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NUESTRA PACHAMAMA
Il cambiamento climatico in Perù
Il cambiamento climatico in Perù
NUESTRA PACHAMAMA
La strada sterrata che conduce al porticciolo è ancora avvolta nel buio della notte quando le prime saracinesche delle piccole botteghe iniziano a sollevarsi e qualcuno affretta il passo verso le imbarcazioni in partenza dall’attracco di Puerto Galilea. L’aria è fresca e la nebbia si staglia fitta tra il verde della vegetazione; un timido sole inizia a scorgersi dietro gli altopiani in lontananza e il silenzio della quiete amazzonica dell’alba viene interrotto dal rumore crescente dei motori a due cavalli delle tipiche canoe in legno dalla forma affusolata, pronte a iniziare una nuova giornata tra una sponda e l’altra del Rio Santiago, nella provincia di Condorcanqui, tra le diverse comunità che vivono vicino alla frontiera con l’Ecuador.

Da queste parti infatti, nel cuore dell’Amazzonia Peruviana, gli spostamenti avvengono solo via fiume lungo le acque torbide del Rio Santiago e richiedono un tempo significativo per raggiungere i vari avamposti situati lungo l’affluente del rio Marañon. Puerto Galilea è il centro principale della zona e luogo di delimitazione geografica tra le principali etnie indigene che vivono in questa area: la comunità Awajún a sud, i Wampis a nord. In questa terra lontana e quasi dimenticata dal governo centrale di Lima, le comunità indigene lottano quotidianamente per i propri diritti a difesa della loro terra, difendendola dagli attacchi e dai soprusi dei conquistadores pronti ad allargare il business delle attività illegali a scapito dell’intero ecosistema amazzonico. Le imbarcazioni provenienti da Santa Maria di Nieva si avvicinano lentamente sulla spiaggia nera di sabbia e fango di Puerto Galilea dopo un viaggio di circa tre ore.

Mamme con bambini, impresari, famiglie e mineiros si affrettano a scendere con i loro zainetti e pacchi voluminosi, pagano gli 80 soles del tragitto e si guardano intorno scrutando le facce sconosciute con diffidenza. Si, perché questo angolo di mondo è fuori dalle rotte convenzionali, quindi arrivare fin qui significa far parte della comunità o arrivare per lavoro o affari, talvolta non legali.

Si avverte fin da subito la sensazione di essere in un territorio di conquista, un luogo in cui i diritti dei nativi vengono calpestati quotidianamente. Addentrandosi nella selva si scopre un mondo nascosto, pieno di vita, in equilibrio con la natura, un luogo incantato nel cuore del polmone verde della Terra.
Attività illegali e resilienza delle comunità indigene
Il problema delle attività illegali sul Rio Santiago, legate al narcotraffico, alla deforestazione e all’estrazione dell’oro, si è accentuato ulteriormente durante il periodo pandemico, con la chiusura della frontiera con l’Ecuador e il conseguente blocco delle esportazioni di frutta e prodotti locali; la situazione economica già precaria è peggiorata drasticamente, spingendo una parte della comunità locale a trovare forme di guadagno alternativo tra il business delle attività illegali.

Tra i principali attivisti a difesa del proprio territorio e della comunità indigena, Wrays Pérez Ramírez rappresenta sicuramente un punto di riferimento e di collegamento tra il governo regionale e gli interessi della sua gente. Leader carismatico e profondo sostenitore del popolo indigeno dell’amazzonia, Wrays Pérez Ramírez è stato il presidente del Gobierno Territorial Autónomo de la Nación Wampís (GTANW), un governo autonomo del Perù creato il 29 novembre 2015 dall’unione di 27 comunità Wampís, tra la regione di Loreto e rio Santiago.
“La nostra gente è stanca dei soprusi e degli abusi sul nostro territorio. Attività che minano la sostenibilità dell’intera Amazzonia, sempre sotto attacco da parte delle attività estrattive, legali e illegali, che inevitabilmente alterano l’ecosistema e la biodiversità del nostro territorio, riversando residui chimici e inquinanti nei nostri fiumi” afferma Wrays Pérez Ramírez durante l’incontro a Chosica, la sua comunità. Di fatto, pescare nelle acque del Rio Santiago è assolutamente sconsigliato, il che causa gravi disagi nelle comunità andando ad aggravare la situazione alimentare già povera di proteine.

“L’instabilità politica del nostro paese non aiuta e le proteste degli ultimi mesi hanno agevolato l’installazione di nuove draghe per l’estrazione dell’oro qui nel basso Santiago, in piena vista e con il lascia-passare delle autorità locali” afferma Marcelino Segundo, memoria storica del villaggio e portavoce della comunità contro i soprusi delle attività illegali nella zona.

