Babita ha solo 11 anni. La incontriamo a Pushkar nel centro dell’associazione “Fior di Loto India”, fondata nel 2003 da Mara Sandi e Guadalupe Tapia Paykar e guidata oggi dal Presidente Deepu Mahaski e dalla portavoce e ambasciatrice italiana della Fondazione Emanuela Sabbatini. Babita indossa un saari rosa pastello e dei pantaloni grigi come tutte le bambine che vengono aiutate da questa associazione. Una divisa colorata che serve a dare speranza a tutte queste ragazze sfuggite da un triste destino: diventare spose bambine.

Babita proviene da una famiglia povera che però ha deciso di fornirle un’educazione. Costi quel che costi. La scuola, infatti, è l’unico modo per tenere queste bambine lontane da un futuro triste, fatto di matrimoni precoci e prostituzione. All’associazione “Fior di Loto India”, le famiglie sono obbligate a firmare una specie di contratto in cui si impegnano a far istruire le loro figlie fino al college. Pena il pagamento dell’istruzione delle figlie.E quello che sembra un semplice escamotage (la fondazione non richiederebbe mai i soldi anticipati) rappresenta invece un’ancora di salvezza per le bambine e le ragazze di Pushkar.

Per Babita la scuola è un’isola felice. Terminate le lezioni nei locali dell’associazione “Fior di Loto India”, infatti, Babita abbandona il saari e raggiunge, con abiti un po’ sgualciti, i suoi genitori – entrambi disabili – che vivono di elemosina. Li incontriamo proprio sulla strada che corre lungo la scuola di Babita. Sono seduti sul cemento e ci sorridono. Non possono alzarsi: non hanno le energie e le forza necessaria per farlo. Ci tendono le mani mentre Babita ci sorride.La povertà in India è diffusissima. Le caste rappresentano una rigida tradizione millenaria. Sono così radicate nella cultura del popolo che né millenni di storia né il grande movimento di uguaglianza messo in moto da Gandhi sono riusciti ad estirparle. La gerarchia delle caste in India è rigida e netta ed è tanto importante da decidere il destino di una persona non appena questa viene messa al mondo. Nel caso delle donne tutto questo è ancora più evidente. Ma come si diventa spose bambine

Sono le donne indiane stesse a spiegarcelo con una lacrima trasparente che riga il loro volto. Tutto viene fatto all’insegna del silenzio. Le bambine non sanno (e non devono sapere) nulla. Le si avvisa al mattino: “Domani raggiungerai tuo marito”. E così sono costrette a subire. Abbandonano la famiglia per andare a vivere con un perfetto sconosciuto che in molti casi ha anche 30 o 40 anni in più di loro.Ma quello delle spose bambine non è il solo problema che attanaglia questo enorme Paese che è l’India. C’è anche quello delle vedove (tutte giovanissime), considerate “donne del malaffare”. Sono circa 40 milioni infatti le vedove bambine in India. Emarginate dalla società e ripudiate dalle stesse famiglie d’origine dalle quali non possono tornare perché, secondo la cultura indiana, una donna sposata apparterrà per sempre al marito.

Quando il coniuge muore, la moglie dovrà abbandonare il saari colorato e dovrà indossare una veste bianca. I lunghi capelli verranno rasati a zero in segno di lutto e rispetto e, soprattutto, non potrà e non dovrà più avvicinarsi a nessuno. Con la morte del marito viene decretata anche la sua morte.Alcune donne preferiscono nascondersi negli Ashram dove vivono nascoste alla società e vivono di elemosine. Altre invece (circa il 90%) prendono un’altra strada: quella della prostituzione.Quello del meritricio è un problema che colpisce soprattutto le caste più povere. Le bambine iniziano a prostituirsi sin da piccolissime, come ci ha raccontato Anita: “Ho iniziato giovanissima perché volevo aiutare la mia famiglia portando il mio contributo economico”.

Le contraddizioni in India sono all’ordine del giorno.C’è però chi ha deciso di ribellarsi. Per conoscerla siamo dovuti salire in macchina e guidare fino a Jodhpur, cittadina rurale dello sperduto Stato occidentale del Rajasthan. Si chiama Santadevi Meghwal e il suo destino di sposa bambina è stato deciso quando lei aveva solo 11 mesi. Rintracciarla non è stato facile. Siamo riusciti ad intervistarla nella sede dell’organizzazione “Saarthi Trust” che, grazie alla sua fondatrice e presidente Kriti Bharti, combatte contro i matrimoni combinati in tenera età. Lo scopo di questa associazione è quello di strappare le spose bambine dalle stanze buie dei matrimoni imposti dalle loro famiglie.Santadevi ha 19 anni ed è venuta a conoscenza di essere già stata sposata a Saanval Ram (ora 28enne) solo da poco. Ha reagito con forza davanti a questo sopruso ed è riuscita a cambiare il suo destino. Con non poche difficoltà però.Lei e la sua famiglia infatti – oltre ad essere stati banditi dalla loro comunità per essere andati contro questa tradizione secolare – sono stati minacciati di morte. Non solo: hanno anche dovuto pagare una multa pari a 16mila euro alle Caste.

Ora Santadevi è finalmente libera. Fondamentale è stato l’aiuto di Kriti Bharti, che dal 2012 ad oggi è riuscita ad annullare 29 matrimoni illegali.La stessa Kriti, come ci ha raccontato, ha dovuto subire le dure leggi delle caste. Vittima di ripetute violenze, ha creato “Saarthi Trust”, il cui scopo è quello cambiare la mentalità degli indiani e di sradicare dall’India i matrimoni precoci.L’ultima tappa del nostro viaggio tra le spose bambine è stato a Ajmer, un villaggio rurale. Appena arrivati abbiamo visto due bambini di 9 e 15 anni che stavano per andare a sposarsi. Attorno a loro i mille colori dell’India. I loro volti però erano confusi e a tratti tristi. La gente ballava e cantava, ma loro erano spaesati. Nei loro occhi la loro condanna. Ci siamo avvicinati a loro e le abbiamo chiesto se erano felici. “Sì”, ci hanno risposto. Ma dai loro sguardi persi trapelava tutta la loro disperazione.

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