Le donne peshmerga sono note al pubblico occidentale da circa un anno, anche se il loro impegno in battaglia è molto meno recente: già negli anni novanta, infatti, erano attive assieme agli autonomisti curdi dell’Iraq. Oggi però, da quando l’ISIS ha scatenato la guerra in medio oriente, i loro volti e le loro storie hanno riempito le pagine dei giornali: donne, mamme, ragazze; l’occidente si è commosso nel vederle in divisa combattere i terroristi del califfato nero. Poi ci sono loro, appunto, i terroristi, con un seguito di racconti ridicoli che li descrivono in fuga dalle donne peshmerga. Il motivo, a loro modo, è ovvio: se si viene uccisi in battaglia da una donna, puoi dire addio alle settantadue vergini in paradiso. Niente janna (paradiso in arabo) e niente femmine.

La storia è incredibile, ma quando lo chiediamo alle dirette interessate queste scoppiano a ridere, ma ci confermano di avere visto più volte terroristi scappare via davanti alla loro presenza. Efficaci dunque. Ma questa non è la loro vera forza. Quelle che vediamo al comando di Sulaymanyah sono donne determinate, combattenti vere. Si addestrano più volte a settimana e sono pronte a morire per la loro terra. “L’addestramento è molto duro. Molte di noi non sono più tanto giovani, ma nulla ci potrà mai impedire di lottare per il nostro paese”, ci dice Shari, che continua “Io ho tre figli. A volte è dura essere madri e soldatesse allo stesso tempo, ma cosa ci possiamo fare?” Sono in tante quelle che devono coniugare la vita familiare, il ruolo di madre e il lavoro da soldato. “Gli uomini non sono poi così diversi da noi. Anche loro hanno una famiglia a cui provvedere. Essere madri non vuol dire rinunciare a combattere”, la risposta è sempre la solita, qui nessuno si sente da meno. E l’avanzamento di carriera? “E’ esattamente lo stesso per gli uomini e per le donne” ci conferma il comandante. “In battaglia siamo tutti uguali”.Ci viene indicata una soldatessa in particolare. Esrin ha 43 anni, sguardo duro, ma pronta a scherzare e a raccontarci come mai abbia deciso di fare questa scelta. “Ho deciso di fare parte dell’esercito per difendere il mio paese dall’invasore. Oggi abbiamo finalmente l’opportunità di liberare definitivamente il Kurdistan.” Gli chiediamo della guerra e lei ci risponde: “non vedo l’ora di tornare al fronte per poter vendicare il nostro capitano Ranjeen. Lei era la migliore, era un ottimo cecchino, ma purtroppo è caduta in battaglia. La vendicheremo!”Ci invitano ad entrare per un caffè. Accettiamo volentieri. E’ strano vedere con quanta velocità queste donne riescano ad riottenere in pochi istanti tutta la femminilità che fino a poco prima era camuffata da una divisa. In fondo basta mettersi a sedere e attendere che nessuno spari più.

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