Nel cuore della foresta
Il mercato illegale che spoglia i boschi d’Europa

Foreste

Foto e testo di

ROMANIA

Era una fredda mattina di ottobre quando ci siamo avventurati nelle profonde foreste della Romania, nel cuore dei Carpazi. Negli ultimi anni l’Europa ha assistito a un preoccupante aumento del disboscamento che ha avuto un impatto devastante sull’ambiente e sulla società. Le cause di questo fenomeno sono molteplici e complesse. C’entrano la deforestazione illegale, la conversione delle foreste in terreni agricoli o industriali, l’urbanizzazione e la domanda di legname per diverse industrie come le centrali a biomasse e i mobilifici low cost.

Ci siamo avventurati tra le montagne della Romania per incontrare uno dei principali attivisti ambientali della regione, Daniel Sardan, il cui nome riecheggia nelle comunità locali e tra coloro che lottano per la conservazione delle foreste.

Un lungo tragitto attraverso tortuose strade di montagna ci porta all’entrata di una foresta secolare a lungo maltratta dalle organizzazioni criminali locali. Qui, per ironia della sorte, hanno costruito un piccolo parco natura per bambini proprio per rinforzare la relazione tra la popolazione e la natura che li circonda. Tra le installazioni in legno dell’area giochi, incontriamo Daniel, il cui sguardo penetrante dice molto della determinazione con cui lotta per difendere la biodiversità delle foreste che chiama casa.

Con lui entriamo nella foresta, dove il sibilo del vento tra i rami accompagna il nostro cammino. Daniel custodisce queste foreste come un padre, e alla loro protezione e conservazione ha dedicato un’intera vita.

Ci fa notare che nell’immaginario collettivo il disboscamento appare lontano da noi, un problema che affligge luoghi lontani dal vecchio continente come l’Amazzonia o l’Indonesia. Invece, specifica, la questione del disboscamento in Europa è altrettanto grave e reale, e le nostre foreste soffrono di un crescente degrado e della perdita di copertura boschiva. Questa mancanza di consapevolezza è pericolosa perché permette alle organizzazioni criminali di lavorare indisturbate. Infatti, come afferma l’Organizzazione delle Nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), tra il 2010 e il 2020 l’Europa ha perso in media 600mila ettari di copertura forestale all’anno. Questo corrisponde a una perdita totale di oltre 6 milioni di ettari di foreste in un decennio.

Mentre ci inoltriamo nel cuore della foresta, il sole che filtra tra gli alberi crea un suggestivo gioco di ombre e riflessi che illuminano il volto di Daniel. La bellezza che ci circonda non basta a colmare il vuoto creato dalla devastazione che ci attende al confine del bosco. Il custode della foresta ci svela una realtà crudele e spietata, e ci racconta di una lotta silenziosa ma feroce per la difesa di questi luoghi sacri.

I suoi racconti dipingono un quadro di devastazione degli ecosistemi, in cui gli interessi economici prevalgono sulla salvaguardia della natura, e dove la corruzione che permea ogni livello della società – dalla politica alle forze dell’ordine – ostacola la missione degli ambientalisti che proteggono le foreste. Il quadro si colora di toni cupi quando Daniel nomina le minacce e le violenze subite da chi osa sfidare il sistema. La vasta estensione delle foreste rumene ha sempre suscitato l’interesse delle organizzazioni criminali che operano nel settore boschivo.

Daniel si muove lesto tra questi alberi che gli sono così familiari, e li mappa per tenere traccia dei cambiamenti del bosco nel tempo. Con lui opera una rete di attivisti che si sono spartiti il territorio per controllarlo con più efficacia. Si muovono armati della convinzione e della determinazione che posseggono solo i giusti.  Sono in tanti, ma non abbastanza per contrastare organizzazioni criminali spietate che qui prosperano.