Piattaforme impegnate nell’estrazione illegale di oro nel Rio Santiago. Risalendo il fiume, è facile imbattersi in punti di stazionamento dove si lavora senza sosta per estrarre il materiale prezioso. In una sola base come questa, si arriva ad estrarre dai 7 agli 8kg di oro al giorno, riversando tutto il materiale di scarto sul letto del fiume, contaminandolo con sostanze tossiche
Il richiamo degli affari legati all’estrazione dell’oro porta con sé una serie di conseguenze negative non solo ambientali, ma anche sociali. I mineiros che si spostano in questa zona alimentano violenze e prostituzione, oltre a rapimenti e traffici dediti al commercio sessuale.

“Chiaramente c’è anche un problema sociale. La pandemia ha bloccato gran parte del commercio e molte persone si sono ritrovate senza soldi e con una famiglia da mantenere. Lavorare nell’industria estrattiva genera una buona entrata anche se ovviamente, la maggior parte dei profitti vanno alle organizzazioni criminali. In generale, un mineiro può guadagnare fino a 200 soles al giorno, ma nulla a confronto con i proventi derivanti dalla vendita di 7-8 kg di oro che vengono ricavati quotidianamente da una singola base estrattiva” afferma Marcelino.
La deforestazione
Risalendo verso nord fino al confine con l’Ecuador, l’attività di deforestazione è ben visibile sugli argini del fiume. In piena emergenza, molti taglialegna ecuadoriani hanno invaso il territorio Wampìs, causando il disboscamento di circa 50 ettari di alberi di balsa (Ochroma pyramidale – Topa) secondo la comunità locale.

Un business cresciuto nelle ore più buie della pandemia di Covid-19, quando l’assenza di controllo e l’enorme richiesta di balsa (o topa) da parte del mercato ecuadoriano, ha portato ad un vero e proprio boom di attività di disboscamento informale.
Le basi di disboscamento si trovano spesso nel cuore della selva, lontana dai controlli della comunità locale e per arrivarci vengono tracciati ampi sentieri, distruggendo indistintamente piante ed erbe talvolta usate come medicinali naturali. I taglialegna ecuadoriani hanno persino allestito le loro segherie in ciascuna comunità per convertire i tronchi di balsa in tavole standard lunghe 1,30 metri.
“Durante la pandemia, il costo iniziale per una singola tavola di topa era di 10 dollari. Chi aveva un terreno di proprietà pieno di questi alberi, non ci ha pensato due volte a fare affari con gli ecuadoriani” afferma un impresario locale di Puerto Galilea, impegnato nel traffico di balsa oltreconfine.
Come riportato in un articolo del quotidiano ecuadoriano El Universo, il 2020 ha registrato il record di esportazioni di legno di balsa dall’Ecuador al mercato asiatico, venduto a circa 30$ per un pezzo di 1.30m di lunghezza. Una differenza enorme se confrontata con il costo di acquisto iniziale di 10$ verso i fornitori peruviani, sceso ulteriormente a 3$ approfittando delle difficoltà economiche della gente locale, come affermato da Wrays Peréz.

Il trasporto della legna dal Perù all’Ecuador avviene indistintamente giorno e notte, arrivando a trasportare fino a 15 tonnellate di tavole di Topa per singolo viaggio, sotto l’indifferenza dei posti di controllo lungo la frontiera. Sebbene il problema legato alla deforestazione informale sia sotto gli occhi di tutti, c’è chi non vede il disboscamento di balsa come un problema ambientale; anzi, al contrario, lo vedono come un’opportunità per la comunità indigena di trarre profitto da un albero che, fino all’interessamento degli ecuadoriani, non ha avuto alcuna importanza per il Perù.

Lo sviluppo sostenibile sul Rio Santiago
Se da un lato le attività illegali nella provincia di Condorcanqui rappresentano una piaga sociale e ambientale, la cooperazione internazionale si sta muovendo per sostenere le comunità indigene e supportare lo sviluppo del territorio in modo sostenibile.

In particolare, nella zona dell’alto Santiago, l’ONG Italiana Terra Nuova è impegnata in una serie di progetti che mirano a ottimizzare le risorse naturali come le piantagioni di platano della selva e a sostenere l’allevamento di pescado fondamentale per la dieta, povera di proteine, delle comunità indigene.
A quattro ore di navigazione da Puerto Galilea, nella comunità di Soledad, in territorio Wampìs, Terra Nuova ha avviato uno stabilimento per la produzione di farina di banane, completamente alimentato da energia rinnovabile e un laboratorio di riproduzione ittica nella comunità di Villa Gonzalo. Un lavoro che vede impegnate diverse famiglie locali cui viene garantito un impiego in diversi mesi dell’anno e un’entrata economica. In una regione in cui le fonti di cibo sono limitate, le attività coordinate da Terra Nuova garantiscono quantità sufficienti di pescado all’intera comunità indigena e una quantità di farina di platano destinata anche al vicino Ecuador.

