Dentro Gaia Blu, l’avamposto italiano che ascolta il mare

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A bordo di una nave oceanografica, il mare non è mai soltanto paesaggio. È superficie, fondale, colonna d’acqua, archivio, frontiera. È ciò che si vede dal ponte e ciò che rimane invisibile: correnti, sedimenti, salinità, ossigeno, temperatura, carbonio, relitti, munizioni, microtracce di eventi accaduti decenni prima. È una massa viva e insieme un deposito di memoria, capace di registrare ciò che gli uomini fanno sulla terraferma, nei porti, nelle fabbriche, nei campi, in città, ovunque insomma si produca un impiatto ambientale.

La nave da ricerca Gaia Blu, piattaforma oceanografica del Consiglio Nazionale delle Ricerche, serve a questo: portare uomini, donne, strumenti e domande scientifiche là dove il dato nasce davvero, lontano dai laboratori e dalla velocità delle dichiarazioni pubbliche. Gaia Blu è impegnata in studi geologici, oceanografici, biologici e atmosferici nel Mediterraneo, negli oceani e nelle aree polari. Ma una definizione istituzionale non basta a raccontare che cosa accade a bordo.  

Perché Gaia Blu non è soltanto una nave. È un avamposto.

È una piattaforma scientifica, una base mobile, una piccola città tecnica dove ogni gesto ha una procedura, ogni strumento una fragilità, ogni dato una storia. Sui monitor scorrono parametri, nella control room si controllano sonde, verricelli e telecamere, sul ponte si lavora con caschi, giubbotti, ruoli assegnati e riunioni operative. Prima delle attività nelle zone di lavoro si fa un incontro di sicurezza, si definiscono mansioni e responsabilità, si firma, si decide chi sarà operativo e come.

La scienza, vista da qui, non assomiglia a un’intuizione solitaria. Assomiglia a una coreografia esatta, esposta al vento, alla fatica, alla possibilità che qualcosa non funzioni.  

La campagna oceanografica nel Sud Adriatico si inserisce in questa logica. Non è un’uscita in mare per “vedere che cosa si trova”, ma un tassello di osservazione di lungo periodo. Il sito osservativo fa parte di EMSO-ERIC, l’infrastruttura europea dedicata all’osservazione multidisciplinare del fondo marino e della colonna d’acqua. A bordo della nave, ricercatori e ricercatrici del CNR e dell’ OGS (Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale). Nelle parole raccolte durante la missione, il punto è chiaro: non si tratta di una singola stazione, ma di una Regional Facility, cioè di un sistema che osserva un’area complessa da più punti di vista, con protocolli comuni, dati standardizzati, serie temporali e finalità pubbliche.  

Il Sud Adriatico non è un luogo qualsiasi. È uno dei punti in cui si comprendono processi decisivi per il Mediterraneo: la formazione di acque dense, la circolazione delle masse d’acqua, l’interazione tra atmosfera e mare, il trasporto di calore, sale, ossigeno, carbonio. L’OGS descrive la Regional Facility del Sud Adriatico come un laboratorio interdisciplinare per studiare i cambiamenti di lungo periodo del mare Adriatico in risposta alle forzanti climatiche locali; EMSO indica inoltre il Sud Adriatico come una struttura regionale articolata in più siti osservativi, tra cui l’osservatorio della Fossa Sud Adriatica e un sito di piattaforma-scarpata.  

Questa è la dimensione scientifica. Poi ce n’è un’altra, meno evidente ma forse altrettanto importante: la dimensione politica.

Misurare il mare significa produrre conoscenza su una delle infrastrutture fondamentali del pianeta. Il mare regola il clima, trasporta energia, assorbe carbonio, sostiene economie, pesca, rotte commerciali, cavi, piattaforme, confini, sicurezza alimentare, equilibrio ambientale. Chi conosce il mare non possiede solo un sapere scientifico: possiede una parte della capacità di comprendere l’evoluzione, immaginare un possibile scenario futuro. Per questo le infrastrutture di osservazione marina non sono soltanto laboratori. Sono strumenti di conoscenza.

