Il confine segreto
Storie di prostitute in Thailandia
Il nuovo volto della Thailandia PARTE 1
Articolo e fotografie di Jan Daga

Il confine segreto. I racconti delle prostitute in Thailandia

Sono le dieci di sera e, a causa della pandemia di Covid-19, anche la Thailandia è sotto lockdown. In città tutto è chiuso. Serrato. Le luci sono spente e i locali notturni abbandonati. In giro non c’è nessuno e per chi si vuole divertire o passare una serata in compagnia sembra non esserci alternativa se non quella di restare a casa. Basta però fare qualche chilometro di statale verso il confine con il Laos per trovare dei locali aperti.

Disseminati nella desolazione di queste strade deserte, decine di piccoli karaoke bar, come vengono definiti, si susseguono a distanza di pochi chilometri l’uno dall’altro. Sono quasi invisibili, bisogna saperli vedere. Baracche insignificanti messe in piedi con materiai di recupero. Sporche insegne luminose al neon o piccole luci ne segnalano la presenza agli automobilisti di passaggio.

Le scritte in thailandese ci fanno capire che non sono luoghi per turisti né per stranieri. Questi sono i bar dove gli uomini del posto, contadini e operai, vengono per passare qualche ora in compagnia di giovani ragazze, per bere, ubriacarsi e fare sesso a pagamento.

Le ragazze sono tutte laotiane provenienti da famiglie povere, in cerca di fortuna in Thailandia, rischiando l’arresto e la deportazione. La prostituzione in Thailandia è proibita, ma ancora più proibito è il lavoro clandestino da parte di immigrati irregolari. Malgrado ciò, ogni anno decine di migliaia di ragazze si spostano oltre il confine, in una migrazione invisibile, che alimenta questo business totalmente sommerso e privo di controlli.

Le ragazze non hanno un salario, ricevono una commissione per ogni drink bevuto in loro compagnia – di solito tra i 20 e i 40 centesimi a drink – e naturalmente, se vogliono, possono offrire sesso in cambio di denaro ai clienti facendosi pagare circa 30 euro.

Nella sola provincia di Ubon Ratchathani, le stime ufficiali parlando di quasi 3mila ragazze impiegate nella prostituzione in questi piccoli karaoke, numeri in crescita a causa la pandemia. Se questo numero lo moltiplichiamo per tutte le provincie lungo i 2mila chilometri di confine, possiamo capire che l’entità della cosa ha una sua rilevanza non solo economica ma anche sociale.

Qualcosa però sta cambiando radicalmente: un tempo queste ragazze, che hanno di solito dai 18 ai 25 anni, arrivavano il Thailandia vittime di racket, vendute dalle famiglie a bande criminali. Schiave convinte di andare a lavorare in qualche locale di lusso o ristoranti per poi trovarsi prigioniere in qualche postribolo disperso nel nelle risaie. Oggi questo fenomeno sta scomparendo. Meglio: sta cambiando.

Al suo posto troviamo migranti consapevoli, ragazze che sanno dove andranno e cosa le aspetta. Grazie alla tecnologia, con gli smartphone sempre connessi e diffusissimi a tutti i livelli sociali, le ragazze non solo sono sempre in contatto con familiari e amici, ma hanno la possibilità, prima di lasciare la propria vita in Laos, di vedere in diretta dove e come andranno a lavorare. Delle decine di ragazze che abbiamo incontrato, quasi tutte erano consapevoli di cosa le avrebbe aspettate oltre il confine. Tutte avevano mantenuto il loro passaporto e i loro documenti e tutte erano serenamente in contatto con le famiglie a casa.

 

Ning ci mostra il telefono mentre parliamo. Ha 18 anni ed è appena arrivata: “Solo da un mese”, ci dice. Non va ancora a letto con i clienti ma fa soltanto drink e karaoke ci assicura: “Qui ho la possibilità di guadagnare bene. Nel mio Paese non avevo alcuna possibilità di lavoro. Ogni mese riesco a fare anche più di 400 euro solo con i drink. Certo, se volessi andare a letto con i clienti farei molto di più, ma per ora non voglio e nessuno mi obbliga”. Ride e ci mostra che in quel momento sta chattando con la madre in Laos.

Malgrado il karaoke in cui lavora sia una lurida baracca di legno e stracci, Ning dice che le cose non vanno poi così male. Le ragazze dormono tutte insieme in stanze sul retro dell’edifico, su vecchi materassi posati per terra e qualche pupazzo a ricordarci che sono poco più che ragazze.

Chi vuole andare con i clienti, ci spiega Yem, deve appartarsi in macchina o cercare un motel: “Io con i clienti ci vado solo se mi piacciono. Chiedo 35-40 euro e poi mi faccio riportare qui. Ma prima cerco di farli bere altrimenti il locale non guadagna e non ci può tenere a lavorare”. Yem ha 25 anni e lavora da quattro. Si vede che ha esperienza e ci sa fare: quando non beve con i clienti, aspetta fuori dal locale sonnecchiando su una panchina di bamboo o giocando col telefono. Anche lei, ci dice, ha un fidanzato e un figlio di tre anni in Laos che le mancano molto. Grazie al telefono, però, si possono videochiamare tutti i giorni, più volte al giorno.

La proprietaria del locale non sembra affatto preoccupata dalla libertà delle ragazze e, a parte sgridarle se passano troppo tempo sul telefono quando sono con i clienti, sembra tranquilla. Facciamo ancora domande. Ma le storie sono spesso simili: famiglie povere, niente lavoro nei villaggi di origine e partenze per la Thailandia.

