Fukushima
Dieci anni dopo
Testo e video Alessandro Tesei

Fukushima dieci anni dopo

È l’11 marzo del 2011 quando il Giappone viene colpito da una triplice calamità. Un terremoto di magnitudo 8.9 – con epicentro a circa 130 chilometri dalla costa nord orientale, davanti alla città di Sendai – provoca un violento tsunami, con onde alte fino a dieci metri, che spazza via la costa, distruggendo abitazioni e uccidendo circa 16mila persone. Ma è solo l’inizio. Lo tsunami colpisce gravemente anche la centrale nucleare di Fukushima, le cui barriere anti-maremoto si rivelano inutili.

Ookuma, cadavere di struzzo abbandonato (Foto di Alessandro Tesei)

Nello specifico, vengono danneggiati irreparabilmente gli impianti di raffreddamento, provocando così un’immediata fusione del combustibile atomico e un’esplosione nel reattore numero 1, a cui seguono nei giorni successivi altri meltdown nel reattore 3 e 2, oltre al danneggiamento di una piscina di combustibile esaurito sulla sommità del reattore 4. L’incidente viene classificato di grado 7 nella scala Ines, il livello più alto. Per avere un metro di paragone: si tratta della stessa gravità del disastro di Chernobyl.

Centrale nucleare di Fukushima, lavoratore porta un tubo mentre lavora in un impianto di trattamento delle acque (AP Photo/Jae C. Hong, File)

Immediatamente il governo ha iniziato l’evacuazione di oltre 70mila persone dalla zona di esclusione, creata nel raggio di 30 chilometri dalla centrale nucleare. Nello stesso momento la soglia di sicurezza per l’esposizione alle radiazioni, che normalmente in tutto il mondo è considerata di 1 milliSievert/anno, viene alzata a 20.

Una parte degli sfollati viene ricollocata in case di emergenza costruite dal governo nelle zone limitrofe, come a Koryiama, a soli 70 chilometri in linea d’aria dalla centrale nucleare. Anche questa città, però, viene contaminata dall’incidente e diventa a sua volta pericolosa.  Altri disperati si spostano in base o alla loro percezione di pericolo, molto più lontano dalla prefettura di Fukushima, o in base a dove avevano parenti o altri centri di interesse. Il governo giapponese ha garantito a queste persone aiuti economici e sussidi per sopravvivere, pagare affitti, avere accesso a sanità gratuita.

Futaba, anziano sfollato in visita alla sua casa (Foto di Alessandro Tesei)

Nel frattempo iniziano le operazioni per decontaminare l’area. Le principali strategie adottate sono quella del lavaggio delle case con successiva raccolta dell’acqua contaminata, e della rimozione dei primi cinque centimetri di terra dagli spazi circostanti le abitazioni e dai luoghi pubblici urbani.

Kawauchi, operazione di decontaminazione, foto di Alessandro Tesei

Non si tiene però conto del fatto che la zona di Fukushima è montana, e caratterizzata da boschi, rocce, campi coltivati o destinati al pascolo, che non diventeranno mai oggetto di decontaminazione. L’acqua radioattiva viene raccolta in enormi cisterne e la terra ammassata in enormi sacchi azzurri, che poi verranno interrati. Mano a mano che le aree vengono decontaminate, la NO-Go Zone si restringe, gli aiuti agli sfollati vengono gradualmente aboliti, e si tenta di forzare il rientro nei luoghi di origine.

Soma, un pescatore mostra il pesce appena pescato nel mare contaminato (Foto di Alessandro Tesei)

Alla centrale nucleare, con tre meltdown e una piscina di combustibile esaurito danneggiata, si cerca di arginare i danni pompando acqua all’interno dei tre reattori fusi per mantenerli il più freddi possibile. L’acqua usata a questo scopo, considerando che l’operazione è ancora condotta quotidianamente, viene immagazzinata in grandi cisterne, costruite gradualmente nell’area circostante alla centrale.

Centrale nucleare di Fukushima , lavoratori davanti a un impianto di trattamento delle acque (AP Photo/Jae C. Hong, File)

Sembrerebbe però che, a causa delle crepe e dei danni alle strutture, un quantitativo di circa mille litri al giorno di acqua pesantemente contaminata sia finito in mare. Anche la rimozione delle barre di combustibile esaurito nella piscina del reattore 4 hanno costituito un enorme problema e un rischio enorme, non essendoci alcuna struttura di contenimento, come invece succede per i reattori, blindati nel cemento. Se non si fossero mantenute immerse e a temperatura, a contatto con l’aria avrebbero potuto dar luogo a un incendio radioattivo impossibile da domare che avrebbe sprigionato oltre dieci volte la quantità di radionuclidi fuoriusciti dalla centrale di Chernobyl. I lavori di rimozione delle barre dovrebbero essersi conclusi a marzo di quest’anno, a dieci anni di distanza dall’incidente.

Minamisoma, l’eroe di Fukushima: il sindaco Katsunobu Sakurai di Minamisoma, foto di Alessandro Tesei

Oggi le cose sono cambiate solo superficialmente: per gli isotopi radioattivi, infatti, dieci anni rappresentano un tempo brevissimo e la contaminazione è ancora presente, nonostante i tentativi del governo nipponico di decontaminare e di abolire la zona di esclusione.

Naraa, parco giochi abbandonato, foto di Alessandro Tesei

Il prelievo dei cinque centimetri di terra ha sì abbassato di molto il livello di contaminazione immediatamente rilevabile in superficie, ma ha anche lasciato degli interrogativi senza risposta. In primis sulla tipologia di analisi effettuate, visto che gli elementi radioattivi sono svariati. La maggior parte delle analisi, però, si concentra sulla rilevazione del Cesio 137. Oppure sulle condizioni delle falde acquifere o del terreno adibito alle coltivazioni. Le particelle radioattive, con le precipitazioni, vengono mano a mano assorbite dal terreno andando più in profondità, ma ritornano in circolo dopo essere state assorbite dalle piante.

Kawauchi, sacchi di terra contaminata, foto di Alessandro Tesei

Nel frattempo il governo giapponese ha revocato quasi per intero l’iniziale zona di evacuazione, lasciando giusto alcune aree, in particolare quelle dei comuni più a ridosso della centrale, Ookuma e Futaba. Il resto del territorio è ad oggi ufficialmente una zona in cui è possibile rientrare, e la politica giapponese, che punta tutto sulle prossime Olimpiadi per mostrare al mondo che l’incubo nucleare è debellato, ha iniziato ad abolire i sussidi abitativi e l’assistenza sanitaria agli sfollati.

“Amiamo Fukushima, amiamo Minamisoma”, un cartello esprime il cordoglio per le due città più colpite dal disastro dell’11 marzo 2011, foto di Alessandro Tesei

Ciò ha causato enormi danni psicologici e drammi familiari, tra cui numerosi suicidi, documentati anche dalla giornalista investigativa Miki Aoki nel suo libro La città dal ritorno impossibile. L’eliminazione dei sussidi abitativi, per coloro che non possono permettersi un affitto, significa solo una cosa: ritornare a vivere nell’ex No Go zone, da dove erano fuggiti dieci anni prima. Nonostante questo, moltissime persone si stanno rifiutando di rientrare in quei territori, in cui sarebbe impossibile ricominciare una vita. Non solo a causa del pericolo radioattivo, ma anche per un sistema economico completamente distrutto, e per la mancanza dei servizi primari, come ospedali o supermercati. Aggiungiamo che la zona di Fukushima è sempre stato l’orto verde del Giappone, famosa per il suo riso, la frutta e la verdura, oltre a latte e carne. La gente si guadagnava da vivere con l’allevamento e l’agricoltura, settori che non potranno più essere ripristinati.

Namie, vecchio cimitero di campagna, foto di Alessandro Tesei

Ad oggi infatti, gran parte dei ritornati è composta da anziani, che desiderano semplicemente morire in un luogo a loro caro. Ad esempio la città di Namie, che prima dell’incidente contava 21mila abitanti, ora ne ha a malapena 1.500. In tutto questo, il governo ha già riaperto nove centrali nucleari e si sta preparando a riattivare anche gli altri circa 30 reattori che furono spenti dopo l’incidente, sull’onda delle manifestazioni anti nucleari. Il popolo giapponese, secondo i sondaggi, non vorrebbe che si riattivassero, ma difficilmente verrà permesso un referendum.

Centrale nucleare di Fukushima, serbatoi di stoccaggio per il livello di acqua contaminata (Tomohiro Ohsumi/Pool Photo via AP, File)

In molti si chiedono l’effettivo guadagno di produrre energia con il nucleare, visto che finora i costi di Fukushima ammontano a circa 60 miliardi di euro di spese tra sussidi e risarcimenti alle persone, 60 miliardi per la decontaminazione e 170 miliardi per le opere di messa in sicurezza e manutenzione della centrale disastrata e di smaltimento. Procedure che hanno avuto ed hanno tuttora un importante impatto ambientale anche da un punto di vista della CO2.

Operaio addetto alla decontaminazione, foto di Alessandro Tesei

A questo si deve aggiungere una spesa impossibile da quantificare, dovuta ai vari rallentamenti e problematiche impreviste come il terremoto dello scorso febbraio che ha danneggiato 53 cisterne contenenti acqua contaminata e causato problemi strutturali alla piscina con il combustibile esaurito. Ma anche tutti i danni alla salute, quelli genetici, le leucemie, le malformazioni cardiache e tanto altro che ancora non si è manifestato, ma che purtroppo accadrà, come ci insegnano il disastro di Chernobyl e ancor prima quello di Mayak.

Testo e video Alessandro Tesei