È un punto che Stefano Miserocchi, primo ricercatore dell’Istituto di Scienze Polari del CNR e capo missione della campagna, chiarisce bene. La campagna EMSO Sud Adriatico 2026 serve alla manutenzione del sito osservativo della Regional Facility Sud Adriatico, parte di un’infrastruttura europea che studia nel tempo il fondo del mare e la colonna d’acqua. Non una singola stazione, dunque, ma un sistema di osservazione distribuito, costruito per seguire processi che nessuna uscita occasionale potrebbe spiegare. 

Nel racconto di Miserocchi, il Sud Adriatico diventa subito un luogo strategico. Qui la circolazione delle masse d’acqua dell’Adriatico si lega a quella del Mediterraneo; qui entrano acque levantine più calde e salate; qui, in determinate condizioni, si generano acque dense che possono sprofondare e contribuire alla ventilazione delle acque profonde. Servono freddo, vento, bora, basse portate fluviali, soprattutto del Po: una combinazione fragile di atmosfera, fiumi, sale, temperatura e profondità. Quando l’acqua densa si forma e scende verso il fondo, porta con sé ossigeno, nutrienti, energia fisica. Alimenta processi biologici e sedimentari, contribuisce alla vita degli ecosistemi profondi, modella il fondale.  

Per questo i siti osservativi del Sud Adriatico non sono semplicemente coordinate su una carta. Sono punti in cui si misura il passaggio delle masse d’acqua, l’aumento della corrente, l’abbassamento della temperatura, la quantità di particelle che cadono lungo la colonna d’acqua. Sono luoghi in cui il cambiamento climatico smette di essere una formula generale e diventa una sequenza di misure: temperatura, salinità, corrente, ossigeno, sedimento sospeso. La grande questione globale passa da lì, da strumenti lasciati nel buio, lungo una colonna d’acqua profonda centinaia o migliaia di metri. Il CNR, nelle proprie pagine sulle infrastrutture del Sud Adriatico, descrive questi sistemi osservativi come strumenti pensati proprio per monitorare l’arrivo stagionale dell’acqua densa proveniente dall’Adriatico settentrionale e la sua variabilità interannuale e di lungo periodo sotto l’effetto dei cambiamenti climatici.  


Miserocchi insiste su un altro punto fondamentale: i dati devono essere di alta qualità, omogenei, accessibili, utili alla ricerca, all’università, ai decisori pubblici, alla gestione della cosiddetta blue economy, ai cittadini e ai settori privati interessati. L’osservazione del mare non serve solo a pubblicare articoli scientifici. Serve a costruire le basi su cui potranno essere prese decisioni su clima, pesca, infrastrutture, rischi, coste, ecosistemi, adattamento.  

Tutto questo comunque,  comincia da operazioni molto concrete.

Paolo Mansutti, tecnico dell’OGS, lavora dal 2000 con strumentazione, posa e recupero di strumenti, mooring e boe superficiali. Quando spiega il proprio lavoro, non parte da grandi parole. Parte dagli oggetti. Gli strumenti misurano temperatura, salinità, ossigeno, pH, correnti. Alcuni vengono usati per una misura diretta. Altri restano in mare mesi o anni, ancorati al fondo. I mooring sono catene di strumenti lasciate in una posizione precisa: una specie di semina tecnologica nel mare. Si preparano, si affidano alla profondità, si torna dopo sei mesi, un anno, a vedere che cosa hanno registrato. Se va bene. Perché a volte gli strumenti non ci sono più, portati via, danneggiati, perduti, intercettati dai pescherecci o da altre navi o dal mare stesso.  

Mansutti racconta la scienza come lavoro di mani, manutenzione, pazienza. Il suo compito è preparare gli strumenti, metterli in condizione di acquisire dati, recuperarli, scaricare il contenuto e consegnarlo ai ricercatori. È un passaggio essenziale e spesso invisibile. Senza il dato non c’è modello, non c’è pubblicazione, non c’è scenario climatico, non c’è racconto del mare.

La scienza del mare funziona così: un’idea diventa strumento, lo strumento diventa operazione, l’operazione diventa dato. Prima dell’interpretazione, c’è qualcuno che ha progettato, costruito, verificato, tarato, protetto dalla corrosione e dall’urto, messo alla prova del sale, della pressione, del buio, del tempo. Qualcuno che ha tradotto una domanda scientifica in un oggetto capace di resistere là dove l’uomo non può restare.