Una di loro ci confida di non aver capito che tipo di lavoro sarebbe andata a fare. Inizialmente pensava a un ristorante, ma poi aggiunge: “Una volta arrivata, ho capito di cosa si trattava. Ho parlato con un’amica che aveva viaggiato con me e abbiamo deciso di restare. Non so ancora se farò sesso con i clienti ma penso di sì. Devo solo trovare il coraggio della prima volta. Si possono fare molti soldi in più e preferisco stare qui dove non rischio di essere arrestata dalla polizia”.

Di fatto, le ragazze scelgono questi luoghi proprio per rimanere fuori dai radar delle forze dell’ordine. In città sarebbero subito visibili. Tutti saprebbero che non sono thailandesi e, probabilmente, qualche gestore invidioso denuncerebbe la loro presenza. Qui, lungo il confine, la polizia chiude un occhio. D’altronde in mancanza di ogni tipo di divertimento questi sono gli unici luoghi dove i maschi thailandesi possono bere qualcosa al di fuori delle mura domestiche.

Ploy, che è arrivata un anno fa, ci racconta di essere venuta con un gruppo di amiche: “Abbiamo viaggiato in autobus tutte e quattro insieme perché qui c’è da lavorare. Sapevamo che tipo di lavoro saremmo venute a fare perché prima di venire abbiamo videochiamato la proprietaria che ci ha mostrato il posto e spiegato cosa avremmo dovuto fare. Ho 19 anni e un figlio piccolo che ha bisogno di denaro. Qui posso risparmiare a sufficienza per mandare soldi a casa ogni settimana. La proprietaria non ci fa pagare la stanza e da mangiare lo prepariamo sempre tutte insieme. È molto conveniente. Ogni tanto vado con i clienti e magari, se trovo quello giusto, mi fidanzo con un uomo thai che si prenderà cura di me. Ora come ora, però, non ci penso davvero”, ride e ci mostra il telefono con decine di chat con clienti che le scrivono messaggi tutti i giorni.

Anche questo è lavoro: “Manteniamo i contatti con i clienti durante la settimana e poi li invitiamo a venirci a trovare e bere qualcosa. Le richieste di sesso sono costanti, ma so come gestirle. Alcune di noi hanno trovato anche l’amore ma è complicato. Gli uomini qui in campagna sono quasi sempre già sposati o fidanzati e quelli che non lo sono sono vecchi e brutti”, ride ancora e ci mostra qualche foto di clienti e corteggiatori, uomini e ragazzi di tutte le età dai 18 ai 70 anni.

Forse, ci confessa, l’unico problema è la noia: “Non possiamo andare in giro liberamente per paura di essere fermate per un controllo documenti. Viviamo qui 24 ore su 24. Ci svegliamo la mattina tardi e facciamo il bagno insieme e laviamo i panni. La proprietaria vive con noi e ci dà una mano. Poi cuciniamo tutte insieme e, verso le 2 del pomeriggio, ci prepariamo per i primi avventori. Ci trucchiamo e aspettiamo sedute sulle panchine a bordo della strada o di fronte al locale. Quando arriva qualcuno si ferma per chiedere di andare in un motel o semplicemente vuole controllare la ‘qualità’ delle ragazze presenti nel locale quel giorno. Il nostro compito è quello di farli entrare a bere qualcosa e guadagnarci un extra”.

Le ragazze sono molto unite, fanno gruppo e si sostengono a vicenda. Provengono spesso dallo stesso villaggio e si conoscono fin dai tempi della scuola. Fare gruppo è anche necessario per proteggersi dai clienti che, in questi luoghi, rappresentano il vero pericolo. Anche noi non possiamo restare a lungo in un luogo e siamo costretti a cambiare ogni giorno. Non solo per non destare sospetti ma anche per evitare di incorrere nella gelosia dei clienti abituali che, questo è quello che pensano, hanno un rapporto del tutto speciale. Molti arrivano già ubriachi e sono pronti a bere ancora.

Qui girano armi e droga e bisogna davvero stare in guardia. Basti osservare i cartelli appiccicati all’ingresso di ogni locale: indicano chiaramente il divieto di portare armi o droga anche se di fatto nessuno controlla. Bande di ragazzi giovani, su di giri, vagano lungo la statale di notte, in cerca di ragazze e alcol a buon prezzo. Non sempre sono amichevoli e spesso sono sotto effetto di metanfetamine. Le ragazze sanno come calmarli e come gestirli, ma la stessa cosa non vale per avventori di passaggio. Non sono rari episodi di violenza e gelosia, sparatorie e omicidi. Bisogna sapere quando muoversi e quando è tempo di pagare il conto.

Prima di andare ci fermiamo sul ciglio della strada dove le ragazze stanno cucinando e scorrendo l’ennesima schermata di Facebook, in attesa dei prossimi clienti. Ridono, scherzano e ci salutano con un “a domani”. Forse, davvero, per la prima volta l’uso della tecnologia ha cambiato un paradigma. Forse per la prima volta queste ragazze un tempo sfruttate e ridotte in schiavitù hanno il controllo di quello che stanno facendo e di come lo stanno facendo. Questo non vuol dire che la cosa sia un bene per loro. Questo tipo di lavoro certamente porterà drastici cambiamenti nella loro vita e qualche cicatrice. La giovane età, unita alla bassa scolarizzazione, non le aiuterà certo nel fare le scelte migliori.

 

Articolo e fotografie di Jan Daga