Sei anni dopo l’inizio del conflitto in Mozambico, numerosi attacchi terroristici di matrice islamica hanno causato, secondo una valutazione delle autorità mozambicane, quasi 1 milione di sfollati interni nella provincia di Cabo Delgado e più di 4.000 morti (secondo i dati di The Armed Conflict Location & Event Data Project). Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, ad agosto 2023 più di 570.000 persone erano ritornate nei loro distretti di origine, mentre il numero di sfollati interni era di circa 670.000 persone.
I civili stanno pagando il prezzo più alto, poiché gruppi di ribelli armati chiamati Ahlu Sunna Wal Jammah (ASWJ), dal 2021 noti anche come autoproclamato Stato Islamico nella regione, hanno massacrato villaggi e compiuto stragi in città di tutta la provincia durante una serie di attacchi.
Nella città di Pemba vive la maggior parte degli sfollati. Fatima Buane, 16 anni, ha lo sguardo di chi ha visto l’orrore con i propri occhi. Suo padre è stato decapitato dai terroristi e lei è fuggita dal distretto di Macomia nel 2020. Non vede la madre da più di 3 anni, perché rimasta nel luogo di origine. Come lei tante altre ragazze hanno storie simili alle spalle. E insieme partecipano alle attività di “emancipazione femminile” nell’ambito del progetto CUIDA (dalla parola portoghese “cuidar”, che significa prendersi cura). Un progetto finanziato dall’Unione Europea e dall’Ambasciata dei Paesi Bassi e implementato dalla Fondazione AVSI in partnership con l’UNICEF, con lo scopo di rafforzare il meccanismo inclusivo di prevenzione e risposta per i bambini colpiti dal conflitto nei distretti di Pemba, Ibo, Quissanga e Montepuez, nella provincia di Cabo Delgado.
In una realtà socio- economica estremamente povera dove quasi l’80% della popolazione vive con meno di due dollari statunitensi al giorno – secondo il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite-, la ricchezza del Mozambico giace sotto terra ed è questo l’obiettivo dei gruppi terroristici. Le ferite del Paese affondano le loro radici in un passato coloniale durato oltre 200 anni e conclusosi nel 1975 con l’indipendenza dai portoghesi, periodo che coincide anche con il commercio degli schiavi e una successiva guerra civile terminata nel 1992, che causò oltre 1 milione di morti.
Dalla fine della guerra civile post-coloniale, la regione settentrionale del Mozambico è rimasta indietro nello sviluppo economico e nell’attività commerciale rispetto a quella del sud. Il settore della pesca svolge un ruolo importante nell’economia locale, contribuendo negli ultimi anni al 40% circa delle entrate in valuta estera, ma la pesca illegale rappresenta una minaccia per la biodiversità della costa.
Attraverso fondi dell’African Development Bank, il partner governativo Pro Azul sta cercando di sostenere il settore della pesca artigianale, che rappresenta il 95% del pescato in Mozambico, mentre UNHCR e Fondazione AVSI, stanno organizzando programmi di formazione per sensibilizzare i pescatori sulle pratiche di pesca sostenibile, il rispetto dei diritti umani e dei diritti dei bambini.
Il Mozambico è uno dei paesi più poveri al mondo e allo stesso tempo è tra i primi dieci punti critici minacciati da vari rischi naturali come siccità, inondazioni e cicloni. La frequenza e l’intensità delle catastrofi stanno aumentando di anno in anno a causa della crisi climatica globale. La comunità umanitaria in Mozambico stima che un totale di 2.250.000 persone abbiano bisogno di assistenza umanitaria e protezione. Attraverso progetti di recupero scolastico, alfabetizzazione, sostegno psico-sociale e psicologico, attività ricreative e programmi di formazione professionale, le ONG cercano di migliorare il benessere dei minori e creare un contesto sicuro per il futuro delle nuove generazioni del Mozambico.
Assumane Momade ne è un esempio. Traumatizzato dalla violenza a cui ha assistito, è stato costretto a fuggire da Mocímboa da Praia in seguito agli attacchi terroristici. I suoi genitori sono rimasti nella loro città per non perdere quel poco che avevano e ora Assumane vive con gli zii nel quartiere Paquitequete, a Pemba. Dopo aver perso quasi due anni di scuola, ha partecipato a progetti di recupero scolastico e attività di alfabetizzazione. Da grande sogna di diventare un insegnante, per trasmettere agli altri bambini quello che ha imparato a scuola. E contribuire a un futuro diverso per il Mozambico.