Vanessa Cardin, ricercatrice dell’OGS e oceanografa fisica, dice di aver voluto fare l’oceanografa da sempre. A quindici anni viveva in Ecuador e osservava una spiaggia che cambiava conformazione: rocce e sabbia si alternavano nel corso delle Stagioni, rendendo quel luogo diverso. La domanda era la più semplice: perché? Da lì nasce la curiosità per il trasporto dei sedimenti, per i processi fisici, per la matematica del mare.  

Nel suo racconto, il mare è potenza naturale e oggetto di studio. È attrazione e rispetto. Vanessa ha quarant’anni di campagne oceanografiche alle spalle. Ricorda la prima nel Pacifico, le onde lunghe diverse da quelle del Mediterraneo, il disagio iniziale. Ma soprattutto ricorda l’Antartide: la partenza dall’Ecuador, la navigazione, il passaggio del Canale di Drake con onde oltre i dieci metri, e poi l’apparizione degli iceberg. Con i rullini fotografici di allora, racconta, finirono per scattare decine di immagini allo stesso iceberg, come se davanti a quella massa bianca il gesto stesso di fotografare non bastasse, come se, attraverso lo sguardo prima e la macchina fotografica poi, si volesse catturare un po’ di quella magnificienza.  

In questi racconti personali, profondamente umani, c’è l’anima profonda della ricerca. C’è il modo in cui una vita entra in una professione e vicerversa. Il mare non è mai soltanto un campo di ricerca. È anche un luogo biografico.

Per Serena Lagorio, assegnista di ricerca all’OGS, biologa marina, oceanografa e con un dottorato in glaciologia, il mare è in qualche modo una missione. Da bambina faceva snorkeling con il padre in Sicilia e diceva di voler studiare il mare: una strada segnata, un’idea fissa. Un’amica le spiegò che esisteva il mestiere del biologo marino. Lei, racconta, ha capito che strada voleva intraprendere e non ha mai cambiato idea.  

Il suo rapporto con il mare è intimo, quasi cosmologico. Lo definisce completezza, connessione, mutamento continuo. Racconta che nei momenti più complessi della sua vita, sente il bisogno di andare al mare. Non come fuga, ma come riconnessione. Il mare le restituisce sempre una misura più ampia: è accaduto ciò di cui avevi paura, fa male, ma sei ancora qui, e ciò che ti circonda è ancora qui.  

È un passaggio delicato, ma importante. Perché dentro la vitas di chi fa ricerca marina c’è anche questo: non solo la passione per un tema, ma una forma di orientamento esistenziale. Chi lavora con il mare impara che ogni cosa muta, ma non tutto scompare nello stesso modo. Le correnti cambiano, gli organismi migrano, i ghiacci si sciolgono, i sedimenti si accumulano, ma il mare conserva tracce. Il mare in qualche modo, “registra”.

È qui che il racconto di Leonardo Langone, ricercatore dell’Istituto di Scienze Polari del CNR, diventa decisivo. Langone studia la velocità dei processi in ambiente acquatico: sedimentazione, accumulo, flussi, trappole di sedimentazione, radionuclidi, interfaccia acqua-sedimento. In termini più semplici: studia come il tempo si deposita nel mare.  

I sedimenti, spiega, contengono informazioni. Possono raccontare la storia dell’accumulo di inquinanti, l’aumento dell’impatto antropico dall’inizio della rivoluzione industriale, gli effetti di incidenti, sversamenti, guerre, attività minerarie, disastri. 

Ma per leggere quella storia non basta misurare una concentrazione. Bisogna sapere a che velocità il sedimento si è accumulato. Bisogna costruire una cronologia.  

Il mare diventa così un archivio. Non un archivio metaforico, ma fisico. Chernobyl, per esempio, ha lasciato radionuclidi che possono diventare marcatori temporali. Il cesio 137, con il suo tempo di dimezzamento lungo, può restare leggibile nei sedimenti per decenni. Una catastrofe, dal punto di vista umano e ambientale, diventa anche un segnale cronologico. Non qualcosa di positivo, naturalmente, ma un livello, una traccia, un punto nella scala del tempo.  

Langone racconta anche un altro lato dell’Adriatico: quello delle munizioni scaricate in mare, dei bidoni, dei relitti, delle sostanze pericolose, delle aree interdette. Nel dopoguerra e in altri momenti storici il mare è stato usato come luogo di rimozione, come se ciò che veniva gettato lontano dalla vista smettesse di esistere. 

