Con l'oceano alle porte
Testo e fotografie di Fabio Ferrari

Con l’oceano alle porte

La sua flotta di piroghe e gli edifici coloniali color pastello del centro storico, le hanno fatto guadagnare il soprannome di “Venezia d’Africa”, ma l’antica capitale senegalese e il capoluogo veneto non sono accumunate unicamente da un certo richiamo estetico. Nel 2008 il Rapporto habitat delle Nazioni Unite la indica come “la città più minacciata dall’innalzamento del livello dei mari dell’intera Africa”.

Fondata nel 1659, grazie alla sua posizione strategica sulla foce del fiume Senegal, Saint-Louis diventa un importante snodo commerciale e prima capitale delle colonie francesi dell’Africa Occidentale. La sua isola, classificata patrimonio mondiale dell’Unesco dal 2000, è protetta dall’imperversare delle onde dell’Atlantico da una lunga striscia di sabbia denominata “Langue de Barbarie“. Con una popolazione di 80mila, risulta la zona più densamente popolata dell’intero continente. Secondo la Banca mondiale, nell’ultimo periodo a causa dell’erosione costiera sono andati persi all’incirca cinque metri di costa ogni anno. Due forti mareggiate, nel 2017 e nel 2018, hanno spazzato via, oltre ad alcune abitazioni, la scuola e la moschea del quartiere di Guet Ndar.

Astou Fall era nel suo letto quando la prima onda ha lambito la sua porta: “Eravamo abituati ad addormentarci con il suono delle onde in sottofondo, ma quella volta il fragore si era fatto più intenso. Ci siamo svegliati ritrovandoci con i piedi nell’acqua”, ricorda la donna oggi 73enne. In quella notte del marzo 2017 la sua vita cambierà per sempre. Fuggita frettolosamente con i propri familiari pensava che il giorno seguente sarebbe potuta tornare nella sua casa, ma si sbagliava. Il mare s’era preso tutto. Come lei, altre 3200 persone sono ora rifugiati climatici e vivono nei campi di Khar Yalla e Djougop a una decina di chilometri nell’entroterra. Ad esse si sommeranno le famiglie che vivono nella banda di venti metri, considerata ad “alto rischio inondazioni” e che verranno trasferite nei 500 alloggi in costruzione accanto al campo di Djougop, per un totale di circa 10mila persone sfollate.

Ad aggravare la situazione in alcuni casi ci si è messa anche la gestione avventata delle emergenze, come nel caso del villaggio di Dune Baba Dieye. Nell’ottobre del 2003 il bacino del fiume Senegal viene colpito da piogge insolitamente abbondanti e le autorità, allarmate dalle diffuse inondazioni, decidono di scavare un canale largo quattro metri attraverso la “Langue de Barbarie” per consentire all’acqua in eccesso di defluire più velocemente nell’oceano. 

Immediatamente però il mare inizia a farsi largo e a riversarsi nel fiume, allargando il nuovo varco che oggi misura più di quattro chilometri. L’antica comunità di pescatori si trovava ora di fronte a quella che era la nuova foce del fiume. Il suo capo villaggio Ameth Sene Diagne racconta di essere stato l’ultimo ad andarsene e di come abbia cercato di resistere fino all’ultimo prima di arrendersi quando il mare ha inghiottito il suo villaggio nel 2012.

Le comunità locali, basate sulla pesca per secoli, faticano oggi a sopravvivere. Non solo le loro case e infrastrutture si stanno sgretolando con l’avanzare delle onde, la pesca intensiva praticata dai pescherecci stranieri, oltre ai cambi nelle correnti e temperature marittime, stanno avendo un forte impatto sulla disponibilità di risorse ittiche. Migliaia di giovani, non vedendo alternative, decidono di emigrare verso l’Europa spesso utilizzando le loro stesse piroghe attraverso la cosiddetta “Rotta dell’Africa occidentale”. Un viaggio spesso fatale di oltre una settimana per raggiungere le coste delle isole Canarie distanti 1350 chilometri. Promessa da Emmanuel Macron dopo una sua visita nel febbraio 2018 e finanziata dall’ Agenzia francese dello sviluppo (Afd), è attualmente in costruzione una barriera protettiva lungo la costa di Saint-Louis. 

Testo e fotografie di Fabio Ferrari