Quando Evgeny si era appena trasferito nel villaggio di Starobachaty, di fianco a casa sua c’era un campo di patate. Ora al suo posto si erge una montagna di scorie, percorsa da enormi camion che, al passaggio, sollevano una polvere giallastra. “Quando il vento soffia dalla nostra parte, non si riesce ad uscire di casa. La polvere ti entra in bocca e scricchiola fra i denti”, racconta Evgeny con voce tremante.

Nel Kuzbass, il più grande bacino carbonifero della Russia, le miniere a cielo aperto spuntano come funghi, trasformando il territorio in un paesaggio lunare. La polvere di carbone, altamente tossica, si diffonde nell’aria, inquina i corsi d’acqua e avvelena le coltivazioni.

Non c’è da sorprendersi che le aspettative di vita degli abitanti del Kuzbass sia di circa quattro anni inferiore alla media nazionale. O che la regione detenga il primato delle malattie professionali, in particolare quelle che affliggono gli organi respiratori. Infatti, le frenetiche attività minerarie si accompagnano a costanti infrazioni delle norme di sicurezza. L’organizzazione ambientalista locale “Ecozashita” ha rilevato più di cinquanta violazioni della distanza minima di un chilometro che per legge dovrebbe separare le miniere dai centri abitati.

“Si potrebbe ridurre al minimo l’impatto ambientale delle miniere. Ma estrarre il carbone in modo ecologico costa caro e i proprietari delle miniere sono avari” si indigna Vladislav Tannagashev, residente del villaggio Chuvashka. Le compagnie carbonifere devono sostenere gli enormi costi che comporta il trasporto del carbone per migliaia di chilometri dalle miniere del Kuzbass fino ai porti più vicini. Per questo, secondo gli attivisti, gli imprenditori tagliano i costi sulla sicurezza.

I portavoce dell’amministrazione locale sono reticenti a commentare l’impatto ambientale delle miniere. Si limitano a dichiarare che “se ci fossero delle irregolarità, sarebbero già stati presi dei provvedimenti”. Tuttavia, secondo gli attivisti locali, le autorità sono profondamente colluse con il business minerario. “Il governatore Tuleev è il principale lobbista delle compagnie carbonifere, di conseguenza non ha alcun interesse nel sanzionarle” spiega Lementuev.

Gli abitanti del Kuzbass sono perlopiù inermi di fronte ai soprusi delle compagnie carbonifere, soprattutto a causa della scarsa consapevolezza dei propri diritti civili e degli strumenti appropriati per difenderli. “La gente scrive lettere al presidente Putin e al governatore Tuleev chiedendo il loro aiuto, quasi si rivolgessero a Babbo Natale”, afferma sconsolato Lementuev.

Principale vittima dell’industrializzazione selvaggia è il popolo autoctono degli Šori. Un tempo dediti alla caccia, alla pesca e alla raccolta, oggi gli Šori sono costretti ad abbandonare le loro terre ancestrali, rese inabitabili dalle miniere. Senza più legame con il territorio, si trasferiscono nelle città, dove la loro lingua e tradizioni stanno scomparendo. “Viviamo sul carbone. I nostri antenati hanno scelto di stabilirsi in una terra ricchissima. Questa è la nostra maledizione” riconosce amaramente Vladimir Bekrenev, imprenditore Šori.

In seguito agli accordi di Parigi, sempre più Paesi occidentali riducono il consumo del carbone per investire in fonti di energia pulita. Nonostante ciò, nel Kuzbass si continua a estrarre carbone a pieno regime. La maggior parte degli abitanti della regione trova impiego nell’industria mineraria e nei settori ad essa collegati.

Gli attivisti di “Ecozashita” ritengono che se il Kuzbass non diversificherà le sue esportazioni, nei prossimi decenni sulla regione si abbatterà una grave recessione economica. “E allora, non ci sarà più lavoro per nessuno – conclude Lementuev – e dell’industria mineraria resteranno soltanto i crateri”.

Foto di Giovanni Pigni