Non è possibile bonificare ogni fondale, ma il mare non cancella. Sposta, conserva, rilascia, ridistribuisce. I pescatori possono intercettare ordigni o materiali pericolosi, riportarli in superficie, ributtarli altrove, allargando inconsapevolmente le aree contaminate. 

Sulle carte nautiche ufficiali, i punti in cui sono presenti rifiuti bellici come mine, ordigni inesplosi o relitti affondati nonchè aree di “scarico” di materiale bellico del passato vengono rigorosamente segnalati. Alcune aree, quelle più pericolose, sono circoscritte e definite come zone di mare vietate all’ancoraggio, alla pesca e all’immersione ma non tutto è conosciuto e mappato e soprattutto, dati i conflitti attualmente in atto, sappiamo che il problema si estenderà.

Il mare dunque, è anche il luogo in cui finiscono le guerre. Non solo con le flotte, le rotte, i confini, le esercitazioni militari. Ma con i detriti, i metalli, le macerie, i residui chimici, le sostanze che dai fiumi arrivano al largo. Quando le città vengono bombardate, ciò che resta non resta soltanto sulla terra. Prima o poi entra nei bacini idrografici, scende verso il mare, si deposita, entra in circolazione. Langone è prudente quando parla di scenari contemporanei: non indulge in affermazioni facili. Ma proprio questa prudenza è importante. La scienza non serve a trasformare ogni tragedia in slogan. Serve a capire dove andranno le tracce materiali della storia.  

La stessa prudenza ritorna quando Langone parla della comunicazione scientifica. Dice di aver vissuto il passaggio da un’epoca in cui la scienza arrivava raramente sui media a una in cui ricercatori e istituzioni sentono sempre più il bisogno di comunicare. Ma mette in guardia dalla spettacolarizzazione. Una campagna oceanografica non produce necessariamente “la scoperta” nel momento stesso in cui rientra in porto. Spesso i campioni devono essere analizzati in laboratorio, sezionati, confrontati, interpretati. Il dato ha bisogno di tempo. L’intuizione del ricercatore esperto può guidare un campionamento migliore, ma il lavoro vero si chiude dopo, a casa, nei laboratori, nell’elaborazione paziente.  

È un messaggio controcorrente in un’epoca che chiede risposte rapide a fenomeni complessi. Lo ribadisce più volte anche Francesco Paladini de Mendoza, tecnologo oceanografo per l’Istituto di Scienze Polari del CNR. 

É lui a sostenere con forza che in un mondo che va sempre più veloce, la scienza ha bisogno di tempo e non lascia spazio all’improvvisazione. Il cambiamento climatico, la trasformazione degli oceani, l’inquinamento, la perdita di biodiversità, il rapporto tra mare e atmosfera non sono temi da semplificare fino a renderli consumabili. La semplificazione può essere necessaria per comunicare; la riduzione, invece, diventa pericolosa. Soprattutto quando dai dati dipendono decisioni pubbliche.

Alessio Nogarotto, ricercatore e collaboratore tecnico al CNR, arriva a questa campagna da un’altra traiettoria. Ha studiato geologia, paleoclima, clima del passato. Il geologo, dice, è abituato a guardare indietro: centinaia, migliaia di anni, archivi naturali, carote, sedimenti. Negli ultimi anni, lavorando con colleghi più esperti, si è avvicinato al monitoraggio del clima presente attraverso i siti osservativi. È alla sua terza campagna sul sito del Sud Adriatico e racconta di essere ancora in una fase di apprendimento.  

La sua figura è interessante perché tiene insieme due tempi: il passato ricostruito e il presente misurato. La crisi climatica obbliga anche a questo: collegare ciò che sappiamo delle trasformazioni antiche con ciò che stiamo osservando adesso. Non basta sapere che il clima è sempre cambiato. Bisogna capire come, quanto, con quali velocità, sotto quali pressioni, con quali anomalie rispetto ai ritmi precedenti.