La crisi climatica tra gli alpaqueros e l’epidemia di dengue
Il cielo limpido del sud-est del paese illumina la valle intorno a Cuzco e la cordillera in lontananza che sovrasta la scena tipica del paesaggio Andino. Le bandierine di festa della semana santa colorano i folkloristici villaggi Quechua situati in alta quota. Nonostante i 4200m sopra il livello del mare, la temperatura non è esattamente quella che ci si aspetta a queste altitudini. Il sole molto forte rende le giornate calde, mentre dopo il tramonto, le temperature calano bruscamente, con un disequilibrio termico significativo tra il giorno e la notte. Qui piove sempre meno e la vegetazione fatica a dominare la scena sui passi di montagna andini.
“La regione di Cuzco non è mai stata una molto piovosa, nonostante ciò le piogge primaverili erano sufficienti per irrigare la valle e far crescere l’erba necessaria per i pascoli” afferma Raul Valdivia Saravia, zootecnico e medico veterinario, membro della comunità di alpaqueros del distretto di Ocangate. “Questo cambio di temperatura, unito al calo delle piogge e allo scioglimento dei ghiacciai sulle Ande, sta modificando di fatto l’ecosistema e la biodiversità della regione. Un problema per gli allevatori di alpaca e la produzione di lana da cui dipende l’economia dell’intero distretto” afferma Raul Valdivia Saravia.

Un problema che sta mettendo a dura prova la sopravvivenza delle comunità di alpaqueros sparse sulle Ande. Il cambiamento climatico, infatti, sta alterando l’andamento delle precipitazioni nella regione andina, con periodi di lunga siccità interrotti solo da piogge brevi e intense, con temperature in aumento che generano ondate di caldo eccessivo con conseguente proliferazione di parassiti (rogna, pidocchi) e batteri che provocano febbre principalmente nei cuccioli di alpaca, causandone in alcuni casi anche la morte.

Allo stesso modo si verificano malattie come l’enterotossiemia, che in alcuni casi ha raggiunto una mortalità del 90% dei cuccioli, una perdita fatale per gli allevatori di alpaca. La cura di tali malattie richiede farmaci e terapie costose, che superano di gran lunga il guadagno derivante dalla vendita della lana.
L’emergenza climatica si registra in tutto il paese, anche nella zona costiera del sud, tra Lima e la provincia di Ica in particolare, dove l’aumento della temperatura ha portato a un aumento dei casi di Dengue come mai registrato in precedenza.

Inizialmente diffuso nella zona amazzonica, dove il virus trova un habitat favorevole grazie all’alto tasso di umidità e alle piogge persistenti, negli ultimi anni si è assistito a una crescita epidemiologica anche in zone dove in passato si registravano solo pochi casi e dove l’effetto del cambio climatico si manifesta in modo ancor più lampante. “Solitamente si registrava un’emergenza sanitaria nel nord del paese, oggi vediamo invece anche zone come Lima e Ica fortemente colpite dall’epidemia” afferma il dott. Miguel Ángel Luna Pineda, biologo ed epidemiologo della Direzione regionale di Salute di Ica.

La malattia ha causato oltre 200 morti dall’inizio del 2023 e 170mila persone contagiate solo nei primi mesi dell’anno, superando di gran lunga il totale dei casi registrati ngli anni precedenti, stabilendo un record di contagi. Le conseguenze del cambio climatico dunque sono molteplici e di varia natura, con forti ripercussioni non solo a livello locale, ma su tutto il globo. È la metafora del battito di ali della farfalla riportato nel film del 2004 “the batterfly effect”, in cui il minimo battito di ali è in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo. Fantascienza forse, ma non troppo se collegato agli eventi climatici influenzati da correnti e agenti atmosferici e prima ancora dall’attività dell’uomo. Si, perché l’innalzamento della temperatura globale è conseguenza delle emissioni di CO2 immesse nell’atmosfera e dal costante abuso delle risorse naturali.

Se da un lato gli sforzi delle comunità indigene dell’amazzonia sono necessari e fondamentali a livello locale per la difesa di un territorio sempre sotto assedio a causa degli interessi delle grandi multinazionali petrolifere e dalle attività illegali che deforestano in maniera incontrollata il polmone verde della Terra, dall’altro gli stati centrali e le organizzazioni internazionali devono garantire la tutela delle comunità e della biodiversità,