La voce sicura di Daniel ci rivela che il mercato illegale del legno è basato su un sistema piramidale alla cui base stanno i boscaioli incaricati del taglio degli alberi, seguiti dalle autorità di controllo colluse che chiudono un occhio di fronte alle attività criminali. In cima alla piramide ci sono le grandi corporazioni e i politici corrotti in cerca di facili profitti a discapito dell’ambiente e della collettività.

Secondo Global Forest Watch, tra il 2001 e il 2020 la Romania ha perso più di 600mila ettari di foresta; il ministero dell’Ambiente rumeno aggiunge che negli ultimi quattro anni dello stesso ventennio l’equivalente di 65mila campi da calcio è stato abbattuto illegalmente. Questi numeri rappresentano un’ingente perdita di copertura forestale e un gravissimo impatto sulla biodiversità e sugli ecosistemi locali. Daniel ci ricorda che il 50% del legno rumeno venduto sul mercato europeo è di origine illegale, e causa notevoli danni all’ambiente e all’economia legale del settore forestale.

Le parole dell’attivista delineano la portata della crisi che affligge il Paese e evidenziano l’urgenza di sensibilizzare la popolazione europea sul tema per preservare le risorse forestali e proteggere l’equilibrio ecologico rumeno ed europeo.

Sottolinea poi che il disboscamento non riguarda solo alcune aree del continente, ma è un problema trasversale che colpisce in particolare i Balcani e le regioni orientali. I Paesi più economicamente sviluppati della zona occidentale dell’Europa sono da considerarsi i veri mandanti di questo disboscamento, poiché rappresentano nella stragrande maggioranza dei casi i consumatori finali del legno.

Nel tentativo di arginare il traffico illegale di legna in Romania, le autorità hanno sviluppato un’app per smartphone, “Forest inspector”, oggi utilizzata da forze dell’ordine, attivisti e comuni cittadini per sorvegliare siti di disboscamento e trasporti di legna e determinarne la legittimità. Grazie a questa applicazione, Daniel stesso ha rivestito un ruolo chiave nella denuncia di molti casi di traffico illegale di legname.

Il silenzio che incorniciava i nostri passi nella foresta è stato bruscamente interrotto dai rumori assordanti delle motoseghe e dal tonfo degli alberi abbattuti che si schiantavano a terra. Abbiamo abbandonato il nostro sentiero per seguire quel frastuono, e la scena intravista tra la folta vegetazione ha confermato le nostre peggiori paure. Quei tronchi maestosi e imponenti che un tempo dominavano la foresta giacevano ora a terra spezzati e feriti, salma della bellezza e della vitalità che avevano incarnato per secoli.

Ci appostiamo a qualche chilometro dagli operai per osservare il completamento del taglio e il trasporto della legna. Dopo ore d’attesa, un furgone carico di tronchi lascia il sentiero e noi lo seguiamo con discrezione, cercando di passare inosservati. Con Forest Inspector, Daniel verifica i permessi del taglio e del trasporto. Un veloce tracciamento conferma che l’operazione è illegale. L’attivista di mette subito in moto e contatta la polizia locale, che interviene in pochi minuti bloccando il veicolo per poi sequestrare il mezzo e arrestare l’autista.

In un istante di trionfo, Daniel lascia andare ad un grido gioioso: “ce l’abbiamo fatta!”. I suoi occhi colmi di orgoglio ed eccitazione tradiscono un’ombra di malinconia, segno della consapevolezza profonda che questa conquista rappresenta la vittoria di una piccola battaglia in una enorme guerra. Sa bene che la mafia, astuta e implacabile, serba ancora molte armi nel suo arsenale, ed è pronta a continuare la lotta senza tregua.

Il disboscamento illegale non ha solo un impatto ambientale devastante: il costo umano di questa attività criminale è altrettanto tragico. Sono numerosi i casi di guardie forestali, attivisti ambientali o comuni cittadini minacciati, pestati o addirittura uccisi mentre cercavano di proteggere le foreste e contrastare il disboscamento illegale.

Emblematica è la storia di Matei Mihaly, un coraggioso settantenne rumeno che ha intrapreso una battaglia quasi in solitaria contro la mafia. Ha l’espressione dura e lo sguardo aggressivo di chi nella vita ha dovuto combattere tanto. Vive a Borșa, tra le montagne di Maramureș.

