uno stregone che avere rapporti con una vergine e versare il suo sangue avrebbe garantito invincibilità e ricchezza. I colpevoli, 74 miliziani, che sono risultati fare capo al deputato Frederic Batumike, ora sono in carcere in attesa di essere processati per stupro e crimini contro l’umanità ma, intanto, un marchio di orrore che non concede scampo è stato impresso: e niente potrà toglierlo.

Africa, Repubblica Democratica del Congo, Nord Kivu, Goma. 24 gennaio 2017. Alcuni uomini pescano nel lago Kivu al tramonto. In Congo, quando una donna è vittima di abusi sessuali, viene abbandonata da suo marito e tagliata fuori dalla società. In molti casi, queste vittime di violenza non denuncuiano il crimine per paura delle ripercussioni sociali, e molte donne scoprono solo dopo tempo di aver contratto malattie veneree, o di essere rimaste incinte.

Beatrice ha 11 anni, è una bambina con due occhi neri, profondi, che racchiudono un male totalizzante e sembrano urlare una rabbia assoluta nel silenzio della casa dove vive con sua nonna. Quando, sotto la pioggia incessante, si dirige verso i campi, viene additata da tutti: e sola, portatrice della violenza dell’atroce follia maschile, in un dolore che per gli altri è invece considerato colpa e vergogna, attraversa le vie del villaggio di Kavumu. Cammina senza mai voltarsi, alle spalle l’innocenza perduta, davanti nessuno futuro, ma un puro presente di tragedia, da cui non può fuggire.

TRASPARENZA

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dei lettori. Qui di seguito tutte le ricevute delle spese sostenute dal reporter