Da Zenica (Bosnia)

In Europa esiste un piccolo deserto che pochissimi conoscono. Le sue dune color ocra non sono di sabbia ma montagne di rifiuti. Sette ettari di spazzatura nel cuore dei Balcani, in una delle città più inquinate del continente.

126 anni di acciaio

La “Raca” è stata per decenni la pattumiera dell’enorme acciaieria che domina Zenica, 100mila anime a un’ora di auto da Sarajevo. Dalle colline che dominano la città si nota la selva di ciminiere che giorno e notte vomitano nell’aria fumi di ogni colore.
Zenica è legata all’acciaio sin dal 1892, quando la prima fabbrica aprì i battenti, ai tempi dell’imperatore Francesco Giuseppe. Gli impianti siderurgici attraversarono più o meno indenni le turbolente vicende dei Balcani del primo Novecento e fiorirono sotto il regime comunista. A fine anni Ottanta l’acciaieria contava oltre 20mila operai e rappresentava il motore economico dell’intera regione. Nel giorno di paga dei dipendenti i prezzi dei generi alimentari al mercato subivano regolarmente un’impennata.

Quindi venne la guerra e l’acciaieria dovette sospendere la produzione. Nel 1999 lo Stato bosniaco, economicamente stremato dal conflitto, accettò di privatizzare la fabbrica, cedendola a fondi stranieri. Ora i prezzi del mercato sono alimentati dalle pensioni degli ex operai, non più dagli stipendi. I lavoratori della fabbrica sono un decimo di quelli che erano trent’anni fa. Attualmente la fabbrica appartiene ad ArcelorMittal, nuovo acquirente dell’italiana Ilva.

I miserabili dell’acciaio

La miseria ha spinto molti a procacciarsi da vivere con ogni mezzo. Fra i più disperati ci sono i “raccoglitori di ferro”: uomini che ogni giorno alle uscite dell’acciaieria attendono i camion diretti alla “Raca”, sperando di recuperare gli scarti ferrosi da pulire e rivedere alla stessa fabbrica. È un lavoro sporco e pericoloso, compiuto senza alcuna protezione. Un lavoro che per giunta è pagato una miseria: un grosso blocco di scorie ferrose frutta dai 15 ai 20 centesimi, che qui non bastano a comprare un panino.

Negli ultimi anni, tuttavia, l’acciaieria ha iniziato a ripulire le scorie ferrose all’interno della fabbrica e i disperati che vivevano della raccolta del metallo hanno perso anche quell’ultima, estrema, fonte di sostentamento. I più poveri muoiono letteralmente di fame.

Livnjak Sedin vive con la moglie invalida e i tre figli a Tetovo, un sobborgo di poche case stretto fra l’acciaieria e la Raca. La sua abitazione diroccata sorge proprio all’ombra della recinzione del colosso siderurgico. Fino a qualche tempo fa raccoglieva le scorie ferrose ma ora non trova più di che sfamare la propria famiglia. Lo Stato gli passa 22,5 euro al mese per tutti e tre i figli, ma non bastano. Riesce a racimolare qualche spicciolo vendendo al mercato le cipolle del proprio orto ma non è abbastanza per sfamare cinque bocche. Infagottato in una maglietta troppo grande, racconta. “Non ho lavoro, sono inserito nelle liste di collocamento. A volte faccio dei lavoretti a chiamata ma ho bisogno di 180 euro per poter operare mio figlio al braccio: è caduto a scuola e si è fatto male.” La mutua copre solo la metà delle spese mediche e per il resto bisogna arrangiarsi.

I ragazzi avrebbero bisogno di proteine e così Livnjak dà loro le uova delle galline del proprio pollaio, nonostante sappia benissimo che sono tossiche. Un’ordinanza delle autorità locali ha vietato ai cittadini di Tetovo di consumare uova e verdure a foglia larga: l’aria e il terreno sono troppo inquinati.

Inquinamento tre volte oltre la soglia d’allarme

Un’inchiesta giornalistica del The Guardian accusa l’acciaieria di produrre emissioni inquinanti oltre i limiti. La direzione della fabbrica ha risposto rigettando tutte le accuse e sottolineando gli investimenti fatti nei programmi di protezione dell’ambiente, superiori a 45 milioni di euro: attualmente è in corso un procedimento giudiziario, ancora aperto.

Il quotidiano britannico punta il dito fra l’altro sul fatto che in un anno l’acciaieria ha utilizzato ben 16 volte la quantità di carbone consumato dalle case private, postulando un nesso con

l’inquinamento dell’aria e le sue conseguenze per ambiente e residenti, ma l’azienda ha puntualizzato che ben un terzo del carbone consumato è destinato agli impianti di riscaldamento domestici della città, che insieme al traffico veicolare sono responsabili della cattiva qualità dell’aria.

Samir Lemes, presidente dell’associazione ambientalista “EkoForum”, chiede un intervento più restrittivo della politica per contenere le emissioni ma lamenta la scarsa efficienza dei controlli ambientali: “Abbiamo organizzato degli incontri per raccogliere tutti i soggetti interessati ma a ogni riunione c’era un assente: o il rappresentante del governo federale, o di quello cantonale… E ogni volta la colpa era da attribuire agli assenti”, spiega parlando con Gli Occhi della Guerra.

Ad aggravare la situazione c’è la mancanza di controlli adeguati. Nel 2013, dopo imponenti proteste dei cittadini, il Comune fece installare dei rilevatori della qualità dell’aria ma nel giro di pochi anni la mancata manutenzione li ha già messi tutti fuori uso. In una delle poche misurazioni effettuate, nel dicembre 2013, vennero rilevati 1392 μm di anidride solforosa per ogni metro cubo d’aria.” In Italia la soglia considerata sufficiente a fare scattare un allarme è di 500 μm/metro cubo.

La mancanza di dati

Alla penuria di dati ufficiali sull’inquinamento dell’aria fa peraltro da contraltare una totale mancanza di numeri esaustivi per quello che riguarda lo stato di salute della popolazione.
“Non ci sono dati ufficiali sul tasso di malattie, li tengono nascosti – prosegue Lemes – Sappiamo solo che l’inquinamento aumenta in parallelo alla produzione. La politica di tutti i partiti, senza eccezioni, è quella di non parlare dell’inquinamento: nascondere i numeri, perché l’industria alimenta l’occupazione. Non potremmo avere altre industrie, quindi si tengono queste”.

 

Il quadro è così complicato dalla mancanza di dati precisi e completi sull’inquinamento e sullo stato di salute della popolazione nella regione. Quello che è certo, invece, è che l’unica speranza, per Zenica e per i suoi abitanti, è affidata alla collaborazione dei gruppi ambientalisti con alcune ambasciate straniere (fra le tante, quella svizzera e quella svedese) per promuovere programmi di sensibilizzazione della popolazione. Ma la strada per liberare Zenica dalla dipendenza dalle industrie è ancora lunga.

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