La bellezza di queste valli ricorda le immagini delle pubblicità del noto brand di merendine; colline verdi, mucche libere al pascolo, ruscelli dall’acqua cristallina e un vecchio mulino che gira instancabilmente da sempre. Ma questi panorami bucolici nascondono una cruda realtà: quest’area è la più disboscata d’Europa e proprio qui opera la mafia del legno più violenta, che concorre per profitti miliardari.

Arriviamo in macchina davanti alla sua abitazione e lui è già lì ad accoglierci, sull’attenti. Neanche il tempo di presentarci che Matei già ci sta raccontando con trasporto della sua battaglia contro la mafia. I criminali hanno tentato di fermarlo in tutti i modi, arrivando a piazzare della dinamite intorno alla sua casa. Matei, per fortuna, si è accorto del pericolo appena in tempo e ha evitato una tragedia. In un’altra occasione, mentre si inerpicava su per la montagna per raggiungere alcune foreste che riteneva in pericolo, degli scagnozzi mafiosi hanno aperto il fuoco contro di lui con una mitragliatrice. Matei l’ha scampata per un soffio. Nessuno di questi agguati è stato sufficiente a spegnere il suo desiderio di giustizia.

“La Romania è un cadavere su cui la mafia banchetta”, sentenzia Matei con voce vibrante. Dalle sue parole traspare una profonda delusione nel vedere come la corruzione ha consumato le istituzioni e i meccanismi di tutela ambientale del suo Paese. Allo stesso tempo i suoi discorsi sono carichi di grinta e chiamano ad una mobilitazione collettiva per porre fine all’illegalità.

Alle prime luci dell’alba, nel silenzio dell’aria fresca che si fa strada tra la nebbia, scorgiamo il sentiero che si snoda verso la cima della montagna di Dobreneaugu. È su quel sentiero che incontriamo Ionut Cretu, un guardiaparco rumeno.  La sua lotta alla criminalità si consuma all’interno delle istituzioni, dove spesso le autorità responsabili del controllo del disboscamento sono colluse con i delinquenti. Ionut lavora instancabilmente per la fondazione Carpathia, un’organizzazione impegnata nella lotta contro la mafia del legno che si focalizza sul rimboschimento delle foreste rase al suolo dai criminali.  Ad oggi Carpathia ha piantato oltre un milione di alberi nel tentativo di ripristinare l’ecosistema distrutto e salvaguardare la biodiversità dei Carpazi.

Ionut ci accoglie con uno sguardo dolce, timido e colmo di rispetto. Nell’ascesa alla vetta, non smette di raccontarci quanto siano meravigliose queste montagne, quanto speciali gli animali che le popolano. Ripete con insistenza che la natura è sua amica, e noi non possiamo che credere ad ogni sua parola. Sappiamo però che esistono individui senza scrupoli per i quali il suo amore per la natura rappresenta una minaccia. Quando raggiungiamo la vetta è ormai pieno giorno, e la nebbia è svanita. Non c’è alcuna ombra sotto cui ripararsi per parlare perché non c’è più nessun albero. Contempliamo quella piccola catena montuosa e quella valle che un tempo devono essere sembrate la versione rumena del paradiso, dove oggi invece vediamo solo terra e radici dissestate.

Davanti a questa natura straziata, Ionut ci racconta dell’aggressione subita l’anno scorso. Mentre si trovava nella sua auto di servizio, il guardiaparco è stato fermato e brutalmente picchiato da un gruppo di sicari mafiosi. In quel momento ha pensato che non sarebbe più tornato a casa, che non avrebbe più abbracciato la sua famiglia. Mentre racconta il suo volto è agitato, fatica a trovare le parole e il suo sguardo si perde nei flashback di quei momenti terribili. Nonostante l’angoscia, Ionut conferma con determinazione la sua intenzione a proseguire il suo lavoro. Perfino mentre racconta delle botte prese continua a ripetere che la natura è sua amica. È questo amore, questa convinzione che lo spinge a non arrendersi nella sua missione.

Questi coraggiosi individui dedicano la loro vita alla difesa dell’ambiente. Affrontano minacce costanti, e spesso pagano un alto prezzo per perseguire i loro obiettivi. Il più alto l’ha pagato Liviu Pop, un giovane guardiaparco rumeno brutalmente assassinato nel 2019 mentre svolgeva il suo lavoro di tutela delle foreste.

MOLDAVIA

A destare preoccupazione non sono solo le sorti della Romania. Negli ultimi cinque anni la Moldavia ha registrato un notevole incremento di disboscamento illegale, fenomeno sconosciuto in quest’area fino a qualche anno fa.

La perdita del patrimonio boschivo nel Paese di Stefano il Grande è dovuta a diverse cause, incluse la ricerca di risorse naturali e l’espansione delle attività agricole. Negli ultimi due anni la richiesta di legname destinato al riscaldamento delle abitazioni è cresciuta notevolmente a causa dell’aumento del prezzo del gas prodotto dal conflitto in Ucraina. Questo ha avuto un forte impatto negativo sulla biodiversità locale, sulle risorse idriche e sull’equilibrio ecologico delle aree forestali.

Nicolau, nome di fantasia di un operatore ambientale moldavo, ci ha dato appuntamento al tramonto in un bosco nel nord del Paese. Ha paura che le persone sbagliate vengano a sapere che ha incontrato dei giornalisti, e per questo preferisce rimanere anonimo. Nicolau è un ragazzo deciso, crede veramente in un futuro migliore per il suo Paese e il suo territorio. Nella ricerca di alleati per la sua causa, è mosso da quell’impeto giovanile di cambiamento.

L’incontro con Nicolau ci ha aperto gli occhi sulla situazione in Moldavia, che segue la stessa triste traiettoria della vicina Romania. La strutturazione del sistema è ancora in una fase iniziale, quindi forse c’è ancora tempo per fermare il processo, ma per farlo è necessaria la collaborazione di tutti. Il contesto è teso, e Nicolau stesso ha paura poiché sa che chi si mostra attivo viene minacciato, e chi non si sottomette viene aggredito – o, in casi estremi, ucciso. Per questo il giovane ambientalista vive nell’ombra, e teme per la propria incolumità.

A differenza del contesto rumeno, in Moldavia si adotta una tecnica semi-istituzionale per il disboscamento illegale. Lo Stato infatti rilascia concessioni di abbattimento che permettono alle aziende di tagliare alberi considerati pericolanti per preservare l’incolumità delle persone. Nei fatti questa pratica viene adoperata per abbattere vaste aree forestali con il pretesto della sicurezza pubblica.

ITALIA

Tra le maestose vette delle Alpi abbiamo ascoltato le parole di Michele Chiocchetti, custode forestale delle meraviglie del Trentino. Con voce sommessa e sguardo profondo, Michele ci ha illustrato l’intima connessione che lega il disboscamento, i cambiamenti climatici e le furiose tempeste di cui siamo impotenti testimoni da diversi anni.

I cambiamenti climatici sono la conseguenza di quelle attività umane – ci spiega Michele – che hanno alterato l’equilibrio naturale del nostro ambiente. L’aumento delle emissioni di gas serra ha causato il riscaldamento globale, che a sua volta ha influenzato i modelli atmosferici. Il riscaldamento globale aumenta l’evaporazione dell’acqua dai mari e dagli oceani, alimentando l’umidità nell’atmosfera. Questo aumento di umidità fornisce l’energia necessaria per la formazione di tempeste più intense e cariche di pioggia. Inoltre, i cambiamenti climatici influenzano la distribuzione geografica delle tempeste. Regioni che un tempo erano relativamente al sicuro da tempeste violente potrebbero ora trovarsi più esposte: le alterazioni dei modelli del vento e delle correnti atmosferiche possono spostare le tempeste in luoghi inaspettati, causando danni e incidenti ai quali la popolazione è impreparata.

Michele, autenticamente innamorato di questi paesaggi, ripercorre con noi i giorni della tempesta Vaia che, con un roboante fragore, ha scosso le valli del Nordest nell’autunno del 2018. La tempesta, una ballata selvaggia di venti impetuosi e piogge torrenziali, ha sconvolto in pochi giorni paesaggi idilliaci che da quegli alberi erano tinti e animati. La tempesta ha colpito duramente diverse regioni italiane, inclusi Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli, per poi spostarsi in Slovenia e Austria. La sua furia ha distrutto intere foreste e provocato ingenti danni economici oltre che perdite umane. È stata caratterizzata da venti estremamente violenti con picchi superiori ai 200 chilometri orari che hanno provocato la caduta di oltre 42 milioni di alberi in una sola notte. Un esempio drammatico degli effetti devastanti del disboscamento e dei cambiamenti climatici.

Mentre camminiamo nel cimitero di alberi caduti e arbusti spezzati, il forestale spiega con rammarico che “tutte le nostre azioni hanno delle conseguenze” e che la distruzione di una foresta, pure in un luogo lontano “può scatenare reazioni inimmaginabili qui da noi in Trentino”.

Il pesante silenzio di quella schiera di alberi abbattuti viene interrotto solo dallo scricchiolio dei rami spezzati e dal lamento del vento che soffia tra i tronchi mutilati. È come se la natura stessa piangesse la perdita di quella meraviglia che un tempo è stata. Quel che rimane di queste valli rappresenta l’effetto di un’irresponsabilità senza limiti.

Dopo la tempesta, l’imponente sforzo di recupero che si è attivato ha fatto intravedere una luce di speranza tra le macerie. Secondo l’Agenzia delle entrate forestali del Trentino, Vaia ha avuto conseguenze drammatiche, con danni economici stimati per oltre 1,4 miliardi di euro. Tuttavia, di fronte a questa catastrofe senza precedenti, la resilienza e la determinazione di persone come Michele e della comunità locale hanno prodotto risultati straordinari nel processo di recupero. Secondo dati recenti, la Provincia autonoma di Trento ha reimpiantato oltre 8 milioni di piante, incluse specie autoctone come abeti, larici e pini, che rappresentano il 30% della superficie colpita.

Oltre alla rigenerazione fisica delle foreste, Michele ci dice che queste iniziative hanno prodotto importanti risultati ambientali. La presenza delle nuove piante ha contribuito a ridurre l’erosione del suolo e a migliorare la qualità dell’aria, con una diminuzione stimata del 15% delle emissioni di anidride carbonica nell’area interessata.

Michele, con gli occhi lucidi e commossi, alza lo sguardo verso i cieli una volta punteggiati dalle maestose chiome dei suoi amati alberi. “Nonostante i grandi progressi compiuti, l’ampiezza dell’area colpita dalla tempesta Vaia richiederà decenni per un recupero completo” ci dice con voce rauca. Le dimensioni gigantesche dell’area devastata rappresentano una sfida senza precedenti, che richiederà una collaborazione ancora più ampia e sforzi congiunti tra autorità e popolazione. Questa tempesta è stata un monito, e ha richiamato tutti all’azione per affrontare la crisi climatica globale, e proteggere i nostri preziosi ecosistemi.

Tra le macerie di questo paradiso perduto Giuseppe Florian, un anziano custode forestale in pensione, cerca di trovare le parole per raccontarci il suo viscerale attaccamento a queste montagne. Le ha protette con passione per una vita intera. Pino, così lo chiamano i forestali, con gli alberi ci parlava tutti i giorni. Ad ogni pianta aveva anche dato un nome affettuoso. Quegli stessi arbusti ora giacciono spezzati a terra e privi di vita. Le lacrime si confondono con la pioggia che ci cade addosso dolcemente.

TRASPARENZA

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dei lettori. Qui di seguito tutte le ricevute delle spese sostenute dal reporter