L’aria fresca e pungente del primo mattino riempie i polmoni dei negozianti, mentre da una casa nella via centrale del villaggio arriva leggero il suono di una canzone curda. I baristi iniziano a preparare il chay e il pane per la colazione, mentre i camerieri sistemano le sedie e spazzano via la polvere accumulatasi durante la notte e che poche ore dopo ritroveranno nello stesso posto. Man mano che il sole sorge sul villaggio, illuminando gradualmente i resti dell’antico ponte romano i cui piloni svettano dalle acque del Tigri, l’aria si fa sempre più calda, ma il clima secco che contraddistingue la zona rende piacevole anche i 30 gradi.

I bambini giocano lungo le sponde pietrose del fiume, tuffandosi e  rincorrendosi senza sosta, mentre le madri lavano e percuotono con un bastone chiodato la lana che servirà per imbottire cuscini e guanciali. Sotto l’ombra del ponte alcune famiglie stendono dei lenzuoli fiorati per un pic-nic domenicale, godendosi il tepore degli ultimi giorni di settembre. Questo idillio però sta per terminare, e non solo perché Hasankeyf sarà presto solo un lontano ricordo.

“Quando le acque sommergeranno il villaggio il clima cambierà, sarà molto più umido. Non riusciremo più a respirare”, spiega Ridvan, scuotendo la testa. L’impatto ambientale della diga, secondo gli attivisti che da anni lottano per fermare i lavori, sarà enorme, ma effettuare una stima precisa è impossibile a causa del sistema legislativo turco. “Non è mai stata realizzata una valutazione di impatto ambientale da parte del Governo perché la legge stabilisce che un simile studio non è necessario per progetti che sono stati approvati prima del 1993 e quello per la diga Ilisu risale agli inizi degli anni Cinquanta”, ci spiega Ercan Ayboga, ingegnere ambientale e attivista. “Le uniche stime sono quelle effettuate dall’European export credit agency nel 2005, quando la Turchia fece richiesta per aprire una linea di credito, ma si tratta di ricerche non vincolanti per lo Stato turco e che non sono più nemmeno reperibili online”. Quello che però si sa è che la costruzione della diga metterà in pericolo centinaia di specie vegetali e animali, alcune già a rischio estinzione, senza contare l’impatto climatico del progetto, anch’esso di difficile definizione. “Non possiamo calcolare con precisione i danni che ci saranno per mancanza di studi specifici, però basta vedere quanto è accaduto nel bacino dell’Eufrate, dove ci sono 5 dighe, per avere un’idea. Lì il clima ha subito un drastico cambiamento, nevica molto meno sulle montagne, c’è più umidità e tutto ciò ha avuto conseguenze anche sull’agricoltura, così come sulla biodiversità”, prosegue Ercan. La diga Ilisu e il suo bacino idrico rappresentano un problema anche per la salute di chi vive nei loro dintorni: “C’è il rischio che malattie come la malaria ritornino a causa del cambiamenti climatici e della cattiva qualità dell’acqua”.

Il progetto della diga risale agli inizi degli anni Cinquanta, quando il governo diede il via agli studi per l’identificazione dell’area più adatta alla costruzione di un nuovo bacino idrico. I lavori di costruzione, dopo numerosi ritardi, sono iniziati ufficialmente nel 2006, ma sono stati spesso interrotti e a pochi anni dall’inaugurazione del primo cantiere sembrava che il progetto non avrebbe mai visto la luce. Nel 2008 le compagnie svizzere, tedesche e austriache che avevano investito nella diga minacciarono di tirarsi indietro a causa delle mancate tutele ambientali, dando al Governo turco 180 giorni per soddisfare le loro richieste. “È stato tutto inutile. Hanno continuato il progetto con i soldi delle banche nazionali”, ci raccontano gli abitanti di Hasankeyf, che conoscono a memoria la storia del Southeastern Anatolia Project di cui la diga Ilisu fa parte.

Secondo le stime fornite dal Governo, la diga sarà in grado di produrre 4,200 gigawatts/h l’anno di energia elettrica, ma per Ridvan  una soluzione alternativa e meno invasiva era a portata di mano ed è stata debitamente ignorata. “Con questo progetto si potrà soddisfare l’1,4 per cento del fabbisogno energetico della Turchia, un dato misero se si pensa che investendo in energia eolica e solare si arriverebbe a coprire il 5,5 per cento”. La regione di Batman, secondo quanto emerge da uno studio effettuato dal Ministero dell’energia e delle risorse naturali, è tra le più indicate per ospitare pannelli solari. Ma il punto della questione, secondo Ercan, è un altro. “La verità è che non abbiamo bisogno di tutta questa energia. A livello economico, la soluzione migliore per gli abitanti di Hasankeyf sarebbe stato un maggiore investimento nel settore del turismo, non la costruzione di una diga. La Turchia produce già l’energia di cui ha bisogno. Dietro ci sono solo corruzione e interessi personali”. Un progetto inutile, dunque, che cambierà non solo la vita delle persone, ma anche l’ecosistema locale.

Intanto la sera scende su Hasankeyf, avvolgendo con il suo manto scuro le strade del villaggio. Le luci del bar sulla riva del Tigri dove siamo seduti a bere chay si accendono, rifrangendosi nelle acque del fiume che continua a scorrere, ignaro di ciò che gli accadrà. Da qualche parte uno stormo di uccelli si alza in volo, alla ricerca di un posto dove passare la notte. L’albero che sceglieranno tra qualche mese non ci sarà più e anche loro avranno trovato una nuova casa. O nessuna.

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