Ai piedi della Minerva Armata, dea femminile simbolo di giusta lotta e saggezza, davanti alla prefettura di Brescia, un gazebo viene tirato su da un gruppo di ambientalisti il 9 agosto 2021. In piazza Paolo VI, il Presidio 9 agosto continua a vivere da oltre 900 giorni, 24 ore su 24, grazie all’impegno di numerosi presidianti provenienti da tutta la provincia bresciana.
La loro azione nasce per dire “no” alla costruzione dei depuratori per il lago di Garda sul fiume Chiese. Tale attivismo è caratterizzato da una forte presenza di donne, la maggior parte composta da madri che lottano per salvaguardare il territorio e proteggere il futuro dei loro figli e nipoti.
In una mattina fredda di dicembre, poco fuori Brescia, si arriva a Nuvolento nella valle del Chiese, dove vive Piera con suo marito Gianni. Piera dedica molto tempo ai figli e ai nipoti, ma riesce anche a fare attivismo al Presidio 9 agosto e al gruppo delle Mamme del Chiese, di cui è fondatrice. È di ritorno da Bruxelles dove si è discussa al parlamento europeo la petizione sulla presunta violazione di due direttive europee da parte della politica locale con il progetto del depuratore.
Con le attiviste Simonetta e Ombretta organizza iniziative e sopralluoghi a Gavardo, sulle rive del Chiese, sede in cui dovrebbe sorgere il tredicesimo depuratore. Dopo la pausa pranzo, si reca al presidio e inizia il suo turno pomeridiano.
È un momento di condivisione di ideali con le colleghe Adriana, Carla e Maura. La notte è il turno di alcuni uomini del gruppo come Roberto, che prima di iniziare si riscalda a colpi di pedali. La bicicletta serve a ricaricare le batterie per non passare la notte al buio.
I comitati ambientalisti si moltiplicano in proporzione alle problematiche che colpiscono duramente il territorio bresciano. “Il caso Caffaro” è il più eclatante. Marino Ruzzenenti, storico e ambientalista, dopo alcune ricerche, pubblica un libro nel 2001, facendo luce sul grave inquinamento da PCB e diossine rilasciati dalla Caffaro, azienda chimica nata a fine 800’ a ridosso del quartiere popolare di via Milano, nella zona ovest della città.
La fabbrica, motore dell’economia bresciana nel secolo scorso, si è trasformata nell’incubo di molti abitanti. E continua ad esserlo, nonostante la chiusura definitiva e il sequestro da parte della Magistratura nel febbraio 2021, poiché molte falde acquifere risultano ancora contaminate. In questi giorni la Procura di Brescia ha disposto il dissequestro dell’area per procedere alla messa in sicurezza e all’intervento di bonifica.
Pierino, contadino di 81 anni, dopo due anni dallo scoppio del “caso Caffaro” non può più coltivare nei suoi campi perché contaminati dai PCB. Si è visto portare via tutto il bestiame e il cibo nel freezer, privato del suo lavoro che svolgeva ormai da oltre sessant’anni, e si è ritrovato con le diossine nel sangue, suo e quello della sua famiglia.
La Caffaro colpisce anche i bambini che non possono più toccare l’erba e giocare nei parchi pubblici. Come il caso della scuola elementare Deledda nel quartiere Chiesanuova, occupata nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio del 2013 da alcune mamme con i propri figli per chiedere l’immediata bonifica del giardino contaminato dai PCB. Dopo numerose rimostranze, arriva la bonifica tanto sperata.
Stefania è una delle mamme che ha partecipato all’occupazione della scuola, assieme a suo figlio Alessandro.
Nel 2015, fonda il Tavolo Basta Veleni che riunisce diversi comitati ambientalisti della provincia e sfocia in una grande manifestazione di 12mila persone nell’aprile 2016. È una protesta per dire “basta veleni” a Brescia, dalle mancate bonifiche all’eccessiva occupazione del suolo con la costruzione di cave e discariche.
Su quest’ultima questione si battono da anni le Mamme di Castenedolo, appellate come Mamme Volanti grazie alla loro esperienza di volo con il piccolo Piper di Edoardo. Il loro scopo era documentare dall’alto con fotografie e video le criticità ambientali, consapevolizzando i bresciani dello scempio che ne è stato fatto.
Come si può vedere dal Monte Maddalena, lo scenario è un pezzo di terra completamente trivellato, tale da definirlo “la terra dei buchi”. Si stima che a Brescia venga portato il 21% dei rifiuti speciali dell’intera nazione (74% di quelli lombardi), inoltre è presente un inceneritore tra i più grandi d’Europa che da 20 anni brucia e diffonde fumi per via di tecnologie ormai obsolete degli anni 80’.
Il territorio bresciano, una delle province più ricche e benestanti del Paese, è anche uno dei siti industriali più inquinati d’Europa, situato in un’area come quella della Pianura Padana dove l’atmosfera è particolarmente insalubre in assenza di piogge.
Si ipotizza che l’insorgenza di alcune malattie sia legata all’inquinamento ambientale. Si pensi al coronavirus che ha colpito duramente le province di Bergamo e Brescia. Secondo alcuni studiosi, è strettamente correlato alla forte presenza di polveri sottili.
Il rapporto Sentieri dice che nel territorio bresciano si osservano eccessi nei tumori del 20/25% in più rispetto alla media nazionale.
Sergio, medico psicoterapeuta e agopuntatore, ha uno studio a Carpenedolo (Bs) e si batte da tempo per le questioni green. Ha affrontato eventi come l’epidemia di legionella, abbattutasi sui paesi del fiume Chiese a fine estate 2018, causando ben 15 morti e un elevato numero di contagi.
Il futuro è nelle mani di ragazze come Chiara che sceglie di muoversi in città con la bicicletta per andare a lavoro e raggiungere luoghi dove fare attivismo ambientale. Uno di questi è il Bosco Sociale, un’oasi verde nel quartiere di San Polino, presa in gestione da giovani attivisti per sviluppare un orto sinergico, un frutteto e un bosco didattico, valorizzando la tutela della biodiversità.
Sociale
Si riflette qui l’eredità di quelle mamme che, come la dea Minerva, si mostrano resilienti e si mobilitano per la salvaguardia della loro terra,