A bordo di Gaia Blu, però, non ci sono solo oceanografi, geologi, biologi, tecnici di strumenti. C’è anche chi si occupa della protezione digitale della nave. Luca Ianniello e Rocco de Marco, informatici e collaboratori tecnici del CNR, lavorano sulle reti e sulla cybersecurity. Sono saliti a bordo per installare e configurare un sistema di protezione delle connessioni esterne verso l’infrastruttura dati della nave: in sostanza, un firewall. Oltre a questo, si occupano di monitorare i dati che i sofisticati sistemi di bordo trasmettono mentre i ricercatori e i tecnici operano sugli strumenti da recuperare in mare: dai computer di bordo, controllano la profondità a cui viene calato uno strumento, cosa incontra lungo la colonna d’acqua, a quali coordinate. Tutto questo viene seguito passo passo nella “control room”.

È un dettaglio che apre un altro fronte. Una nave da ricerca contemporanea è anche una macchina informatica. Produce dati, li trasmette, li conserva, dialoga con sistemi esterni, può essere esposta ad accessi non autorizzati. La protezione non riguarda soltanto la privacy o l’efficienza. In casi estremi, spiega Ianniello, riguarda anche la possibilità che qualcuno interferisca con la strumentazione di bordo o con le infrastrutture della nave.  

La geopolitica del mare, allora, non passa solo dalle portaerei o dai gasdotti. Passa anche dai dati scientifici, dalle reti, dagli strumenti di bordo, dalle infrastrutture distribuite, dai portali open access, dalla capacità di controllare e proteggere ciò che si misura. In un mondo in cui il clima diventa terreno di conflitto economico e politico, la conoscenza dell’oceano è una risorsa strategica.

Anche Ianniello racconta il CNR da un punto di vista molto concreto. Dice che nel pubblico gli stipendi sono più bassi del privato, ma che al CNR ha trovato un ambiente in cui la passione e la multidisciplinarità contano. Gli piace dire che al CNR “ne sanno una più del Google”: ricercatori e ricercatrici capaci di rispondere su questioni impensabili, competenze altissime in campi diversissimi. Ma racconta anche il lato duro del precariato: contratti brevi, interruzioni, ansia, continuità di lavoro non sempre riconosciuta.  

Dentro questa campagna c’è dunque anche una storia della ricerca pubblica italiana: eccellenza scientifica, dedizione, fragilità contrattuali, infrastrutture costose, competenze tecniche preziose, collaborazioni tra enti. CNR e OGS lavorano insieme in un sistema più ampio, europeo, in cui l’osservazione del mare deve essere stabile, comparabile, aperta. Ma per ottenere questi risultati, occorre anche garantire stabilità ai lavoratori che quel risultato lo rendono possibile.

Forse è questa la lezione più concreta di Gaia Blu. Il mare, da solo, non parla. O meglio: parla in una lingua che deve essere tradotta. Servono sensori, navi, laboratori, modelli, tecnici, ricercatori, informatici, marinai, protocolli, fondi, tempo. Servono persone disposte a vivere per giorni o settimane in uno spazio ristretto, a lavorare quando il meteo lo consente, a rinunciare alla retorica dell’immediatezza, capaci di adattarsi a ogni imprevisto.

Alla fine, ciò che si raccoglie non è solo una quantità di dati. È una forma di attenzione.

Attenzione al “pelo dell’acqua”, dove un fotometro può misurare la temperatura della pellicola superficiale, decisiva per comprendere gli scambi di calore tra mare e atmosfera. Attenzione alla colonna d’acqua, dove salinità, ossigeno e correnti raccontano trasformazioni lente. Attenzione al fondo, dove i sedimenti conservano la storia di ciò che è accaduto sopra. Attenzione alle persone, perché dietro ogni strumento c’è qualcuno che lo ha immaginato, progettato, difeso dall’ambiente, affidato al mare e poi interrogato al suo ritorno.  

In un tempo che consuma rapidamente anche le emergenze, il mare obbliga a un’altra scala. Non quella della notizia, ma quella della serie storica. Non quella dell’impressione, ma quella della misura. Non quella della frase definitiva, ma quella dell’osservazione ripetuta.

Gaia Blu naviga dentro questa contraddizione: deve produrre dati per un mondo che cambia in fretta, ma può farlo solo con la lentezza disciplinata della scienza. È una nave, certo. Ma è anche un presidio: contro l’ignoranza, contro la perdita di memoria ambientale, contro l’illusione che ciò che resta lontano dalla vista smetta di riguardarci.

Il mare conserva, il mare comunica. La domanda è se saremo ancora capaci di ascoltarlo.


SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI